Recensioni / 14 lug 2000

Peter Gabriel - OVO - la recensione

OVO
Real World (CD)
Accanto alla sua carriera discografica per così dire ufficiale, fatta di dischi da più o meno riluttante rockstar, Peter Gabriel ha dato spesso prova di saper tenere nella giusta considerazione anche impegni professionali complementari, che spesso hanno assunto valenze artistiche di alto livello, simboleggiando a volte – è il caso di “Passion”, la colonna sonora del film di Scorsese “L’ultima tentazione di Cristo” – importanti momenti di passaggio e di mutazione per la sua carriera più mainstream. Non sfugge a questa regola OVO, esperienza visual-musicale scritta da Gabriel insieme a Mark Fisher come commessa per l’allora nascituro Millennium Dome. L’idea di lavorare a qualcosa che abbracciasse nella sua struttura passato, presente e futuro, è stata scandagliata dai due per tutto il primo anno di lavorazione – il 1998 -, mentre nell’anno successivo sono state realizzate le idee alla base di quello che a tutti gli effetti è un concept multimediale. In questo senso, il compact disc messo nei negozi si compone anche di una importante sezione Rom, in cui viene illustrata tutta la storia di OVO a livello di trama narrativa, con l’ausilio di illustrazioni e parti strumentali di alcuni brani contenuti sull’album. In più, per quanti acquisteranno il Cd, c’è la possibilità di ricevere il libro con la storia di OVO semplicemente inviando una mail al sito di Gabriel. Ma di cosa parla OVO? E’ la storia di tre differenti generazioni della stessa famiglia che passano attraverso tre ere, una per così dire agricola/naturale (passato), un’altra industrial/tecnologica (presente), un’ultima che nascerà dal connubio tra leggi naturali e tecnologia (futuro). L’idea è semplice, come vedete, e del resto il dualismo psiche/techne è da sempre uno dei pallini di Gabriel: e forse è proprio per questo che nella realizzazione di questo album Gabriel è riuscito a realizzare le esigenze di una musica che comunque nasce ‘su commissione’ con alcune delle sue istanze più profonde. Aiutato da uno schieramento imponente di musicisti/amici (dal ‘solito’ David Rhodes al grande Richie Havens), reclutati tra quanti circolano più o meno abitualmente nell’ambito dei Real World Studios di Bath, Gabriel racconta la storia di OVO attingendo presumibilmente alle centinaia di ore di materiale registrate e tuttora segregate nel suo studio – il suo ultimo album di studio risale ormai al 1992 – e modellando un itinerario musicale che cambia spesso voci e atmosfere, ricordando a tratti alcune tra le più riuscite fughe concettuali di Mike Oldfield. Certo, qui la grana del tessuto è più spessa, la sintesi musicale non esclude niente dal suo campo, che siano i ritmi arabi o le nebbie celtiche, la musica popolare inglese dei secoli andati o i digeridoo degli aborigeni d’Australia. Un tema musicale, intanto, fa la sua comparsa affiorando in diversi momenti dell’album, fino ad essere compiutamente svolto in “Downside-up”, ma il fulcro emozionale dell’album è la personalissima “Father, son”, il racconto di un incontro e passaggio di testimone tra padre e figlio, che Gabriel si è trovato realmente a vivere con suo padre qualche tempo addietro. Periodi di incomprensione e di silenzio superati dal trascorrere del tempo, fino alla vacanza fatta insieme qualche tempo fa per conoscersi e ritrovarsi. Ed è durante una seduta di yoga di coppia (“spine against spine”, “spina dorsale contro spina dorsale”), nell’abbraccio forzato di una posizione che il calore tra i due corpi torna a scorrere. Per “Father, son” Gabriel firma un testo nudo, dirompente, adagiandosi su una struttura quasi gospel condotta da uno splendido pianoforte. E l’abbraccio con il padre diventa qualcosa di più grande, è l’abbraccio di un’umanità perennemente in cammino verso il futuro, la dimensione più congeniale a Gabriel, che continua a guardare a quell’eterno domani con speranza e curiosità, proprio come OVO. Non è il nuovo album di Peter Gabriel, OVO, casomai è un nuovo album di Peter Gabriel: e sebbene non sia un album di canzoni brillante come “Us” e nemmeno sia in possesso della trama evocativa e narrativa espressa in “Passion”, ciò nonostante si dimostra un lavoro coerente, una via di mezzo tra i due percorsi principali seguiti fino ad oggi dall’ex-Genesis nella sua produzione musicale. Con il plus di riportare tra noi una delle voci più incantevoli della storia del rock.