Francesco Guccini: "Battiato era un gran barzellettiere"
Sul Corriere della Sera è stata pubblicata una lunga intervista del giornalista Aldo Cazzullo a Francesco Guccini incontrato nella sua casa di Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano. A seguire riportiamo le sole domande e le risposte di carattere musicali dell'83enne musicista nato a Modena. L'intervista completa la potete leggere qui.
“Per i soldati della Quinta Armata tenni la mia prima esibizione canora: Lay that pistol down di Bing Crosby, che pronunciavo leichepistoldà. Con gli americani giocavamo a tombola: “Play bingo!”. Mia madre Ester si convinse che tombola in inglese si dicesse plebingo”.
Esordio musicale?
“Con gli amici vedemmo un film in cui una band rimorchiava le ragazze, e ci dicemmo: ne facciamo una anche noi. Ne fondammo diverse, dai nomi immaginifici: gli Hurricanes, che vuol dire uragani; gli Snakers, che non vuol dire niente. E poi i Marino’s, in onore del front-man, Marino Salardini. Primo concerto al teatro parrocchiale: Tutti Frutti, Be-Bop-a-Lula. Una ragazza, dal nome molto modenese di Deanna, mi disse che avevamo suonato bene, e mi emozionò moltissimo. E poi The Enchained Sea: in attesa dell’eco meccanico, imitavamo il verso dei gabbiani con penose contrazioni dello stomaco: “Aaah, aaah!”. Con i Gatti suonavamo da ballo”.
Cosa suonavate?
“Andava molto Peppino di Capri. Ci esibimmo anche in Svizzera, a Zofingen, vicino a Basilea: non ero mai stato tanto lontano in vita mia, al ritorno raccontai ai miei che le cassette della posta erano gialle anziché rosse”.
Caterina Caselli e Giorgio Gaber la invitarono in tv, dove lei incontrò Battiato.
“Si chiamava ancora Francesco ed era un gran barzellettiere. Come me. Ma le sue barzellette erano inferiori alle mie, che sono autentici capolavori” (Guccini sorride).
Ha amici tra i colleghi?
“Roberto Vecchioni. Sulla barca di Lucio Dalla a Capri ho conosciuto Zucchero: con lui e con Ligabue parliamo dialetto, anche se loro sono reggiani, teste quadre...”.
De André è il cantautore che le assomiglia di più?
“Forse sì, per il tardo romanticismo che ci affascinava entrambi. Anche se lui veniva da un’importante famiglia di Genova. Io vengo da Pavana”.
De André era terrorizzato dal pubblico; lei ha fatto centinaia di concerti.
“Ma avevo una paura folle ogni volta. Salivo sul palco con lo stesso terrore con cui affrontavo gli esami all’università”.
Chi altri ammira?
“Gino Paoli. La canzone d’autore comincia con Il cielo in una stanza. Una svolta: senza rima, senza ritornello. Ho ammirato anche Sergio Endrigo, che però si era rotto i timpani durante un’immersione e non riusciva più a intonarsi, ricordo un concerto in cui soffriva moltissimo”.
Da Vito andava anche Lucio Dalla.
“Non siamo mai stati davvero amici. Non avevamo confidenza, Lucio era un tipo un po’ misterioso, a volte scontroso. Della sua omosessualità non parlava mai. Adorava la mamma mentre non aveva mai conosciuto il papà, a Bologna si diceva che fosse figlio di padre Pio. E poi eravamo troppo diversi. Lui cittadino, io montanaro. Mi prendeva in giro: cosa fai tutto il giorno in montagna? E io rispondevo: niente. Anche se in realtà facevo un sacco di cose”.
Da Vito lei incontrò anche Vasco.
“Mi fece i complimenti per l’Avvelenata, una canzone che non amo. Pensi che con Bertoncelli, quello che “sparava cazzate”, siamo pure diventati amici...”.
Bertoncelli è il critico che aveva stroncato «Stanze di vita quotidiana».
“Un disco che ho odiato e tuttora odio. Prima mi imposero un percussionista brasiliano, detto Mandrake, dedito a ogni sorta di stupefacente...”.
Lei ha mai provato?
“Sono della generazione dell’alcol, non di quella della droga. E poi marimbe, xilofoni, vibrafoni... Da Londra arrivò un guru, in tunica bianca, con due tabla, i tamburi indiani. L’attacco della “Canzone delle osterie di fuori porta” è suo”.
È un attacco bellissimo.
“Ma la musica indiana ha divisioni misteriose: quella è una canzone in tre quarti, il guru era tarato sui 17/28esimi...”.