«SPEAK NOW (TAYLOR'S VERSION) - Taylor Swift» la recensione di Rockol

Con "Speak now", Taylor Swift ci ricorda cosa funzionava nel 2010

Nel remake del cd la popstar tira fuori dagli archivi inediti dell'epoca, tra Paramore e Nickleback.

Recensione del 10 lug 2023 a cura di Mattia Marzi

Voto 7/10

La recensione

Chissà come dev’essere stato per Taylor Swift reincidere e reinterpretare le canzoni nelle quali sfogò i capricci, le fantasie, i dolori, i drammi e le tragedie vissute da giovane donna tra i 18 e i 20 anni, oggi che di anni ne ha 33 e che quella ragazza acqua e sapone della porta accanto degli esordi che con il suo country pop sognava di diventare la Shania Twain della sua generazione è diventata una delle popstar più influenti e temute del music biz mondiale. Quando uscì “Speak now”, nel 2010, Taylor Swift era già riuscita a raggiungere con i due dischi precedenti, “Taylor Swift” del 2006 e “Fearless” del 2008, quella libertà e quell’autonomia che le avevano consentito di liberarsi, nella fase di scrittura del suo terzo album, di autori e collaboratori esterni. Sicura di sé e consapevole dei suoi mezzi, la stellina del country pop dimostrò ai discografici della Big Machine, che l’avevano messa sotto contratto quando aveva solamente 16 anni, di sapersela cavare da sola e di saper camminare sulle proprie gambe. Tredici anni dopo la sicurezza e la consapevolezza di Taylor Swift risultano moltiplicate all’ennesima potenza. Nel percorso speculare che sta vedendo la cantautrice riappropriarsi delle canzoni e dei dischi incisi agli esordi, dopo che la battaglia ideologica contro la Big Machine si è conclusa quando nel 2020 è scaduta la clausola del contratto che firmò nel 2005, che le imediva di rimettere mano per quindici anni ai suoi stessi dischi, “Speak now (Taylor’s Version)” si colloca nella stessa posizione ricoperta dall’edizione originale nella discografia della Swift: è il terzo capitolo della serie di ripubblicazioni inaugurata nel 2021 con “Fearless (Taylor’s Version)” e portata avanti pochi mesi dopo con “Red (Taylor’s Version)”, prima che la popstar dedicasse le sue energie e le sue attenzioni all’album dei record “Midnights”.

Da “Mine” a “Long live”, passando per “Sparks fly”, “Back to December”, la stessa “Speak now”, “Dear John”, “Mean”, “The story of us”, “Enchanted”: oggi le canzoni scritte nella tarda adolescenza, che occupano un posto tutto loro nel cuore dei fan e nella scaletta dell’”Eras tour” che l’estate prossima riporterà Taylor Swift in Italia, la cantautrice le recupera, le rilegge e le reinterpreta, mettendoci dentro la maturità personale e artistica di oggi. Non si è limitata solamente a ricantare i brani incisi all’epoca, Taylor: li ha anche più o meno evidentemente rimaneggiati, abbassando qui e là i volumi in fase di missaggio, provando a dare un nuovo senso a quello che suonò e cantò tredici anni fa.

Rispetto alla “Taylor’s Version” di “Fearless”, che durava 130 minuti, la durata è un filino meno kolossal: le 22 tracce contenute nella “Taylor’s version” di “Speak now” raggiungono la durata complessiva di 104 minuti. Chissà che tra le tante prove d’amore ai fan, Taylor Swift non chieda anche questa: francamente, però, l’ascolto filato, un brano dopo l’altro, rimane impossibile.

Dentro, come specchietti per le allodole, oltre ai quattordici pezzi inclusi già nell’edizione del 2010 ci sono anche sei inediti pescati “from the vault”, dagli archivi. Il duetto con i Fall Out Boy di Patrick Stump su “Electric touch” sembra uscire fuori da “Camp rock”. “When Emma Falls in love” è una ballatona perfettamente in linea con i canoni dell’epoca, tra chitarrine à la Bon Iver e un ritornello radiofonico à la Train. “I can see you” è un genuino e goffo esperimento più rock’n’roll post-adolescenziale, a tratti malizioso: “But what would you do if I went to touch you now? / what would you do if they never found us out?”, canta Taylor, raccontando un amore clandestino. In “Castles crumbling” accanto alla Swift compare Hayley Williams dei Paramore, una reginetta del pop indie-alternative degli anni a cavallo tra i Duemila e i Duemiladieci: il pezzo è un’altra ballata che ricorda qualcosina dei Nickleback. Bentornati nel 2010.

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