Il biopic di Celine Dion è brutalmente onesto
Negli ultimi mesi il mondo dei biopic musicali è attraversato da una chiara tendenza: quella di raccontare la mortalità di icone immortali della musica, costrette a fare i conti con l’età che avanza e rende loro impossibile essere gli artisti di prima.
In “Thank You, Goodnight” Bon Jovi raccontava in prima persona la dolorosa presa d'atto che la voce di un tempo non c’è più e, nonostante i suoi enormi sforzi, per ora gli rimane preclusa. In “The Beach Boys” i membri della band raccontavano l’evoluzione del gruppo a fronte dell’invecchiamento dei suoi membri fondatori e dell’impossibilità di stare dietro a tour mondiali della durata di mesi, come avveniva in gioventù.
“I am Celine Dion” è il più ruvido tra i titoli che affrontano la tragedia di chi decide di dedicare l’intera vita alla musica e a un certo punto si ritrova nell’impossibilità di salire su un palco. Lo è in maniera spesso involontaria, perché alla regista Irene Taylor viene fatto un grande dono, che però spesso non sa valorizzare.
La quotidianità di una cantante che non può cantare
Celine Dion stava già lavorando a questo progetto quando ha deciso di annunciare pubblicamente la sua malattia. La cantante soffre di una malattia rarissima, che colpisce una persona su un milione: la Sindrome della persona rigida. È una malattia molto crudele per una cantante con le sue capacità vocali. I polmoni e le corde vocali infatti sono ancora in grado di raggiungere le note incredibili con cui ha conquistato il mondo musicale, ma ciò che li racchiude (la cassa toracica, i tessuti muscolari e l’epidermide) diventa così rigido da intrappolarli, da impedirgli d’espandersi, provocando dolore e impedendo alla voce di liberarsi in maniera cristallina.
Nel documentario la vediamo, truccata e ben vestita, nel dietro le quinte del suo annuncio, formale e bel studiato. È forse l’unico momento “pettinato” di un documentario che, a sorpresa, si rivela il più onesto tra quelli visti negli ultimi mesi. Celine infatti qui appare struccata, a nudo, sia in maniera letterale sia come approccio, attitudine.
“I am Celine Dion” non è quasi mai celebrativo né autobiografico. Il titolo è banale, sì, ma anche davvero azzeccato. Celine Dion è un modo di essere, una personalità più che una persona o un personaggio. La cantante si racconta al 100%, senza ingentilirsi o schermarsi. Ciò che più colpisce è come ci porti nella sua nuova quotidianità di cantante che non può cantare, senza scegliere sfondi studiatamente neutri o fingere di essere “una di noi”.
Il documentario è girato in alcune delle sue residenze milionarie. Celine, il portacellulare di Chanel e le scarpette di Gucci, si muove per una casa perfettamente organizzata, con mobili e stoviglie che proclamano la ricchezza di chi li utilizza. Avvolta in camice di seta, maglioni ricercati, a bordo piscina, Celine ascolta una registrazione di Maria Callas. Sembra la solitudine di Veronica Lario raccontata da Paolo Sorrentino in “Loro”: una ricca donna sola, triste, senza più direzione.
Un’altra scena sintetizza quasi con stridore la vita di Celine. La vediamo tutta in ghingheri mentre prepara il porridge su un vassoio. Lo porta nella stanza di uno dei figli, che sta giocando a Fortnite, in un ambiente che sembra la camera di uno streamer, in contrasto con gli opulenti mobili dorati e le foto del marito scomparso che regnano nel resto della villa. Celine si complimenta con lui per la maglietta di design che indossa, mentre mangia il suo porridge da una splendida ciotola. Due cucchiaiate appena, poi via nello studio di doppiaggio per registrare le sue battute in francese per un progetto cinematografico a cui ha preso parte.
Celine Dion è insomma una donna che non si nasconde dietro la falsa modestia, una che nei suoi momenti migliori rivendica di essere stata la numero uno e che vorrebbe tornare a esserlo. Una che a 56 anni porta le telecamere nel suo magazzino dove conserva tutti i cimeli di una carriera: gli abiti di scena, i premi, i disegni dei bambini, i giocattoli antichi con cui li ha cresciuti. Tutto ordinato, catalogato, etichettato, sia nel magazzino sia nella sua memoria.
Celine Dion non nasconde la brutalità della malattia
A Celine Dion il successo non è capitato per caso. “I am Celine Dion” racconta, come molti biopic, il lavoro incessante che chi ha un dono come il suo deve affrontare per godere delle luci del palcoscenico. Celine spiega che, pur avendo girato il mondo in tour più volte, non ha mai visto nulla. Invidia la vita delle rockstar come John Farnham, quella voce raschiante figlia dei party, degli alcolici, delle sigarette, della vita notturna. Lei invece dorme 12 ore a notte, beve solo acqua, si prepara con lunghissime sessioni di riscaldamento vocale. “Nella vita mi sono lasciata condurre dalla mia voce” e, anche se professa il contrario, è chiaro che non avrebbe mai fatto diversamente.
Quando vede se stessa o altri cantare sul palco in vecchie clip su YouTube si commuove, confessa: “Mi manca il palco. Mi manca esibirmi e mi mancano le persone”. È una tragedia di proporzioni garlandiane: tra paradossi e derive kitsch, Dion è votata al palco, che le viene negato. Nel documentario confessa anche le menzogne, i sotterfugi applicati negli ultimi 17 anni, prima della diagnosi, quando la voce pian piano ha cominciato a tradirla, a costringerla a cancellare date e tour.
La scena più straziante di “I am Celine Dion” arriva alla fine ed è impressionante pensare che la diretta interessata abbia dato l’ok a includerla nel montaggio. Dopo una giornata insoddisfacente in sala di registrazione, Celine affronta un attacco acuto della sua malattia, un irrigidimento estremo del corpo. Soffre, piange, non può nemmeno stringere la mano del fisioterapista che la soccorre. È uno spasmo straziante, crudo, un pezzo da reality di medicina generale in cui ci colpisce con tutta la sua brutalità la malattia di cui la protagonista del documentario ci ha tanto parlato, ma che fino a quel punto non avevamo davvero compreso.
“I am Celine Dion” ha un materiale più vero, meno filtrato, un approccio meno guardingo di altre operazioni di questo tipo. Peccato che la regista Irene Taylor scelga l’enfasi per tentare di valorizzarlo, attraverso le musiche, il montaggio, la giustapposizione di scene ed eventi. Il modo senza filtri e barriere con cui Celine si racconta invece è già di per sé potente e sopravvive anche all’incapacità di chi gestisce visivamente il racconto di lasciare che ci sconvolga con la sua crudezza, la sua verità.
“I am Celine Dion” è disponibile su Prime Video.