Mina, "la voce del silenzio"
"Mina. La voce del silenzio", nelle librerie in questi giorni per Il Saggiatore, è il ritratto collettivo di un mito.
L'idea del libro risale al convegno internazionale "Mina. La voce del silenzio. Presenza e assenza di un’icona pop", organizzato presso il Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Torino, corso di laurea in Dams, in collaborazione con il Crad – Centro di ricerca sull’attore e il divismo che si è tenuto nel 2021. Gli atti del convegno sono stati rielaborati e ampliati dai curatori Giulia Muggeo, Gabriele Rigola e Jacopo Tomatis, che ne hanno tratto un volume di 488 pagine articolato in tre sezioni (come spiegano i curatori nell'introduzione: "La prima – Ascoltare Mina – si concentra sulla Mina cantante e musicista, attraversa il suo amore per il jazz, per la canzone napoletana, i suoi duetti ele sue performance più famose, le sue canzoni. La seconda – Guardare Mina – osserva Mina e il suo corpo per come si sono manifestati al cinema, sulle riviste e sui rotocalchi, in televisione. La terza – Immaginare Mina – è la controparte «in negativo» delle prime due: si apre con la «rinuncia a essere vista» di Mina e si dedica a contemplarne l’assenza"). Il lavoro si è avvalso della collaborazione di Vito Vita per l'iconografia, ed è impreziosito da una lunga, articolata e affettuosa introduzione di Ivano Fossati che si apre con queste parole: «Se potessimo porre a tutti gli italiani la semplice domandacirca chi sia la nostra più grande cantante la risposta sarebbe un immane, roboante urlo all’unisono di sole due sillabe, Mina.»
Per gentile concessione dell'editore traiamo dal volume alcuni brani del capitolo "Cover girl. Mina e il repertorio straniero in Italia", scritto da Paolo Prato.
Da oltre sessant’anni Mina opera come interfaccia tra l’Italia e il mondo. È lei – l’artista italiana che ha venduto più dischi (150 milioni), seconda dopo Vasco per numero di album (17), al primo posto nelle classifiche italiane – ad aver introdotto più di altri canzoni straniere nel nostro paese, sia in italiano, sia nella lingua d’origine, contribuendo a raffinare i gusti del pubblico a cui ha presentato generi, autori, ritmi e sonorità inedite. Scorrendo la sua discografia si ripercorre la storia della popular music globale per come questa ha interagito con quella italiana, e il risultato è di ritrovarsi di fronte a un’enciclopedia della canzone internazionale. Come ha scritto Mario De Luigi, in Mina le cover hanno un peso più rilevante rispetto alla maggior parte degli altri interpreti italiani di musica «leggera». Solo nei primi quindici anni, queste hanno rappresentato un quarto della sua discografia, superando il 30% negli album.
Beat e rock
Negli anni sessanta il mercato della popular music era scisso in due: il pop per adulti e la nuova musica giovanile di cui erano parte black pop, beat e rock, sua evoluzione. Mina riesce a comprendere tutti questi universi, maturando insieme a loro. L’imprinting di Baby Gate la porterà a esplorare territori che un’interprete di adult pop difficilmente vorrebbe considerare. Del beat classico ripropone «Yeeeeh!» imitando l’italiano stentato di Mal dei Primitives (in "Ti conosco mascherina", 1990), un brano cult come «Una ragazza in due», ovvero «Down Came the Rain» ("Mina con bignè", 1977) e una soul ballad come «L’abitudine» («Daddy’s Dream», in "Altro", 1972) immortalata da Demetrio Stratos nella fase di transizione tra Ribelli e Area. Ritorna a James Taylor incidendo «You’ve Got a Friend» («Io ti amavo quando»), che il folksinger rubò a Carole King, e «Hey Mister, That’s Me up on the Juke-Box» («È proprio così, son io che canto»). Nello stesso album, "Cinquemilaquarantatre" (1972), include anche «Delta Lady» ispirandosi a Joe Cocker in un’interpretazione peraltro non particolarmente riuscita. Con il rock duro ci riprova proponendo «My Sharona» ("Finalmente ho conosciuto il conte Dracula") ma dà il meglio in atmosfere più soffuse: «You’ve Made Me So Very Happy» ("Dalla Bussola", 1972), sprazzi di «Oye come va» e «Black Magic Woman» ("Sorelle Lumière", 1992), «Every Breath You Take» e «More Than Words» ("Pappa di latte", 1995).
E se Sinatra è il faro che guida la Mina pop, Baby Gate guarda anzitutto a Elvis e ai Beatles, tutti coetanei. Elvis lo affronta molto tardi: la sua prima cover, «Love Me Tender», risale al 1991 (in "Caterpillar") e poco ha in comune con l’originale. Trasformato in una jazz ballad, il lento che ha fatto ballare guancia a guancia una generazione diventa una canzone per adulti. È il marchio di Mina quello di consolidare un repertorio adulto insinuandovi brani che non avevano niente a che fare con il mainstream ma erano giovanilisti, diversi per timbro e approccio vocale. Stesso discorso per «I Want to Be Free», «Heartbreak Hotel» e «Are You Lonesome Tonight», tutti successi del primo Elvis che Mina dispensa in altrettanti album (rispettivamente "Ti conosco mascherina", "maeba" del 2018 e "Uiallalla") con la sola eccezione di «Fever», che pubblica come singolo nel 2003 con un arrangiamento quasi techno.
Anche il repertorio dei Beatles viene affrontato quando il gruppo è già morto. Le prime cover – «Yesterday» e «Something» – risalgono al 1971 (in "… Del mio meglio"), l’ultima – «And I Love Her» – al 2022 ("The Beatles Songbook", riedizione di "Mina canta i Beatles", 1993). Nell’arco di trent’anni Mina rilegge «Michelle», «My Love» ("Plurale", 1976), «Hey Jude» ("Catene"), «Oh Darling» ("Uiallalla"), e «She’s Leaving Home» ("Kyrie", 1989) culminando con il tributo monografico sopra citato ("Mina canta i Beatles"), da cui ricava due singoli («The Fool on the Hill» e «Let It Be») nella prima edizione e altri due nella seconda («And I Love Her» e «So che mi vuoi», ovvero «It’s for You»).
È l’ennesima prova che l’artista ha preso le distanze dalla stretta attualità, da cui attinge solo in rari casi, orientando le scelte verso un passato anche recente, ma che rientri in un’idea di classicità.
Nel rileggere successi immortali e hit del momento, classicina talizi e canzoni dei Beatles, rock ballad e successi targati Motown, evergreen latinoamericani e romanze operistiche, Mina non solo rimarca la propria unicità nel contesto internazionale, ma estende la sua padronanza di un repertorio distinto dal canone dominante. Attraverso le sue cover, inoltre, è possibile monitorare l’evoluzione dei gusti mainstream che Mina ha a volte assecondato, a volte anticipato andando anche, occasionalmente, controcorrente. Certo è che, appropriandosi di centinaia di brani su cui ha apposto il proprio sigillo, valorizzandoli oltre le migliori intenzioni dell’interprete originario, Mina demolisce l’ideologia della cover come sottoprodotto dell’in dustria discografica. Un’ideologia che ha prosperato negli anni d’oro del rock, quando la cover era vista come intrinsecamente inferiore all’originale, spesso un atto di rapina da parte di artisti bianchi nei confronti dei loro colleghi neri. Se la popular music deve essere intesa come espressione di una cultura più che di un singolo talento, per comprendere in pieno potere e significato delle cover dobbiamo abbandonare la visione romantica dell’autenticità che ha prodotto il rock angloamericano negli anni sessanta. Mina ci dà una dimostrazione di questo superamento epocale.
Paolo Prato