E poi Shawn Mendes è finito nel vortice
“Non capisco chi sono in questo momento”, si dispera Shawn Mendes in “Who I am”, la canzone che apre il suo nuovo album “Shawn”. È stata una delle prime che il cantautore canadese ha scritto e composto una volta uscito dal tunnel dal quale nel 2022 lanciò un sos, quando alla vigilia del suo tour mondiale annunciò all’improvviso sui social di doversi fermare. Prima di quel campanello d’allarme non c’era stato alcun sentore che qualcosa avesse smesso di funzionare, nella carriera - e nella vita - della popstar da 200 milioni di copie venduti tra dischi e hit come “There’s nothing holdin’ me back”, “Treat you better” e “Señorita”. Tutt’altro: “Wonder”, uscito due anni prima, aveva consolidato il successo di Mendes, ricatapultandolo in vetta alle classifiche di vendita e permettendogli di programmare una tournée di 80 date con incassi stimati in 100 milioni di dollari, polverizzati da quell’annuncio shock. “Ho capito che ho bisogno di guarire e prendermi cura di me stesso e della mia salute mentale, prima di ogni altra cosa”, ammise il cantautore sui social. È proprio la sua uscita dal vortice della depressione che Shawn Mendes canta oggi, a distanza di due anni, in “Who I am” e le altre undici canzoni contenute in “Shawn”, un disco che ha immaginato come una sorta di diario sul quale ha appuntato i pensieri, le riflessioni e i sogni fatti in questi ventiquattro mesi, per ritrovare sé stesso. E lasciarsi andare, alla fine, in una liberatoria versione di quell’”Hallelujah” scritta da Leonard Cohen e resa celebre da Jeff Buckley.
Cercava della purezza, Shawn Mendes. Era l’unica chiave giusta per raccontare questa fase della sua carriera, lontano dal gigantismo al quale aveva abituato i fan con inni pop come le stesse “Treat you better” o “There’s nothing holdin’ me back”. Quella purezza l’ha trovata, lavorando con produttori come Scott Harris, Mike Sabath, Nate Mercereau e Eddie Benjamin, tra i suoi collaboratori più stretti, nel folk degli Anni ’60 e ’70: "Joni Mitchell, Crosby, Stills & Nash e molto John Denver", ha detto in una lunga intervista al New York Times, tra le poche concesse alla vigilia dell’uscita di “Shawn”, parlando delle influenze del disco. A 26 anni Shawn Mendes canta la sua maturità, lui che aveva solamente 15 anni quando grazie ai video pubblicati su Vine - l’app considerata l’antenata di TikTok - diventò una star e si ritrovò in una manciata di anni a incidere quattro dischi di inediti, due album dal vivo, a pubblicare venti singoli e altrettanti videoclip, prima dell’inevitabile tracollo psicologico. “Quando scendevo dal palco, semplicemente non mi riconoscevo. Ero gravemente depresso”, racconta lui, rompendo quel lungo silenzio nel quale si era rintanato dopo l’annuncio dello stop. Scritto e registrato nel corso di due anni, il progetto è stato realizzato in diversi luoghi, tra cui il Bear Creek Studio nello Stato di Washington (dove hanno registrato Soundgarden, Foo Fighters, James Brown), il Darkhorse Recordings di Nashville (dove sono passati Dolly Parton, Keith Urban, Jeff Beck e Neil Diamond) e l'Electric Lady di New York (gli studi della Grande Mela fondati nel 1970 da Jimi Hendrix, che hanno ospitato sessions dei Rolling Stones, di Lou Reed, di David Bowie, di Patti Smith, dei Led Zeppelin e dei Clash).
L’album è stato anticipato dai singoli “Why why why” e “Isn’t that enough”, che ad agosto hanno segnato ufficialmente il ritorno sulle scene di Shawn Mendes: “I stepped off the stage with nothin’ left / all the lights were fuckin’ with my head / but here I am, singin’ songs again”, “Sono sceso dal palco senza più niente / tutte le luci mi stavano dando alla testa / ma eccomi qui, a cantare di nuovo”, canta in “Why why why”. Ai due singoli ha fatto seguito a settembre “Nobody knows”, una ballata da cuori spezzati che parla di bottiglie scolate. Il “ragazzo dal cuore d’oro” del titolo del disco - e dell’omonima canzone - è un amico “volato via troppo presto, fuori dal suo controllo”: “Mi sono detto: non scriverò quella storia che è stata scritta mille volte da musicisti e artisti che non ce la fanno a resistere e cominciano ad assumere sempre più droghe, sempre più alcol, finché non ne abusano. Io non lo farò”.
La musica è stata la sua medicina: “Due anni fa mi sentivo come se non avessi assolutamente idea di chi fossi. Un anno fa non potevo entrare in uno studio senza cadere nel panico più totale. Quindi, essere qui adesso con 12 bellissime canzoni finite mi sembra un dono. Onestamente ringrazio Dio per i miei amici e la mia famiglia”. Il finale di questa storia è lieto, per fortuna. Perché - dice lui - “la vita può essere brutale, ma avere un piccolo gruppo di persone di cui ti fidi profondamente che ti accompagnano in questo percorso la rende molto migliore. Spero davvero che questo album vi piaccia. Lo spero davvero. Spero che vi faccia sentire caldi e vicini alla terra come fa con me”.