Jannacci ricanta se stesso: 'Perché oggi sono meglio'

Jannacci ricanta se stesso: 'Perché oggi sono meglio'
Un "best" risuonato e ricantato, come quello di Jannacci che esce oggi nei negozi per Ala Bianca, spesso si fa per riappropriarsi del proprio repertorio sparso tra una miriade di etichette discografiche, oppure perché col passato si ha qualche conto in sospeso. Però qui bisogna tener conto del personaggio: con lui le cose non sono mai così scontate e lineari, e saltano fuori altre chiavi di lettura. "Perché le ho volute rifare? Perché oggi canto meglio, perché gli arrangiamenti di mio figlio Paolino sono molto più belli e perché canzoni come 'Il duomo di Milano' o 'Soldato Nencini' non se le ricorda più nessuno. Neanche 'L'uomo a metà', se per quello. Una delle mie canzoni migliori, che un discografico cretino fece uscire il giorno che esplodeva la guerra in Iraq e che così passa completamente inosservata".
Due cd, 35 titoli con un gruzzolo di inediti assoluti ("Rien ne va plus", "Il ladro di ombrelli", "Mamma che luna che c'era stasera"), un "Bartali" in coppia con Conte che sbanda ma pedala a tutta birra, pezzi d'antiquariato del periodo Joker, hits e classici ("Vengo anch'io no tu no", "Quelli che...", "E la vita la vita", "El purtava i scarp del tennis"), cose ascoltate qualche volta dal vivo ma mai tradotte prima su disco ("La costruzione", firmata con Sergio Bardotti e Chico Buarque de Hollanda, roba di quarant'anni fa: "Ci incontravamo ogni giorno alla Rca, con Chico, insieme abbiamo fatto anche 'Nove di sera' e 'Pedro Pedreiro'). "The best", appunto. "Che significa le più belle per me, anche se io l'inglese lo odio". Mancano "L'Armando", "Faceva il palo", "Ho visto un re", "Mexico e nuvole"... "Ma mica potevo metterle tutte, ne ho scritte seicento! Quelle che ho scelto le ho rifatte con un tema vocale nuovo, con una stesura più emozionante e partecipata. Una volta cantavo di gola perché non sapevo fare altro. E' stata la mia fortuna, ai tempi di 'Vengo anch'io': piaceva quel mio fare da matto, quell'aria da brutto anatroccolo. Spesso va così, con il successo: dovrebbe essere Baglioni, la bandiera della musica italiana all'estero, mica Ramazzotti. E avrebbe dovuto esserlo Paoli, non c'é Modugno che tenga". Ripensamenti? "Il mio discografico non sa neanche cosa sia 'Natalia', e mi sono mangiato le mani di non averla messa qui dentro a posto di qualcun'altra". Magari di "Veronica", l'ultima traccia (firmata con Fo e Beppe Viola) che lui detesta cordialmente. "A me quella canzone m'ha sempre rotto i c...", conferma. "Sarà quell'urletto, e poi mi dimentico sempre le parole! Ci sarà un motivo, se non mi succede con 'Se me lo dicevi prima'! Ma non è cabaret, perché io il cabaret non l'ho mai fatto: datemi dello chansonnier, piuttosto".
Canzoni che parlano di latterie, di ladruncoli, di fabbriche (e di Vincenzina, naturalmente), di una Milano che non c'é più. Ma anche del futuro che è ancora un "un buco nero in fondo al tram" come ai tempi in cui scrisse "Io e te", 1979 ("Perché i ragazzi sono ancora così. Ma il peggio è che gli va bene"). La stessa amara disillusione si rintraccia negli inediti, che a Enzo sono costati non poca fatica. "A fare 'Rien ne va plus' io e Paolino ci abbiamo messo sei mesi, sarà che oggi sono diventato più lento e che la partitura era complessa. Quella canzone sono io oggi e la vita che passa, da ragazzo ti sembra una bella fontana e poi diventa una brutta puttana". E "Bartali"? "Sono andato da Conte ad Asti, e abbiamo deciso di provarci. Lui s'è inventato questo tango in minore che poi esplode in maggiore. Buona la prima, perché lui continuava a sbagliare e io volevo interrompere. Portato il nastro in un altro studio, mio figlio ha fatto un gran lavoro, dandogli il tocco sinfonico-drammaturgico giusto. Conosce bene le macchine, lui. E quando discutiamo di cose musicali finisce sempre che ho torto io". E i pezzi in milanese? "Sei minuti all'alba" ha conservato il dialetto, "Dona che te durmivet" invece è diventata "Donna che dormivi"... "Così è migliore. Anche se, ha ragione Gianni Mura (nelle note di copertina), 'manasc suona meglio di grosse mani". C'é anche "Via del campo", che dai primi anni '90 porta anche la sua firma in qualità di autore della musica, accanto a quella di De André. "Ma è il testo", riconosce onestamente, "che è meraviglioso. Su quella melodia io e Fo, a teatro, cantavamo una antica filastrocca che si chiamava 'La mia morosa la va a la fonte'... Valeva la pena di ricantarla e risuonarla, insomma: questa come tutte le altre. Perché, per dirla alla Jannacci, 'magari una volta ero più bravo, però oggi sono meglio'".
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