Classic rock: Grateful Dead, anticipatori della cultura digitale
Da Haight-Ashbury, il quartiere alternativo della Summer of Love di San Francisco, alla Sphere di Las Vegas, lo spazio più tecnologico per la musica dal vivo: "What a long strange trip it's been”.
Dopo gli U2, nel palazzetto del Nevada sono arrivati prima i Phish, poi i Dead & Co: entrambe le band discendono in maniera indiretta o diretta dai Grateful Dead. I Phish sono le icone del mondo delle jam band che ha nei Grateful Dead i padri fondatori; i Dead & Co sono l’ultima incarnazione di alcuni dei membri superstiti della band.
La scelta di questa musica, in questo luogo simbolico, è una testimonianza, una delle tante possibili, di come i Grateful Dead siano un’istituzione del rock e della cultura americana.
"What a long strange trip it's been", appunto: cantava la band in "Truckin'", in una delle loro canzoni più famose, una di quelle che conoscono anche i non adepti al culto di Jerry Garcia e soci. Eppure ancora oggi vantano una fan base enorme, a quasi 20 anni dalla scomparsa del loro leader: i Dead & Co hanno suonato negli stadi e la tradizione di accamparsi nei parcheggi - la “parking lot scene”, l’hanno inventata i Dead Head, non le Swifties. Nel 2015 tutti i membri originali superstiti si sono ritrovati per celebrare i 50 anni del gruppo (e i 20 anni della morte di Garcia): 5 concerti con Trey Anastasio dei Phish alla voce e chitarra al posto dello storico leader, oltre 300.000 persone a vederli dal vivo e 400.000 persone nei cinema o con un biglietto per la visione in diretta streaming - prima di Taylor Swift c’erano loro.
Tra studio e live
La storia dei Grateful Dead è uno spaccato di cultura americana, un’avventura piena di grande musica ma anche di grandi contraddizioni: a partire dal leader Jerry Garcia, genio musicale ma figura autodistruttiva. Un leader pacifista che non voleva comandare, che comanda una brigata di musicisti che si radunano attorno alla Bay Area nel pieno dell’era psichedelica degli anni ‘60.
Attivi dal ’65 al ’95, nel contesto in cui nasce la controcultura hippie, pubblicano il primo disco eponimo nel 1967. Gli inizi sono acidi e psichedelici negli anni ’60, e i grandi dischi di inizio anni ’70 sono più legati al folk rock, “Working man’s dead” e “American beauty” - veri e propri capolavori. Ma già negli anni ’60 ad alimentare il mito della band sono i leggendari concerti in cui le canzoni si dilatano diventando lunghissime jam, tra psichedelia e jazz, e a certificare questo mito è “Live/Dead”, album dal vivo del ’69. Musicalmente la storia della band viaggia così su due binari, quello discografico e quello dal vivo. L’attività di studio sarebbe continuata anche se in maniera molto più discontinua: i Dead hanno sempre avuto un rapporto contrastato con la discografia e lo studio di registrazione, e la "vulgata" rimarrà che abbiano sempre dato il meglio dal vivo.
I bootleg e i dischi dal vivo
In 30 anni di carriera hanno suonato più di 2350 concerti eseguendo più di 500 canzoni diverse, mai suonate due volte alla stessa maniera. Di questi show, 2200 vennero registrati dalla band e dai fan, incitati dal gruppo a scambiarsi le audiocassette. Una comunità che si è digitalizzata fin dagli albori della rete: su Internet Archive si trovano oltre 15.000 registrazioni in streaming/download: di ogni data esistono diverse versioni, la maggior parte direttamente da soundboard, con i fan che si divertono a mixarle assieme per ottenere un suono diverso.
Dal 1991 i Dead pubblicano regolarmente ed ufficialmente registrazioni dal loro archivio. Sono usciti oltre 200 album live, a un ritmo di 5-6 all’anno: la maggior parte viene messa in vendita direttamente ed esclusivamente su Dead.net (decine di migliaia di copie che di solito vanno esaurite in pochi giorni), quelle più importanti tramite Rhino, etichetta del gruppo Warner. Insomma i Dead sono un perfetto esempio di come una creatività estrema - mai fare un concerto uguale all'altro, mai suonare la canzone allo stesso modo - abbia creato una fan-base enorme e sia diventato un modello di business che molti imitano. Addirittura c’è chi ha scritto libri sul marketing e sul business - non solo quello musicale, proprio il marketing tout-court - usando i Grateful Dead come un modello che ha anticipato di decenni la cultura digitale.
Dark Star
La perfetta rappresentazione della magia dei Grateful Dead è “Dark star”. Molto più di una canzone, il simbolo di un modo di fare e consumare la musica.
Venne incisa nel ’67 e pubblicata solo su singolo: un flop da poche migliaia di copie. Fu la prima collaborazione con il paroliere Robert Hunter, che scrisse un testo psichedelico e cosmico: neanche lui sapeva cosa volesse dire "Shall we go, you and I while we can/Through the transitive nightfall of diamonds?". Una canzone da meno di 3 minuti: i Grateful Dead iniziarono a suonarla dal vivo, ad espanderla, ad usarla come base per improvvisazioni e sperimentazioni, con la chitarra di Garcia a tessere melodie, sostenuta dalla ritmica di Bob Weir e dal basso di Phil Lesh. Nel 1969 iniziò ad arrivare a durare anche 30 minuti, unendo rock, psichedelia, folk, jazz.
Divenne un mito proprio nel ’69 quando venne pubblicata nel primo disco dal vivo, quello che avrebbe consacrato la fama del gruppo: in “Live/Dead” occupava tutta una facciata, 23 minuti. Nel corso della carriera della band è stata messa in scaletta oltre 200 volte, mai una versione uguale all'altra: venne sempre ristrutturata e destrutturata. Fino al ’74 venne suonata regolarmente arrivando a durare anche 40 minuti, poi scomparve dalle scalette: Garcia diceva che aveva detto e suonato tutto quello che poteva, in quel brano. Ma a quel punto divenne ancora più leggendaria tra i fan, il “sacro Graal” che si inseguiva ai concerti. Tra il '75 e l’89 venne suonata solo 5 volte, per poi tornare in scaletta con regolarità, seppur poco frequente, negli ultimi anni della band.
Curiosamente quella di "Live/dead" sarebbe rimasta l’unica versione ufficiale dal vivo per oltre 20 anni, fino ai primi anni '90, quando la band iniziò a pubblicare i primi concerti dagli archivi. Oggi ne esistono decine di versioni pubblicate ufficialmente, che si aggiungono alle centinaia ufficiose. Fanatismo estremo, certo, come l’infinita discussione tra i Deadhead su quale sia la migliore versione. Tra queste, sicuramente quella dell'agosto 1972 in Oregon, pubblicata qualche anno fa in "Sunshine daydream”.
Oggi nei Dead & Co, al posto di Garcia c’è John Mayer che è un cantante pop-rock con un solido background chitarristico e psichedelico. Ma "Dark star" viene suonata spesso, anche alla Sphere di Las Vegas…