Steve Wynn in Slovenia: 'Sempre pronto ad andare dove c'è buona musica'

Steve Wynn in Slovenia: 'Sempre pronto ad andare dove c'è buona musica'
Fervono preparativi di matrimonio, in casa Wynn, ma la promozione è promozione. Così, anche se questa settimana convola a nozze con la sua batterista Linda Pitmon, l’eterno ragazzo del Paisley Underground trova il tempo di parlare al telefono del suo nuovo disco “Crossing the dragon bridge”, registrato a Lubiana in compagnia di Chris Eckman dei Walkabouts. La notizia del giorno però è che dopo lo scambio degli anelli, al party post cerimonia il novello sposo si esibirà con tutti i gruppi della sua vita: Gutterball, Miracle 3, Danny & Dusty e persino, udite udite, gli antichi e gloriosi Dream Syndicate. “Con loro”, ci racconta uno Steve chiacchierone e di ottimo umore, “ho tenuto un concerto segreto a Los Angeles un anno fa, che avevamo pubblicizzato come un mio show solista. Era l’ultima formazione, con Paul Cutler alla chitarra e Dennis Duck alla batteria, ed è andata benissimo. Non suonavamo insieme da quindici anni e sembrava che non avessimo mai smesso. Mi piacerebbe replicare, anche perché con quei ragazzi è rimasto un rapporto di amicizia. Ma Paul è stato categorico: mi ha risposto che se ha smesso c’è un motivo, e non ne vuole sapere di ricominciare. Lo capisco. Ognuno ha i suoi impegni e il diritto di crescere. Non è facile rifare a 45 anni quello che facevi a 25”. E poi c’è Dan Stuart, il vecchio nemico amico… “Mi spiace contraddire i pettegolezzi, certo sarebbe più pittoresco se noi due ci odiassimo e ci prendessimo continuamente a botte”, precisa Wynn. “Ma la verità è che io e Dan non abbiamo mai bisticciato. Sono le circostanze che ci hanno allontanato, tutto qui: abbiamo smesso di frequentarci e di fare dischi insieme perché lui si è trasferito in Spagna e io sono venuto ad abitare a New York. Quando anche lui ha preso casa qui, quattro anni fa, abbiamo subito ripreso i contatti. Mi sono divertito un sacco, con il disco e il tour di Danny & Dusty. Dan è sempre uno dei miei migliori amici”.
Della sua decisione di lasciarsi alle spalle Los Angeles, “problemi e incertezze” per trasferirsi nella Grande Mela Steve canta esplicitamente in “Manhattan fault line”, forse il pezzo più bello del nuovo album. “Non ero mai stato così diretto nelle mie canzoni. Ho scritto spesso di personaggi immaginari, in passato, ma in questo disco parlo soprattutto di me stesso e di fatti realmente accaduti. Abbandonare Los Angeles per New York è stata una cosa positiva, me ne sono andato perché ero stufo della città e di quel che ero diventato. Ero poco ispirato, insicuro sul da farsi. E appena sono arrivato qui l’orizzonte si è riaperto, dal bianco e nero sono passato di nuovo al technicolor. Di solito succede il contrario, sono i newyorkesi che si trasferiscono in California per godersi il sole e il clima. Io sono fatto al contrario, mi piacciono i grattacieli e gli inverni rigidi”. E pazienza se anche Manhattan, come ci ricorda Wynn nella succitata canzone, ha la sua falda sotterranea che minaccia di far tremare la terra da un momento all’altro: “Il terremoto è una buona metafora per l’instabilità della vita, la puoi applicare al luogo fisico in cui vivi come alla tua vita familiare e sentimentale. Proprio quando credi di essere al sicuro e di poggiare su basi solide, non appena cominci a rilassarti, succede qualcosa che ti rivoluziona la vita. A Los Angeles li conosciamo bene, i terremoti. Arrivano da non si sa dove, in pochi secondi la tua casa è sottosopra e sei terrorizzato all’idea che quell’orrido sotto di te possa aprirsi e ingoiarti. E’ un principio che vale per l’intera nostra esistenza: non c’è nulla che prepari all’insicurezza come il sentirsi troppo sicuri”. E infatti “Crossing the dragon bridge” è un disco che mette in discussione gli stereotipi e le sicurezze di Wynn. Prevalentemente acustico, con un tocco inedito di orchestra balcanica qua e là: è l’input di Eckman, emigrato in Slovenia per amore, o le canzoni erano nate già così? “Pezzi come ‘Bring the magic’ e ‘I don’t deserve this’ me li portavo appresso da tempo, sono cose meno recenti che non avevo ritenuto adatte ai miei dischi precedenti. Però la maggior parte li ho composti sapendo che avrei registrato con Chris a Lubiana. Se ripensi alla mia produzione precedente, soprattutto quella degli ultimi quindici anni, ti accorgi che spesso sono andato a registrare in giro per il mondo per incontrare gente con cui avevo voglia di collaborare. Sono stato a Boston per incidere ‘Melting in the dark’ con i Come, a Richmond con alcuni membri degli House Of Freaks per il primo disco dei Gutterball, l’anno scorso ho registrato un disco in Spagna…Mi elettrizza essere in un posto nuovo con gente nuova, mi sento stimolato a scrivere. Quando ho saputo che sarei andato in studio con Eckman in Slovenia ho immaginato nella mia testa il disco che ne sarebbe scaturito prima ancora di mettermi in viaggio. Così mi sono messo a scrivere canzoni adatte a quel tipo di atmosfera: la bella sorpresa è stato verificare come tutto sia filato liscio. Molti immaginano una amicizia di lunga data tra me e Chris, dal momento che abbiamo più o meno la stessa età e proveniamo dalla stessa scena musicale. Invece non ci conoscevamo affatto, credo di avergli parlato non più di dieci minuti in vita mia prima di incontrarlo a Lubiana. Ci siamo solo scambiati qualche e-mail, e sono andato all’avventura: in fondo mi trasferivo per tre settimane in una città in cui non conoscevo nessuno, a parte lui. Avrebbe anche potuto non funzionare. Nel caso, pensavo, avrei lasciato perdere e mi sarei fatto una lunga vacanza solitaria. Invece, dal primo appuntamento è scattata la chimica giusta. Mi sono sentito subito a mio agio con una persona che capiva quel che volevo fare e che come me aveva voglia di tentare qualcosa di diverso. E’ stato facilissimo lavorare con lui, e ho conosciuto una città bellissima. Non mi ero mai preso il lusso di passare tre settimane per conto mio, con nessun’altra preoccupazione in testa se non quella di creare musica: dodici ore in studio a registrare, il resto della giornata a esplorare la città e a scrivere altre canzoni. Niente bollette da pagare, niente spesa da fare. E poi ottime cene e lunghe conversazioni con Chris, su qualunque argomento. Una meraviglia, un sogno diventato realtà. E io me lo sono goduto minuto per minuto. Il vantaggio di stare in Europa, credo, è che qui la musica viene presa molto sul serio, considerare il rock come una forma d’arte non è vista come una contraddizione. Era così anche in America ai tempi in cui sono cresciuto io, negli anni ’70, con riviste come Creem e certe stazioni radio alternative…Poi, a un certo punto, anche la musica indipendente è diventata ‘corporate’, orientata al denaro. Tutti, discografici, giornalisti e musicisti, si sono sentiti obbligati a diventare i numeri uno, e hanno messo in disparte la preoccupazione principale, occuparsi di buona musica. Fin dal primo album con i Dream Syndicate io ho sempre fatto quello che avevo in testa, senza stare a preoccuparmi di immaginare se avrebbe venduto, chi l’avrebbe ascoltato o cosa avrebbe detto la stampa. Con ‘…tick…tick…tick’ ho voluto fare un disco punk rock e rumoroso, per ‘Crossing the dragon bridge’ volevo una musica più emozionante e orchestrale. Credo che questo sia uno dei motivi per cui ho una buon successo in Europa: i miei fan mi rispettano e hanno fiducia in me proprio perché conoscono il mio atteggiamento. E se un album non viene un gran che bene, puoi sempre rimediare con il successivo”. Non è lo stesso in America? “Beh, oggi è di nuovo il paese in cui vendo più dischi. Ho buone recensioni, faccio molti concerti e mi si sente anche per radio. Soprattutto negli ultimi cinque o sei anni ho conosciuto una specie di rinascita in patria, soprattutto i dischi che ho fatto a Tucson con i Miracle 3 hanno riscosso molta attenzione. Io stesso considero ‘Here come the miracles’, l’album che ho pubblicato nel 2001, il mio migliore in assoluto e il più importante: ha rilanciato la mia carriera in un momento in cui in molti si stavano dimenticando di me. Da quel momento ho messo a frutto nuove idee e ho riacquistato fiducia nel mio processo creativo. Negli anni ’90, dopo lo scioglimento dei Dream Syndicate, in America c’era un clima ostile al tipo di musica che faccio io. Nelle classifiche impazzava gente come Garth Brooks, era un pessimo periodo anche per i club e la musica indie. Tutto è migliorato negli ultimi dieci anni: merito anche di Internet, certamente, che ti permette di entrare in contatto anche con i generi musicali più oscuri: se cerchi in rete un gruppo di nani che canta gospel probabilmente trovi anche quello!”.
Qualche nome oscuro, per il pubblico rock, figura anche nei crediti di “Crossing the dragon bridge”: Tomas Pengov, per esempio, autore di una suggestiva ballata intitolata “She came”. “E’ un cantautore underground molto popolare in Slovenia”, spiega Steve, “il Townes Van Zandt locale: come lui scrive canzoni di grande intensità emotiva ed è un gran bevitore…Solitamente compone in sloveno, ma Chris mi ha fatto ascoltare quella canzone tradotta in inglese e me ne sono innamorato subito. So che la mia versione gli è piaciuta, ne sono contento perché quando fai una cover la reazione dell’autore non è sempre così amichevole…”. E se diventasse una regola, quella di registrare dischi ad ogni angolo del mondo lavorando con musicisti del posto? “Magari, ho in mente un sacco di luoghi in cui mi piacerebbe andare a incidere. New Orleans, per esempio, e Montreal. O l’Italia, magari la Sicilia. In qualunque momento, io sono pronto a prendere la mia valigia e la mia chitarra”.
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