«POISON - Jay-Jay Johanson» la recensione di Rockol

Jay-Jay Johanson - POISON - la recensione

Recensione del 04 lug 2000

La recensione

Che Jay Jay abbia inaugurato un genere, che sia ormai diventato lume per tutti coloro che pensano beats trip hop e melodie cantate da “crooner” è indubbio. Non potrebbe essere altrimenti. Lui, di fatto, è stato il primo a pensare a questo connubio tra, mettiamola così, Las Vegas e Bristol, tra l’insostenibile leggerezza dell’essere e la pesantezza dei sentimenti malinconici e tristi a cui ogni esistenza è soggetta. Il problema è che, rispetto a “Wiskey”, il suo primo disco, le variabili sono poche. I beats sono sempre in bilico tra trip hop e dub. I suoni fanno venire in mente il John Barry di seconda scelta (quello di “Ipcress”, già ripreso dai Portishead e qui ripreso in passaggi come “Poison”) o l’easy e lo space age pop. Ma fin qui non ci sarebbe nulla di male. I beats sono, come sempre, piuttosto convincenti. Jay Jay, come un suo contemporaneo (Aim), sa bene che le ritmiche devono essere “cool” per garantire spessore al disco. Anche i suoni, seppur, in certi momenti, un po’ troppo “a la Portishead”, sono ben architettati. Insomma, Jay Jay, ancora una volta, dimostra di avere gusto da vendere. Dove però “Poison” non convince è proprio in quell’elemento, la voce, che aveva fatto la differenza nei dischi precedenti e grazie al quale ha inaugurato questo genere, diciamo, trip pop. La voce, a tratti troppo melensa, spesso melodrammatica, quasi sempre piagnucolosa e malinconica, mostra in questo disco tutti i limiti di Jay Jay. Sono limiti che fanno di questo disco una serie di canzoni molto simili l’una all’altra. Limiti che non permettono ai brani di avere un’evoluzione e di non essere, alla resa dei conti, noiose.
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