Greetings from Asbury Park, NJ: ecco Nicole Atkins

Greetings from Asbury Park, NJ: ecco Nicole Atkins
Neptune City, a cui Nicole Atkins ha intitolato il suo primo album in uscita in Italia il 18 luglio prossimo, è una cittadina del New Jersey a due miglia di distanza da Asbury Park. Ma stavolta Bruce Springsteen non c’entra, anche se i due frequentano la stessa palestra e si conoscono (“è simpatico, quando mio padre va a farsi una bevuta al bar con lui passa a prendere anche me. E sono amica dei figli di Max Weinberg”). O forse, un poco sì: con il Boss la giovane cantautrice, trent’anni e origini siciliane, condivide la passione musicale, molto evidente nelle sue canzoni, per Roy Orbison e Phil Spector. “E’ la musica con cui sono cresciuta. Sulla Jersey Shore vivono un sacco di italo-americani che ascoltavano il doo wop e Frankie Valli, i vecchi crooner e il rock’n’roll. E quando i miei coetanei ascoltavano i New Kids On The Block mio zio mi comprava le cassette dei Cream e dei Traffic. La poca familiarità con il repertorio di Springsteen mi ha anche creato dei problemi. Ai tempi del college suonavo tutti i venerdì sera in un bar, cover di Orbison, di Echo and the Bunnymen e dei Pavement. Ma niente Bruce: a un certo punto mi hanno licenziata”. Ha vissuto da bohémien nella Big Apple (“facendo la cameriera, patendo la fame e dormendo dove capitava col mio amico David Muller dei Fiery Furnaces”), s’è trasferita per qualche tempo in Nord Carolina (“vivevo in un vecchio magazzino e scrivevo canzoni country rock come Gram Parsons”), alla fine è tornata all’ovile prendendo casa proprio ad Asbury Park. “Con tutti quei meravigliosi edifici anni ’20 e ’30 abbandonati, si respira un’aria di meravigliosa decadenza. Noi la chiamiamo dog town, la città dei cani randagi: andiamo a giocare a pallone per strada con una lattina di birra in mano e i poliziotti ci dicono soltanto di stare attenti al passaggio degli autobus. Ma sta cambiando, e ci tenevo a far parte della sua rinascita. Non ho voluto fare intenzionalmente un disco sulla mia città, ma è qui che l’ho scritto e questi sono i posti che ho frequentato. L’uscita dell’album e l’attenzione che la stampa gli ha riservato, anche a livello locale, sono anche serviti a far conoscere i luoghi che mi sono cari e a far sapere alla gente quanto di buono stiamo combinando da queste parti”.
Non è sempre andata così, e la Atkins era giunta ad odiarla la sua “home town”. “Finché non ho scritto ‘Neptune city’, la canzone, immaginandomela dalla prospettiva del mio zio materno morto quando aveva appena tredici anni. Lo pensavo lassù, a guardare dall’alto un posto in cui non può più fare ritorno. E ho capito quanto è bello questo spicchio di mondo, con la spiaggia e il fiume giusto al di là dell’uscio della mia vecchia casa. In certi giorni il clima è nebbioso, l’atmosfera spettrale. Per questo sono ossessionata dai fantasmi, ce ne sono un sacco nel disco e nelle storie drammatiche che ogni angolo di questo luogo mi ricorda: ‘Cool enough’, per esempio, è ispirata al fratello del migliore amico di mia sorella, un tipo di buona famiglia che era la star locale del basket e che faceva l’insegnante. Finì in galera per essere andato a letto con una sua studentessa. E questa storia è diventata il pretesto per una riflessione su come cambia la percezione delle persone che una volta ritenevi intoccabili. Si aggirano così tanti spettri, in questa città, che a volte non me la sento di uscire di casa”. Si capisce allora il suo grande amore per Angelo Badalamenti e per gli sfondi sonori alla “Twin Peaks”, un altro elemento distintivo del suo mondo musicale. “E’ il musicista dei miei sogni, insieme a Jimmy Page e a Leonard Cohen, e un giorno mi piacerebbe fare un album con lui. Ti cattura nei modi più strani: per esempio infilando in un disco pop il ronzio di un frigorifero”. Intanto il primo album lo ha registrato con Tore Johansson, produttore di Cardigans, Franz Ferdinand, St. Etienne e New Order, andando a incidere in Svezia: “Così ho potuto sostituire i suoni del mio Casio con una vera orchestra. Le canzoni ci hanno guadagnato in malinconia. Mi sono ritrovata tutta sola nel bel mezzo dell’inverno scandinavo, sperduta in una fattoria. All’epoca stavo anche leggendo ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’ di Milan Kundera: e così i pezzi autobiografici come ‘The way it is’ e ‘Together we’re both alone’ sono venuti più drammatici di quanto fosse in realtà la situazione sentimentale in cui mi trovavo”. E’ un “big sound”, quello di “Neptune City”: ricco di strumenti, di arrangiamenti, di stratificazioni sonore. “E’ sempre così, per me. Anche quando ero in Nord Carolina e suonavo le mie canzoni alla chitarra davanti al muro, le immaginavo già con tutte le orchestrazioni. Ho un diploma alla scuola d’arte, e per me comporre canzoni è un po’ come dipingere: si aggiunge strato su strato per arrivare all’opera finale. E si scartano un centinaio di porcherie prima di arrivare a qualcosa di buono. Scrivo mentre sono in treno, mentre guido l’automobile o faccio la doccia: insomma, nei posti e nei momenti meno opportuni, e se non ho un registratore a portata di mano l’ispirazione svanisce. Quando è lì accanto a me, invece, incido su più tracce le linee melodiche di tutti gli strumenti, a volte con la sola voce. Poi porto i provini da ascoltare al resto della band, e loro sono così carini e comprensivi da non mettersi a ridere. Adoro la musica melodica, per questo mi piacciono i My Morning Jacket e Devendra Banhart, Antony e Rufus Wainwright, i Midlake i Fleet Foxes: tutta gente che con la musica ti fa entrare in una specie di paese delle meraviglie rendendoti più sopportabile la vita di tutti i giorni. Non li si ascolta alla radio perché le radio, in America, aborrono la melodia”. Le sue grandi passioni musicali, però, restano ancorate ai Sessanta e ai Settanta: “Sì, oltre ai pezzi del nuovo disco e a un paio di canzoni nuove dal vivo facciamo ‘Under the milky way” dei Church, ‘Pissing in a river’ di Patti Smith, ‘The crystal ship’ dei Doors, ‘Dream a little dream’ dei The Mamas And The Papas. Amo gli album e sono una collezionista di vinili. Un disco come ‘Meddle’ dei Pink Floyd devi ascoltarlo dall’inizio alla fine, e mi piacerebbe che con “Neptune city” la gente facesse altrettanto: magari sorseggiando un buon bicchiere di vino dopo avere acceso qualche candela in casa. Non mi piace l’idea dei singoli da scaricare da iTunes, va bene solo per chi infila un pezzo carino in un disco pieno di schifezze. Se l’industria promuovesse un po’ più gli album magari gli artisti si sentirebbero spinti a fare dischi migliori”.
Lei è orgogliosa del suo, e lo si capisce. Merito anche di quella voce potente e profonda: da dove arriva? “Dalle troppe sigarette che ho fumato, forse. Da ragazzina, al liceo, mi presentai al provino per avere la parte di Giuda nella versione scolastica di ‘Jesus Christ Superstar’. Avevo messo una barba posticcia e passai il test. Tutti erano stupiti che avessi quella voce da maschiaccio, ma io avevo passato la vita ad ascoltare Joe Cocker. Più tardi mi misi a cantare in un gruppo di rock blues sporco e sudato: non facevo altro che urlare, bere e fumare. Mettermi a cantare nella tonalità di Roy Orbison e di Patsy Cline mi ha salvato le corde vocali”.
Verrà a suonare in Italia in ottobre, dopo un tour estivo che passa dall’Europa (Roskilde, Nimes e il Wireless Festival inglese tra le tappe più importanti) e poi fa ritorno negli Stati Uniti, date a fianco di Chris Isaak e poi il Lollapalooza. “Sempre con la mia band, The Sea: basso, batteria, chitarra e un tastierista che fa i cori e suona anche glockenspiel e violino. Loro sono parte indissolubile della mia musica. La casa discografica lo sa, e mi lascia fare”. Dice di essere poco prolifica, ma intanto continua a scrivere e a sognare. “Uno dei pezzi nuovi si intitola ‘I’ll wait for you’. Ho preso spunto da un romanzo che ho letto qualche anno fa e che recentemente è diventato un film, ‘The time traveler’s wife’. E poi mi piacerebbe tanto comporre per il cinema: magari per un film un po’ dark, e con un buon senso dell’humour. Come la mia musica”.
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