«ASPHALT MEADOWS - Death Cab For Cutie» la recensione di Rockol

Dubbi e certezze dei Death Cab For Cutie

Il nuovo album della band di Ben Gibbard, tra narrazioni per immagini inquiete e nostalgiche

Recensione del 28 set 2022 a cura di Marco Di Milia

Voto 7/10

La recensione

L’onda lunga degli ultimi anni si è fatta sentire tra le fila dei Death Cab For Cutie. La band originaria di Bellingham, Washington, dopo l’uscita di scena dal proprio organico del chitarrista e produttore Chris Walla, ha dovuto rinsaldare il proprio equilibrio interno, così come si è ritrovata a organizzare in modo del tutto differente il processo di scrittura del nuovo album.

Non in una classica sala prove, ma in più asettiche sessioni in remoto ha preso forma infatti l’ultimo “Asphalt Meadows”, secondo un piano di lavoro scandito da una decisa meticolosità. Benjamin Gibbard e soci - il bassista Nicholas Harmer, il batterista Jason McGerr, il chitarrista Dave Depper e il tastierista Zac Rae -, ognuno dalla propria città di residenza, hanno condiviso tra loro idee e file per la stesura delle tracce, lasciando entrare quasi inevitabilmente vecchie e nuove ansie al tempo della pandemia.  

Arpeggi e penne affilate

Se tuttavia la realizzazione del disco è stata caratterizzata da una routine produttiva ben scandita, la sua quadra però sta tutta nelle narrazioni insieme irrequiete e serene di cui si compone, frutto tanto della consueta penna affilata di Gibbard quanto di variegate dinamiche pop e rock, stratificate tra strumentazioni analogiche e digitali. Atmosfere nostalgiche e avvolgenti riverberi delle chitarre delineano quindi un mondo in chiaroscuro di vita, natura e peregrinazioni che non riesce a darsi tutte le risposte che si vorrebbero avere, mettendo sul piatto più interrogativi che certezze. Arrivano così il racconto per immagini di un attacco di panico nell’iniziale “I don’t know how I survive”, dove i palpiti delle prime battute offrono spazio a delle raffiche di fuzz e le schiette ammissioni della conclusiva “I’ll never give up on you”, in cui il cantante su un enfatico arrangiamento d’archi e beat pulsanti fa i conti con sé e i suoi difetti, da “le droghe che mi hanno reso irrequieto” a “l’alcol che mi ha reso crudele”.

Nel mezzo, l’abrasivo impasto di “Roman candles” invita all’accettazione che non tutto va come si vorrebbe, mentre la ricerca di spiritualità di “Here forever” esamina il passare inesorabile del tempo e la malinconia soffusa della delicata “Rand McNally” - sì, lo stato immaginario proposto dai Simpson, ma anche una celebre casa editrice statunitense produttrice di carte geografiche e atlanti - mette in scena un quadro agrodolce di vecchie guide di viaggio con le pagine macchiate di caffè. Ancora, con “Foxglove through the clearcut” ecco una spoken song visionaria e ammaliante costruita su un arpeggio cristallino carica delle inquietudini personali di Ben Gibbard, su di un personaggio immaginario, ma non troppo, che abita vicino all'oceano ma che non mette mai piede in acqua.

Per vocazione e per necessità

Soffusi o diretti, a metà tra sperimentazione e consuetudine, i Death Cab For Cutie mostrano così nelle molteplici sfaccettature di “Asphalt Meadows” di essere ancora una band capace di darsi nuovi slanci, pure quando gli anni di onorata carriera sono ormai ben 25, trascorsi tutti all'insegna di una indipendenza stilistica e di attitudine che ha finito per essere un vero marchio di fabbrica. Segno che certe vibrazioni non sono poi così passeggere.

Tracklist

01. I Don’t Know How I Survive (03:40)
02. Roman Candles (02:10)
03. Asphalt Meadows (04:05)
04. Rand McNally (04:06)
05. Here to Forever (03:46)
06. Foxglove Through The Clearcut (05:15)
07. Pepper (02:48)
08. I Miss Strangers (04:24)
09. Wheat Like Waves (03:38)
10. Fragments From the Decade (04:38)
11. I’ll Never Give Up On You (03:31)

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