Hard-Fi: 'Arriviamo dal nulla per conquistare il mondo'

La necessità aguzza l’ingegno e torna di moda il diy, l’etica e l’estetica del fai da te come ai bei tempi del punk.

Gli Hard-Fi da Staines, livida città dormitorio nei dintorni dell’aeroporto internazionale di Heathrow, il loro disco di debutto, “Stars of the cctv”, se lo sono fatti letteralmente da soli, nel classico scantinato e con un pc di seconda mano trasformato alla bisogna in home studio (poi è intervenuta la Atlantic, il mini album iniziale è diventato un cd di undici pezzi e il disco è finito in classifica in Inghilterra, dove tuttora staziona nelle prime posizioni: ma questa è un’altra storia). Il tutto lo si deve alla cocciuta determinazione del leader, cantante e autore del quartetto, Richard Archer. “Abbiamo inciso il disco”, racconta, “in un posto grande più o meno come questa stanza d’albergo, solo con i soffitti molto più bassi. C’è voluto un sacco di tempo, normale quando si hanno pochi soldi a disposizione. E poi dovevamo imparare tutto da zero, non c’era un ingegnere del suono ad urlarci che stavamo sbagliando e ne abbiamo approfittato per sperimentare, provare soluzioni diverse: un contrabbasso qui, un flauto là, una registrazione riprodotta al contrario su un altro pezzo ancora. Il disco lo abbiamo praticamente mixato in auto, sulla macchina di Wolsey White, un mio amico di Staines che per l’occasione ci ha fatto da produttore. Andavamo in giro per la città ascoltando il nostro cd e ci dicevamo: ehi, qui ci sono troppi bassi, riduciamo il livello. In fondo, pensavamo, la gente lo avrebbe ascoltato proprio in auto, o in camera da letto. Abbiamo fatto tutto da soli: registrazione, missaggio, masterizzazione, copertina…Abbiamo pubblicato il cd su una etichetta autogestita, Necessary Records, poi lo abbiamo venduto direttamente ai negozi, stampandone un migliaio di copie per volta man mano che esaurivamo le tirature precedenti”. .


E poi è arrivata la Atlantic, l’etichetta dei Led Zeppelin, di Aretha Franklin, “….

e dei Darkness! Dopo che il disco è uscito è successo l’imprevedibile, talent scout e direttori artistici che affollavano i concerti, ho cominciato a passare intere giornate al telefono a discutere con gente che mi chiamava per metterci sotto contratto. Alle sette di sera finiva il turno degli inglesi e cominciavano gli americani, che intanto si erano svegliati. A differenza di altre etichette che sono rimaste ferme al palo quelli della Atlantic ci sono sembrati sinceri quando ci hanno detto che credevano fermamente in quel che facevamo. Non conta mettere sul piatto un sacco di soldi, se non si ottiene fiducia non si va da nessuna parte”. Vero: ma la bellezza del loro primo disco è che suona puro, grezzo, spontaneo, non manipolato. “Indie” al cento per cento: che succederà la prossima volta? “Beh, anche il primo disco abbiamo comunque cercato di farlo suonare il meglio possibile, volevamo che piacesse alle radio. Certo, non abbiamo usato il computer per correggere gli errori e tutti gli strumenti sono suonati manualmente. E’ un tipo di suono a cui vogliamo restare fedeli anche in futuro, vorremmo conservare lo stesso feeling e la stessa fluidità ma al tempo stesso evolverci. Le canzoni? Con tutto il tempo che ci abbiamo messo a completare il primo album ho fatto a tempo ad accumularne trenta, trentacinque. Alle prova dei fatti molte si sono rivelate una schifezza e ho dovuto scartarle. Ma il materiale non ci manca, va solo rifinito. Quel che è sicuro è che il prossimo disco non lo registreremo nello stesso posto. E’ troppo piccolo, non è isolato acusticamente e i vicini ci manderebbero a quel paese”. .


Intanto gli Hard-Fi, che vivono ancora a Staines, prolungano una tradizione classica inglese: quella del rock’n’roll che arriva dai sobborghi.

“Sì, come i Jam che venivano da Woking, o gli Stones che stavano a Dartford prima di trasferirsi a Richmond. Se vivi a Londra hai un sacco di distrazioni, cose da fare e da vedere. In un posto come Staines, invece, hai due alternative. Puoi accettare le cose come stanno, restare a vivere da quelle parti, tenerti il tuo lavoro, sposare la tua ragazza, crescere figli e continuare ad abitare vicino ai tuoi genitori: non c’è niente di male, ho un sacco di amici che lo fanno. Oppure puoi cercare qualcosa di diverso, concentrarti su altre ispirazioni: per esempio decidere di passare tutta la notte in uno studio di registrazione a perfezionare una canzone, invece di andartene al pub”. E dove arriva quell’infatuazione per il dub, lo ska, il reggae, la disco? “ E’ un atteggiamento che abbiamo ereditato dai gruppi che ci piacciono e che ascoltavamo quando eravamo più giovani. Al reggae e al dub ci siamo arrivati attraverso i Clash, e ai Clash attraverso i Nirvana e ‘Nevermind’. Sai come funziona, leggi le interviste e le recensioni sui giornali musicali e cominci a incuriosirti sui nomi che fanno i musicisti e i giornalisti. E’ normale, no? Nessuno nasce conoscendo a memoria la storia della musica e l’intera produzione discografica preesistente…Si impara e si fanno scoperte un poco alla volta”. Ci si chiede se ci siano delle similitudini, tra il mondo in cui crebbero Clash e Specials e il loro, l’Inghilterra di Margareth Thatcher e quella di Tony Blair… “Ho ventinove anni, dunque all’epoca del primo punk e della Thatcher ero un bambino piccolo. Ma credo che delle analogie ci siano. Oggi si sente spesso dire in giro che il paese va a gonfie vele e che l’economia tira. Ma io conosco un sacco di gente che non se ne accorge, che non ha una casa o un lavoro, che si sente privata di quei privilegi e scollegata da questo supposto benessere”. Sono i temi del singolo “Cash machine” e di altre canzoni di “Stars of the cctv”: “Sì, quella canzone parla di chi pur avendo un lavoro non guadagna abbastanza per pagare le bollette e finisce per indebitarsi per mantenere uno stile di vita che non si può permettere. Così finisci schiavo del bancomat, del bisogno continuo di soldi. E tutti aspettano il venerdì sera per sfogarsi, divertirsi e non pensare”. Tema di altre canzoni del disco (“Hard to beat”, “Living for the weekend”), e a sua volta molto, molto inglese: “Forse perché una volta era al venerdì che si riceveva la paga settimanale. E questo tipo di mentalità tradizionale, che aspetta il fine settimana per spendere i soldi nei divertimenti e sfogare le pressioni, in qualche modo è sopravvissuto”. Ma c’è anche una canzone in qualche modo politica, nel disco, come “Middle Eastern holiday”: “E pensare che un giornalista inglese mi ha chiesto se l’argomento era una vacanza in Egitto…Quel pezzo mi è venuto in mente guardando alla tv le notizie tragiche sui soldati inglesi in guerra in Iraq. Ho visto le loro facce sullo schermo, ragazzini di 18, 20 anni, e ho pensato che al loro posto avremmo potuto esserci io e i miei amici. E loro erano lì, invece di essere a casa ad ascoltare musica, ad aspettare il weekend per andare a ballare e folleggiare in giro…Non ho voluto fare una dichiarazione politica, pontificare su quel che ritengo giusto o sbagliato, ho semplicemente cercato di mettermi nei loro panni. Se lo facessimo tutti più spesso, cambieremmo modo di pensare e forse in giro ci sarebbero meno conflitti”. Il sempre esagerato NME li ha definiti “portavoce di una generazione”: non è un peso troppo ingombrante da portare sulle spalle? “Ma si sa come sono fatti, sempre alla ricerca di titoli ad effetto. Hanno scritto che noi siamo meglio dei Clash… e che gli Arctic Monkeys sono meglio dei Beatles! Io cerco semplicemente di scrivere di quello che vedo succedere intorno a me. Ci sono tanti colleghi che si sforzano di scrivere testi acuti che capiscono in pochi. Invece, ancora oggi, ascolti un disco come ‘Nebraska’ di Springsteen e anche se racconta di un posto a migliaia di chilometri di distanza da qui capisci di cosa sta parlando”. A proposito di America: prime impressioni di viaggio? “La prima volta che ci siamo stati abbiamo suonato al South by Southwest di Austin. C’erano un sacco di altri gruppi inglesi e sembrava quasi di essere a casa, l’unica differenza era il sole del Texas. L’estate scorsa siamo stati in tour e abbiamo attraversato l’America da New York a Los Angeles, passando per tutti quei posti dove ti ritrovi a pensare che nulla è cambiato per secoli e secoli. Eravamo il primo nome in cartellone, insieme ai Dead ‘60s e ai Bravery. In posti come St. Louis o in Kansas nessuno aveva una minima idea di chi fossimo ma la cosa bella è che a fine concerto tutti cantavano le canzoni, ballavano e andavano al banchetto a comprare i cd. E’ la dimostrazione che anche partendo da Staines si può arrivare al resto del mondo”. Appunto: in precedenti interviste alla stampa, Archer ha detto di non volersi porre limiti, di voler competere direttamente con Eminem. Una dichiarazione bellicosa…“Ma certo. Non capisco la tipica mentalità ‘indie’ secondo cui desiderare il successo è una cosa brutta e disdicevole. Forse è un atteggiamento che si addice a musicisti che arrivano da famiglie più benestanti delle nostre. Noi invece dobbiamo guadagnarci da vivere e lavoriamo sodo per quello. Che senso ha accontentarsi di essere più popolari dei Bloc Party, per dire, se lì fuori c’è un mondo intero da conquistare? Anche Eminem, come noi, arriva dal nulla”. .

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