Manuel Agnelli: "L'arte è conflitto"
Un premio alla carriera ha per natura il passo del bilancio: guarda un percorso da lontano e lo restituisce come qualcosa di compiuto. Nell’edizione 2026 del Premio Tenco, intitolata “Dio è morto”, il Club Tenco ha assegnato il riconoscimento alla carriera a Manuel Agnelli e agli Afterhours. Ma la band non è affatto un capitolo da archiviare, anzi: tornerà sul palco con un tour che celebra i quarant’anni dal primo 45 giri (My Bit Boy) e i 25 di Quello che non c’è, a partire da gennaio.
Il perché del premio sta nel modo in cui gli Afterhours hanno cambiato la canzone d’autore italiana. In quasi quarant’anni hanno preso una musica di matrice anglosassone e ci hanno incastrato dentro l’italiano, trovando una voce che non era né quella dei cantautori né un calco dei modelli stranieri. È un lavoro di scrittura prima ancora che di suono, cioè il terreno su cui il Tenco misura la canzone d’autore.
Manuel Agnelli è difficile da incasellare. È autore e frontman, ma anche produttore, giudice, organizzatore. Una carriera votata all’indipendenza, ma alle sue condizioni: un’indipendenza che non coincide con l’appartenenza a una nicchia e che costruisce strutture proprie per poi portarle anche fuori dalla scena cui appartiene. Con un occhio sempre rivolto all’estero: i primi dischi sono in inglese, pensati per un ascolto che non era quello italiano, e anche il tour del 2027 parte da Amsterdam e tocca Bruxelles, Londra, Parigi e Berlino prima delle date italiane.
Manuel, i vostri primi lavori erano interamente in inglese. Poi da Germi è arrivato l’italiano.
Ho cambiato dall'inglese all'italiano i miei testi perché era grottesco stare sul palco e cantare cose che a volte non arrivavano alla mia stessa band, figuriamoci al pubblico. Era un muro, una grande distanza. Ci ho messo tanto a convincermi, loro (gli Afterhours, ndr) hanno fatto un gran lavoro per spingermi a cantare in italiano. Mi sembrava una forzatura cantare in italiano perché io ascoltavo solo roba che arrivava dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra. I ragazzini devono rompere con la generazione prima, e io volevo rompere con la generazione cantautorale, che adesso riconosco essere stata una grandissima generazione. Però in quel momento volevo rompere con loro, e quindi scrivevo in inglese. In realtà poi speravamo, per le musiche che facevamo, di avere più riscontri fuori dall’Italia. Quando il pubblico ha cominciato ad aumentare, è diventato ancora più grottesco continuare a cantare in inglese, perché era proprio una grande barriera.
E quando mi sono messo a scrivere i testi in italiano, e ci siamo messi a cantare in italiano, abbiamo visto una differenza di potenza comunicativa, di complicità con il pubblico incredibile. Quella cosa è stata inebriante. Poi ci siamo anche dati un po', non dico alla sperimentazione, però un po' sì, per incastrare l'italiano dentro le strutture musicali che non erano della tradizione italiana. Usando tecniche letterarie, per lavorare un po' sull'italiano. Credo che nel tempo questo mi abbia dato una personalità nello scrivere i testi, e agli Afterhours forse un carattere in più.
L'italiano ci ha reso unici, se posso dirlo, perché suonare queste cose qua, ma cantando in italiano, è una cosa che nel mondo ci rende distintivi, tanto che dei parecchi tour che abbiamo fatto, sia all'estero che in America, forse quello dove abbiamo raccolto più complimenti è stato quando siamo andati all'ATP, il Festival a New York, dove abbiamo fatto tutto il set in italiano, e in tantissimi per tutto il pomeriggio ci hanno cercato. Perché eravamo riconoscibilissimi rispetto al resto delle proposte.
“Dio è morto”, si sottolinea quest’anno a Sanremo. C'è stato un "Dio" che hai dovuto uccidere per diventare te stesso?
No, però ho dovuto a un certo punto – secondo me, per fortuna – accettare i miei limiti, la mia mediocrità, e questo mi ha reso meno mediocre. Se per una generazione Dio era morto, per questa qua c'è addirittura il fatto di rifiutarsi di rendersene conto. Se torniamo a renderci conto del nostro malessere, forse già abbiamo fatto metà della strada.
Una volta canzone d'autore era quasi sinonimo di canzone di protesta. Giovedì sera hai detto dal palco che oggi mancano artisti con carattere.
È stato un lavoro di anni di destrutturazione culturale, quindi non nasce oggi questo problema. Sono trent'anni che un certo tipo di cultura viene in qualche modo demonizzata, anche per colpa di una classe di intellettuali che, in un modo o nell'altro, è diventata una sorta di baronato dove si vuole impossessarsi di orticelli vari, tenere il controllo sulla cultura, su che cosa è cultura e cosa no. Questo anche nell'underground musicale è successo, per cui anche nella musica è successo questo, che ci sono stati tanti piccoli orticelli ed era così: o con loro, o contro di loro.
Comunque, in tutti questi anni c'è stato un lavoro di destrutturazione culturale pazzesco, un sacco di individualismo, la disabitudine proprio a unirsi, a fare qualcosa anche per l'esterno, per gli altri, per il fuori, parlare anche a chi non è come noi. C'è stato un grande lavoro, credo, comunque questi sono i risultati. Io penso che adesso la nuova generazione, non so se si è resa conto, ma è portata invece a scendere in strada, a unirsi, a fare delle cose collettive, a pensare alla collettività e questo è un valore enorme, secondo me: è una cosa che noi nel nostro piccolo dobbiamo aiutare.
La grande arte nasce dal conflitto.
Infatti io penso che la nuova generazione, a livello artistico, a livello creativo, sia una delle più interessanti, molto promettente, proprio perché hai ragione: sicuramente nei periodi di conflitto, soprattutto sociale, si è portati comunque a esprimersi e quindi in qualche modo a cercare le soluzioni, a raccontarsi, anche ad avere un linguaggio che non sia quello che ci propinano a tutti i costi i media. Per cui credo che sia, hai ragione, un periodo molto interessante da quel punto di vista.
Di questi tempi, anche le scene alternative hanno bisogno di visibilità, piattaforme, organizzazione e risorse per arrivare al pubblico. Che cosa vuol dire essere indipendenti oggi?
Essere indipendenti è una condizione dello spirito, non è una condizione commerciale, non è una condizione professionale. Un sacco di gente che critica poi, non so, magari ha le Nike ai piedi o ha le tute dell'Adidas. Per cui ogni volta che perdiamo di consapevolezza rispetto a quello che è veramente voler essere indipendenti, secondo me certifichiamo anche l'inutilità delle bandiere, del dover sbandierare per forza l'indipendenza come causa superiore a qualsiasi cosa. La cosa più importante è il contenuto, quindi quello che raccontiamo, come lo raccontiamo e la sincerità nel raccontarlo; questa è la cosa più importante. Se essere indipendenti vuol dire stare in un ghetto, autoghettizzarsi e parlare soltanto fra di noi, non vale un cazzo; se invece essere indipendenti vuol dire fare quello che vuoi nella vita, in tutto e per tutto, non solo nella musica, nella vita e raccontarlo agli altri, raccontare la tua esperienza agli altri, allora è importante.