Page & Plant al Filaforum di Assago: rivive la magia dei Led Zeppelin

Quando finisce l’esibizione dei Transglobal Underground di Natacha Atlas - un’oretta di musica contaminata e appassionante - gli 11mila spettatori del Filaforum iniziano a contare i minuti: per molti di loro si avvera infatti un sogno coltivato a lungo, quello di vedere per una volta dal vivo, insieme, Jimmy Page e Robert Plant, alias i Led Zeppelin.

È da quel maledetto Cantagiro all’inizio degli anni ’70 - unica apparizione per gli Zep nel nostro paese in dodici anni di carriera - che i nostri latitano, se si fa eccezione per un solo concerto, sempre qui a Milano - a Sonoria ’94, festival estivo domiciliato in quel di Aquatica - ma a quei tempi con un’orchestra ben più numerosa del quartetto che sale sul palco alle 21.30 in punto. Quando si accendono le luci, dopo un’introduzione di stampo tipicamente arabeggiante, c’è solo il tempo di vedere Robert Plant chioma al vento e braccio teso verso l’alto, mentre accanto a lui Jimmy Page è accovacciato sulla chitarra: è un attimo, poi nell’aria si libera subito il riff micidiale di "The wanton song", ed è già l’inferno. La voce di Plant è quella delle sere migliori, la chitarra inossidabile e perfetta di Page non dà scampo: ci scappa subito un altro brivido, quando parte il riff di "Heartbreaker", con il celeberrimo assolo-break nel bel mezzo del brano. Altro giro, altra corsa, altro regalo: "Ramble on" fa scendere un po’ di pubblico dalle gradinate e lo porta nel parterre, a sudare. "Buonasera" dice RobertPlant, "stasera faremo dei brani vecchi, dei brani antichi e alcuni brani nuovi. Questa è una canzone nuova e si intitola "Walking into Clarksdale". A questa segue una lunga versione di "No quarter", dopo la quale è il momento di un altro brano nuovo, "When the world was young", uno dei migliori del loro più recente album. "C’erano una volta due ragazzini, in Galles, che sognavano di viaggiare. Me lo ricordo ancora", dice Plant per introdurre "Goin’ to California", salutata da un boato del pubblico e cantata a squarciagola dai fans più accaniti. Page imbraccia la doppio manico e con un breve giro di arpeggi introduce il riff di "Tangerine", indimenticato gioiello del terzo album dei Led Zeppelin. "Gallows pole", il brano che segue, è anch’esso tratto da quell’album e acquista di giro in giro un ritmo sempre più indiavolato. A spezzare la tensione arriva poi un altro brano tratto da "Walking into Clarksdale": si tratta di "Heart in your hand", ed è seguito da un nuovo tuffo nel passato, "Babe, I’m gonna leave you", chiuso da Jimmy Page nel modo più evocativo possibile, citando cioè l’arpeggio iniziale di "Stairway to heaven". L’illusione di ascoltare il ‘capolavoro’ rimane però tale, perché i due ripartono con "Most high", singolo eccellente al termine del quale i due comprimari Michael Lee (batteria, ha anche festeggiato il suo compleanno sul palco) e Charlie Jones (basso) hanno messo in mostra le loro doti scatenandosi con Page & Plant in un medley blues: abbiamo ascoltato, tra le altre, "I can’t quit you babe" e "How many more times", che ha chiuso il concerto dopo un’ora e quaranta di musica. Cinque minuti di intervallo e il primo infallibile bis: il riff di "Whole lotta love" squarcia l’aria mentre sulle gradinate si alzano tutti in piedi entusiasti; Plant butta fuori l’anima, Page nel finale è capace di tutto, inonda gli spettatori con il suono ferroso della sua Gibson inanellando riff e assoli a getto continuo. Boato finale, saluti, ma c’è ancora spazio per un altro brano: e per chi è cresciuto a pane e "The song remains the same" arriva la mazzata finale: ecco i piatti, ecco i tamburi, ecco le luci che si accendono e il riff selvaggio di "Rock’n’roll" che si avventa sulla platea, oggi come allora, e fa sentire tutti finalmente dentro a quel film. Plant saluta e dice "Alla prossima volta", chi esce dal Forum ha la felicità dipinta in volto. .

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