Ludovico Einaudi, quando il pianoforte fa più stream del rap

Su Spotify è il terzo italiano nel mondo. L'intervista: “Il piano lascia la libertà di pensare”.
Ludovico Einaudi, quando il pianoforte fa più stream del rap
Credits: Gian Marco Volponi / Concessione in uso a Rockol

Quasi dieci milioni di ascoltatori al mese su Spotify. Dopo i Maneskin e i Meduza (entrambi sopra i venti milioni) l'artista italiano più ascoltato nel mondo è Ludovico Einaudi. Per darvi il senso delle proporzioni: Geolier, dominatore delle classifiche italiane del 2023, ha circa la metà dei suoi ascoltatori, così come Marracash: cinque milioni e rotti a testa - ovviamente quasi tutti italiani, come quelli di Sfera Ebbasta, che ne ha poco meno di 8. I Ricchi e Poveri, al centro di un revival all'estero e gli artisti di Sanremo 2024 con il maggiore pubblico su Spotify, sono a 5 milioni e mezzo
Einaudi fa sold out in Italia: è reduce da 17 concerti al Teatro Dal Verme di Milano lo scorso dicembre, il 10 luglio tornerà all’Arena di Verona dopo 10 anni. Ma il suo pubblico è soprattutto europeo: è amatissimo in Inghilterra, da dove è cominciata la sua fortuna internazionale. Ma se la band romana e il trio di produttori elettronici sono una scoperta relativamente recente delle platee estere, il pianista piemontese è ascoltato all’estero da oltre 20 anni: i suoi numeri sulle piattaforme (anche su TikTok la sua “Experience” ha decine di milioni di visualizzazioni) sono la conseguenza di una lunga carriera. Altro che dance e bel canto - i due prodotti d’esportazione classici della musica nostrana. Il pianoforte e la “neoclassica” italiana sono senza confini - come dimostra anche il caso di Fabrizio Paterlini, quasi 3 milioni di ascoltatori al mese.
Il pianoforte, mi spiega Einaudi, è “una forma musicale, che non ha connotazioni nazionali”, e cita i colleghi tedeschi come Max Richter o Nils Frahm, quelli islandesi come Olafur Arnalds. “Penso che ci sia una necessità di ascolto di questo tipo, più libero, senza un testo che ti vincola ad un significato. È una musica che ti lascia la libertà di pensare a chi sei tu”.

Il tuo successo all’estero è un fenomeno consolidato da anni. Come è nato?
L’interesse all'estero per la mia musica è cominciato circa 25 anni fa. Il primo paese che ha reagito è stata l’Inghilterra, con mio grande piacere: musicalmente in gioventù ho sempre amato molto tutto quello che arrivava da lì, dai Beatles in poi. Quando c'è stato quel contatto è stato molto molto bello seguire quell’onda. Poi a seguire si sono aperti gli altri territori, come la Germania. Più difficile è stato con la Francia, lì è cambiato quando ho fatto la colonna sonora di “Quasi amici” nel 2011. Da lì in poi il pubblico si è aperto ancora di più a livello internazionale.

Hai un passato da rockettaro: hai esordito a fine anni '70 nei Venegoni & Co, band che inciso un paio di dischi per la Cramps, la storica etichetta di Area e Finardi.
Si, diciamo che è un passato duplice: avevo da una parte una tradizione familiare di musica classica, con mia madre che suonava il piano e suo padre che era un direttore d'orchestra e compositore. Poi sono cresciuto proprio negli anni dell'esplosione del pop, rock, dei Beatles e degli Stones, di Jimi Hendrix. Suonavo molto la chitarra, mi sono trasferito a Milano: ho suonato anche allo storico concerto per Demetrio Stratos.

Come ti spieghi il successo all’estero della musica basata sul pianoforte?
Penso che sia una forma musicale, quella della musica strumentale e legata al piano, che non ha connotazioni nazionali. C'è tutto un movimento internazionale: in Germania c'è Max Richter, c'è Nils Frahm, in Islanda c'è Olafur Arnalds. Questo linguaggio nasce dal minimalismo, tocca delle corde che spaziano tra la musica classica, il rock, la musica ambient. Penso che ci sia una necessità di ascolto di questo tipo, più libero, senza un testo che ti vincola ad un significato. È una musica che ti lascia la libertà di pensare a chi sei tu, a collegarla al tuo background, diverso per tutti. Ognuno ritrova se stesso in qualche modo, dialoga con quello che è e con se stesso.

Queste produzioni sono anche state al centro di polemiche da parte degli ambienti musicali più tradizionali, liquidate come musica troppo semplice. Cosa ne pensi?
Il linguaggio oggi è semplicemente diverso rispetto alla classica: è più essenziale, più semplificato, ma è una scelta estetica. È come paragonare un'architettura moderna a un'architettura barocca: chiaramente c'è una semplificazione, ci sono delle linee più dritte, più essenziali, ma è fatto intenzionalmente. Se no uno dovrebbe mettersi a rifare il passato oppure, diciamo, a cercare quella complessità necessaria a ricreare un mondo che però non corrisponde più a quello che era quel mondo là. La semplificazione mi sembra un pregio.

Le tue produzioni contaminano il piano con altri strumenti: l’elettronica, gli archi. Che differenza c'è con il piano solo? 
Mi piace coltivare in parallelo diversi aspetti della musica: chiaramente quando hai gli strumenti raggiungi una ricchezza di suono e una potenza dinamica che chiaramente il pianoforte da solo non può avere. Ma nello stesso tempo il pianoforte è anche molto affascinante: è come scrivere un monologo. È una pratica introspettiva, è come una ricerca dentro i meandri della mente, per raggiungere delle sfumature, creare delle sospensioni del tempo senza dovere spiegare niente a nessuno. Poi ci sono dei musicisti con cui suono da parecchio tempo con cui ho una tale intesa da riuscire a raggiungere questi risultati anche con loro.

Fondamentale, nel tuo percorso, è stato anche comporre per il cinema. È appena uscita una tua nuova colonna sonora, per un film francese, “La tresse”. Quando è nata questa passione?
Una passione nata su un mio interesse iniziale, poi andata avanti un po' automaticamente in base alle richieste che ricevo e valuto sempre poi un po' rispetto agli altri impegni che ho. L'anno scorso ho lavorato parecchio in questo campo, ho musicato due film, uno appunto è “La tresse” che esce adesso, uno uscirà più avanti. Poi un film messicano che si intitola "A cielo abierto”, è stato presentato a Venezia ed è un film scritto da Guillermo Arriaga, che aveva fatto “21 grammi”, “Babel" e “Amores Perros”.

Scrivi e pubblichi tantissimo, la tua discografia è molto ricca. Comporre è qualcosa che ti viene facile?
Mi viene facile però nello stesso tempo mi richiede tanta energia, tanta concentrazione, tanto tempo. Più passa il tempo, e divento sempre più severo con me stesso: butto giù tantissime idee e poi devo scavare tutte queste idee per capire quale poi portare a compimento.

Lo scorso anno è uscita la ristampa espansa di “Time Lapse”, forse uno dei tuoi dischi più amati. Cosa ha significato quel disco per te, per la tua carriera?
È un album a cui ho lavorato tanto, con tante sfumature, tante storie che confluiscono. È l’album che ho fatto dopo l'esperienza come concertatore della Notte della Taranta, per cui ci sono anche ritmi che derivano da quella esperienza. È un lavoro con molte facce: l'orchestra, l'elettronica, il piano solo. Contiene “Experience”, che è il brano che forse più mi ha dato una spinta mondiale negli ultimi anni: è entrato al cinema, ha fatto numeri pazzeschi anche su TikTok.
Continua a piacermi, mi dà piacere ascoltarlo e anche suonarlo, adesso quest'anno l'abbiamo ripreso a Milano prima di Natale, al Dal Verme. In qualche modo gran parte della musica di “Time Lapse” sarà anche il contenuto del concerto che faremo anche all'Arena di Verona.

Il 10 di luglio suoni appunto all'Arena di Verona, dove torni dopo 10 anni. Come adatti la tua musica agli spazi aperti rispetto ad un teatro?
Tutte le estati faccio comunque sempre un giro di concerti all'aperto, l'anno scorso sono stato anche in un'altra famosa arena, quella di Nimes in Francia, e a Berlino. L’estate, tra il calore del pubblico, c'è un'emozione che sale molto bella. Il suono è diverso, sicuramente, ma è un'emozione che ti travolge per tutta una serie di ragioni diverse.

Mi ricordo di aver visto dal vivo Keith Jarrett che si interrompeva al minimo colpo di tosse dalla platea. Sentire il pubblico ti piace?
II calore del pubblico mi piace: il boato di 10.000 persone non può non emozionare.

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