Pino Scotto, tra fabbrica e rock: “Onesto fino al buco del culo”
Quello di Pino Scotto è un viaggio incredibile, iniziato in un paesino del napoletano, che lo ha portato ad essere amato e apprezzato come una vera star nel panorama del blues/rock/hard rock italiano. Una carriera che si è dipanata tra i primi gruppi giovanili sino ad arrivare all’esperienza dei Vanadium (nel decennio anni ’80) a cui ha fatto seguito l’attività da solista ancora in essere.
Qui una selezione di brani dei Vanadium
Tutto questo dividendosi tra rock’n’roll, lavoro in fabbrica mai lasciato - da vero “blue collar” - famiglia e schermo televisivo. Una combinazione di elementi che hanno contribuito alla creazione di un personaggio sempre molto diretto, ruspante, non convenzionale ma dietro al quale si nasconde un grande uomo, attento a valori e relazioni positive.
La storia di Pino Scotto oltre che con la sua musica è ora possibile conoscerla attraverso le pagine di “Cuore di Rock’n’roll - Una vita meravigliosamente stonata” un’autobiografia scritta insieme a Massimo Villa, piena di aneddoti e racconti anche divertenti.
Ma siccome la musica è una grande passione c’è anche un nuovo singolo “True friend”, un hard blues che anticipa l’uscita di un nuovo album con il quale il cantante torna ad abbracciare il blues e la musica delle radici.
Della sua storia e della sua musica ne abbiamo parlato con lui.
La tua è una carriera molto lunga: come la valuti?
È un qualcosa che mi ha salvato la vita, così la valuto. Perché se non ci fosse stata la musica, non so cosa sarei diventato. Non avrei avuto la forza di lavorare in fabbrica per 35 anni senza una passione. La musica mi ha salvato da momenti bui, la musica è, allora come oggi, l'aria che respiro. Senza di lei avrei smesso di vivere, sarei finito in qualche brutta situazione. Solo cose peggiori senza la musica.
Qual è stato il momento più significativo di questi anni?
Voglio dire una cosa: ogni data per me è una gioia, sia quando sono su un grande palco sia in un piccolo pub. Il giorno che prima di salire su un palco dirò a me stesso, “minchia che palle, pure oggi devo cantare”, il giorno dopo smetto. Comunque un momento gratificante è stato il periodo dei Vanadium. Mi ricordo (ed è riportato sul libro) un episodio divertente. Coi Vanadium abbiamo fatto due volte il Rolling Stone" (vecchio locale milanese oggi abbattuto). "La prima eravamo supporter ai Ten Years After di Alvin Lee. il locale era pieno ma in quelle condizioni non potevamo calcolare il 'nostro' successo. L'anno dopo, quando è uscito “Race with the Devil” (1983), abbiamo fatto la nostra data al Rolling Stone e mi ricordo che prima del concerto eravamo in una pizzeria di fronte, a mangiare. A un certo punto sono uscito e ho visto una folla davanti all'ingresso del locale, che quasi bloccava il traffico. Ho detto: “Ma che ci fa questa gente? Probabilmente hanno sbagliato concerto”. Invece erano lì per noi, sold out proprio. Non mi scorderò mai la botta di adrenalina in quel momento. Ci sono tanti altri episodi importanti, sia da solo sia da supporter. Mi ricordo i Motorhead (due volte da solista) i Twisted Sister, gli ZZ Top, i Deep Purple, i Black Sabbath, i Pantera. Ho suonato con tutta questa gente e tutte le volte è stata una botta adrenalinica, pazzesca. C'è un ragazzino in un paesino in provincia di Napoli che dopo aver scoperto Elvis Presley si metteva davanti allo specchio con la scopa in mano e che a un certo punto si trova sullo stesso palco insieme a grandi star. Con Lemmy (Motorhead) è stata veramente una grande amicizia. Ci siamo visti anche al di fuori dei concerti. Ho avuto questa grande gioia, questa grande fortuna.
Tu sei un personaggio molto amato oltre ad essere un punto di riferimento per una certa scena musicale italiana. Come te lo spieghi?
A parte la questione musicale, se facessi schifo non mi seguirebbero, penso che sia per il mio lato onesto, il mio lato umano onesto fino al buco del culo. Io vengo da una famiglia di lavoratori, mio papà lavorava al Porto di Napoli, si alzava alle 5 del mattino e per onestà si è fatto un mazzo così sempre. Ho visto gente che veramente si è sacrificata la vita. E io ho preso da lui e ho sempre lavorato duramente, dal primo momento, Poi c'è un ragazzino di 17 anni che scappa da un paesino in provincia di Napoli. A Napoli sono andato, non a Los Angeles, per fare musica. Dormivo nelle macchine nei parcheggi. Ma anche in queste condizioni ho sempre apprezzato il lato umano e ho incontrato persone che mi hanno aiutato, senza approfittarsene e senza chiedere nulla. Era pura solidarietà tra chi viveva ai margini. Ho imparato quella lezione.
È ancora così oggi?
Io non mi aspetto più niente anche per quanto riguarda la cultura in generale. Inoltre queste nuove generazioni le hanno chiuse in una gabbia, facendogli credere che la meritocrazia, l'onestà, siano il male. E sono riusciti a vendergli la merda al posto del cioccolato. Perciò se questo è il futuro io non vedo nessuna speranza. Senza parlare di chi, ma non solo in Italia, gestisce le politiche, le ricchezze, gente poco affidabile. Perciò per la razza umana vedo poca speranza, in tutti i sensi proprio. I valori che erano le fondamenta, che tenevano legati i popoli, i sentimenti, quelli buoni, quelli veri sono spariti.
Stai per tornare con un disco in cui affronti le “radici”. Di cosa si tratta?
Ho fatto un disco dove c'è dentro country, rock'n'roll, blues, perché penso che bisogna tornare al blues e alle radici e riscrivere la storia da capo. Dobbiamo cercare un'altra strada. Lo possiamo fare anche noi italiani, perché in America, che è immensa, hanno questi vecchi valori per la musica, quella vera, che poi è questa. Stiamo creando, come dire, un rotolo di male, di roba inutile, che messo insieme, continua a soffocare sempre di più la cultura e la grande musica.
Una carriera come la tua e come l'hai costruita, combinando arte e vita personale, secondo te in questo momento potrebbe esistere?
Non sono sicuro, voglio sperare che ci siano ancora persone così. C’è gente che decide di fare musica per professione. Io non ho mai scelto di fare questo lavoro, il mio lavoro era l’operaio, la musica era ed è ancora la mia passione, la mia più grande passione e con questa idea l’ho sempre fatta. Ma uno che sceglie di fare solo questo lavoro, prima o poi molla e si mette a fare merda, a suonare con chiunque per portare la pagnotta a casa. Altrimenti decidi veramente di continuare a suonare per passione e ti trovi un altro lavoro per vivere.
Quindi anche nei momenti d'oro non avresti potuto vivere solo di musica?
No, non ce la fai a mantenere una famiglia, e avevo anche un figlio. Non ho mai avuto l'opportunità di guadagnare tanti soldi, guarda che anche con i Vanadium non guadagnavamo un cazzo, perché con quello che entrava alla fine dovevamo pagare commercialista, sala prove, strumenti. e si suonava poco, perché allora non era come adesso che suono in qualsiasi buco, se facevamo 20 concerti all'anno era già tanto, io li faccio ogni mese 20 concerti, più o meno. Devi essere fortunato, vendere tanti dischi e fare tanti concerti, insomma. Ma ormai i dischi non li stampano neanche più.
Come mai sono spariti dall'orizzonte italiano musicale il rock, ma anche l'hard rock e in particolar modo il blues?
Non solo in Italia, un po' in tutto il mondo; poi l'Italia, sai, è un paese abbastanza borderline per quanto riguarda la cultura, lo siamo sempre stati e lo siamo ancora, siamo il paese più ignorante dell'Europa, cosa ti aspetti? È normale. Per quanto riguarda il rock, tutto era bello finché siamo arrivati al metal, band come Judas Priest, Iron Maiden e gente così, ma quando poi il thrash, quello degli anni 80, quello che piaceva a me, ha cominciato a estremizzarsi ed è diventato black metal, dove ci sono delle raspe al posto delle chitarre, dove c’è gente che vomita invece di cantare, è da lì che si è persa la radice della pianta, ci sono solo fotocopie delle fotocopie delle fotocopie. Purtroppo io non la considero musica, alla base bisogna essere uno che canta, uno che fa delle melodie, uno che scrive dei test importanti, un chitarrista che suona, che fa dei soli, che crea dei riff.
Hai detto che con questo nuovo disco che sta per uscire sei tornato indietro: raccontami un po' “l'involuzione” che ti ha portato a questa scelta.
A parte che nei miei dischi c'è sempre stato qualcosa di blues, in minima parte però, questa volta invece sono 11 brani che viaggiano in quella zona. È stata una scelta quasi obbligatoria, non ci stavo più dentro, dovevo fare questo disco. Non so se sarà proprio questo il mio futuro, però questo disco ora lo dovevo fare così.
Quando esce il disco?
Dovrebbe uscire ai primi di maggio.
E intanto c'è questo singolo che l'anticipa.
“True friend” è il primo singolo, poi ci sarà “No Fear No Shame”. Ho fatto tre video e tre singoli, chiamiamoli così. Sta avendo un bel riscontro questa ballad che ho scritto pensando all’amicizia, perché stavo passando un brutto momento e ho incontrato una persona che mi ha salvato. Mi ha salvato dalla paranoia, mi ha dato ancora una mano. L'ho scritta per lui, ma l'ho scritta proprio per l'amicizia, perché vedo che l'amicizia è una delle cose principali, uno dei valori, quelli veri, che continuano a mancare sempre di più nelle persone. Ci sono gli amici e i conoscenti, ma gli amici sono quelli che quando hai bisogno ci sono sempre, quelli che si preoccupano se stai male e non chiedono niente. Invece molti quando ti fanno un favore te ne chiedono due.
Sono tutte canzoni originali?
Sì, sono tutte canzoni originali. Ho voluto tirare dentro gente che ha suonato con me in questi anni, tutti ancora legati al blues, gente come Osvaldo Di Dio, un chitarrista blues che ha omaggiato Pino Daniele con “Blues For Pino” e suona con Cristiano De André. C'è Maurizio Gnola, che è un amico del passato di quelli veri, quello che ho sempre rispettato, un grande chitarrista blues anche lui, grande persona. C’è Gennaro Porcelli, che suona con Bennato da anni, Paolo Bonfanti, che ha suonato con tutti. E poi Olly degli Shandon, con cui ho scritto “True Friend”, questa ballad. C'è gente che rispetto umanamente, perché per me l'importante è quello, prima ancora dell’aspetto tecnico.
Hai qualche rimpianto in carriera? Qualche cosa che avresti voluto fare in maniera diversa o che non hai fatto?
Un rimpianto c’è ed è quello di quando con i Vanadium abbiamo fatto “Corruption of Innocence” con la produzione di Jim Faraci (1987). Ci hanno fatto la proposta di trasferirci in America e purtroppo non siamo andati. Quello è un grande rimpianto. Per il resto ho fatto quello che sentivo di fare. Poi ci sono state tante altre cose che ho cercato di fare, ho cercato di spingere un po' più il pedale, ma purtroppo non sono figlio di Berlusconi. E in più sono stato anche limitato, perché ho sempre lavorato, andavo in fabbrica tutti i giorni. 35 anni senza dormire! Ho avuto delle grandi offerte, tipo Sanremo, nei primi talent mi hanno chiamato a fare il giudice. Ma non le ho accettate, non ce la faccio. Sono contento che ancora adesso con la dottoressa Vetro abbiamo questo progetto Rainbow, un piccolo ospedale a Coban, in Guatemala, per i bambini della discarica di Coban. Faccio volontariato qui fuori Milano, in una onlus che si chiama Le Vele, dove ci sono questi bambini autistici e down, che sono delle creature meravigliose. Si potrebbe fare tanto altro. Artisti, quelli che riempiono gli stadi, magari lo fanno e non lo dicono ma si potrebbe organizzare due o tre volte all'anno un grosso evento per raccogliere soldi, sai quanti se ne raccoglierebbero. Invece ognuno pensa solo ai cazzi suoi.
"Pino Scotto: cuore di rock'n'roll" è pubblicato da Il Castello (184 pagine, 18 euro)
