I Coldplay e il lato luminoso della luna
La differenza che fa una risposta in un’intervista: Chris Martin, parlando nei giorni scorsi con Zane Lowe di Apple Music, ha detto che i Coldplay faranno 12 album, poi smetteranno. Nei giorni dell’uscita di “Moon music”, è diventata la notizia ripresa dalle testate di tutto il mondo. Ma non è l’ultimo album della band: è “solo” il decimo: ne seguiranno almeno altri 2, se manterranno la parola ci vorranno almeno altri 5-6 anni per un eventuale addio alle scene: a voi decidere se sia un bene (come sostengono i loro numerosi hater) o un male. Intanto "Moon music" è un buon disco.
Il massimalismo dei Coldplay
“Less is more” ha chiosato Martin, subito dopo, nella stessa intervista. Nell’ultima fase della loro carriera i Coldplay sono stati molte cose ma sicuramente non minimalisti: “Moon music” non fa eccezione, con il suo pop colorato, multiforme, ricco di suoni, idee, ospiti.
L’album è pensato come una continuazione diretta di “Music of the spheres”, uscito tre anni fa: è stato inciso nelle pause del gigantesco tour che va avanti da più di due anni. Al fianco della band c’è un cast ormai consolidato: il produttore Max Martin (il Re Mida svedese del pop), l’Italiano Davide Rossi agli arrangiamenti orchestrali, il producer John Hopkins, Brian Eno. Ci sono temi simili, a partire dall’immaginario astronomico: là i pianeti, qua la luna. Se l’ispirazione del satellite vi fa venire in mente i Pink Floyd, qua siamo dalla parte opposta, metaforicamente e musicalmente: “Moon music”, con il suo pop, è il lato luminoso della luna.
La luna è meglio delle sfere
Ci sono due buone notizie: l’album, ad un primo ascolto, suona un po’ meno dispersivo del precedente, che metteva troppa carne al fuoco senza mai davvero cucinarla. Intendiamoci: anche qua si passa per molti generi, dal pop epico all’elettronica, da ballate per piano ai suoni acustici ed orchestrali, con interludi tra un brano e l'altro. Ma “Moon music” suona più organico del suo predecessore: i Coldplay sembrano voler fare un riassunto delle loro carriera, mettendo assieme le loro diverse anime.
La seconda buona notizia è che il primo singolo “feelslikeimfallinginlove” è un caso isolato, per fortuna. Quando l’ho ascoltata ho pensato che i Coldplay fossero diventati la cover band di se stessi, con quel “I know, lalalala” che sembrava messo a caso per mancanza di idee liriche.
Ma i Coldplay di “Moon Music” sono molto meglio di quella copia sbiadita di loro stessi: e si capisce fin dal primo brano, la title track, brano con Jon Hopkins (qua la nostra intervista). Il producer collabora con la band da 16 anni ma per la prima volta viene accreditato come featuring: è una delle cose più belle del disco, si sente la sua mano nell’introduzione strumentale che si apre in una bella ballata. Funzionano i suoni acustici di “Jupiter”, con abbondante presenza di cori e degli archi di Davide Rossi, con un finale che sembra citare “Viva la vida”, mentre ‘iAAM’ (“I Am a Mountain”) ricorda il pop-rock dei primi album; “Good feelings” è un funk pop con Nile Rodgers.
Certe volte si torna ad esagerare: “AETERNA” è elettronica con la cassa dritta che termina con un coro africano che non c’entra nulla con il brano: il tutto stride pure con i brani precedenti. “We pray” invece mette assieme troppe cose: archi, i beat e il rap. Poi però piazzano ballate al piano come “All my love” o pezzi quasi ambient come la conclusiva “One world” (con Brian Eno), che sanno ancora commuovere e stupire.
Pop ’n’ roll
Per parafrasare gli Stones: “It’s only pop, but we like it”. Ottimismo, buoni sentimenti, melodie, per 45 minuti di sollievo dai conflitti e dalle brutte notizie che ci circondano. Il pop è fatto di queste cose, e i Coldplay lo sanno interpretare bene: certe volte si fanno prendere troppo la mano, ma questa volta - pur nel loro massimalismo - hanno realizzato un disco a fuoco.
Per essere una band che pensa di smettere tra qualche anno, le idee sono tante, e le sanno tradurre in belle canzoni