"Produciamo beni e non merce”. I Gang si raccontano in un libro

Esce “Alle Barricate! - Il libretto rosso dei Gang!” Storia e idee dei fratelli Severini. Intervista
"Produciamo beni e non merce”. I Gang si raccontano in un libro

I Gang sono una delle band che ha contribuito in maniera determinante alla stagione d’oro del rock italiano, apripista dei fecondi anni ’90. La loro carriera discografica inizia nell’1984 ma si sviluppa nel tempo, così da poterli annoverare tra i capostipiti e una delle principali realtà del rock nazionale.

Dalle prime mosse sono passati più di 40 anni, anni trascorsi con grande coerenza, coraggio e fierezza, sempre con le idee chiare e precise. Per questa loro visione si sono scontrati con la discografia italiana ma hanno saputo mantenere la loro “integrità” lottando duramente per le proprie idee e la loro visione e circondandosi di un pubblico (anche se loro lo definiscono “una comunità”) con cui condividere valori culturali e approccio alla vita.

Era giunto il momento di raccontare in prima persona questi quattro decenni e così i due fratelli marchigiani (da Filottrano) Marino e Sandro Severini si sono messi davanti a una pagina bianca del computer e hanno aperto il cassetto dei ricordi inanellando tempi, episodi e idee per ripercorrere gli anni. A loro si sono uniti i bolognesi Lorenzo "Lerry" Arabia, Gianluca Morozzi e Oderso Rubini per completare “Alle Barricate! - Il libretto rosso dei Gang!” (pubblicato da Goodfellas). È un libro che in 288 pagine ripercorre e approfondisce la storia della band, dagli esordi influenzati dai Clash al folk degli ultimi anni. Si tratta del libro definitivo, con molte illustrazioni e scelte grafiche particolari, che con grande dettaglio, parecchi aneddoti e interventi esterni, ripercorre il lungo percorso artistico e umano del gruppo o meglio della Gang.

Con il vulcanico Marino Severini abbiamo approfondito temi e storia.

Ad inizio libro c’è il seguente passaggio: “Un giorno qualcuno, nel ventiduesimo secolo, diciamo, si chiederà: chi erano i Gang?” Ecco, con un po’ di anticipo, è arrivato quel giorno. Chi erano i Gang e chi sono i Gang?
Una carovana di musici e musicanti ribelli che ha viaggiato e continua ad andare in lungo e in largo per questo paese lasciando dietro di sé una scia, quella di un canto comune. Più che i Gang a me interessa che resista al tempo il canzoniere dei Gang. Affinché, con i fili delle nostre canzoni, si possa tessere un mosaico, un affresco, un tappeto, quello della nuova umanità. La stessa di ieri, di oggi e di domani.

L'indipendenza

Leggendo il libro ci si accorge che la vostra strada è necessariamente quella dell’indipendenza discografica. È così? Quanto è importante il controllo? E come vi ponete nell’attuale scenario discografico?
Non si tratta secondo me di semplice “controllo”. Si tratta di essere o meno coscienti di cosa, di come e per chi si produce. Sono più di 30 anni che ripeto questo concetto: ci sono le merci e ci sono i beni. Chi produce una merce ha come interlocutore il mercato, con le sue regole e i suoi principi, primo fra tutti quello del profitto. Chi invece produce un bene ha come interlocutore la politica, ossia la liturgia del fare bene per il bene della sua comunità di appartenenza. Il problema si pone nel momento in cui si confondono le merci con i beni e viceversa, cosa di cui è stata responsabile la sinistra negli ultimi decenni, che ha sdoganato i beni dandoli in pasto al mercato. Si tratta di alzare nuovamente i paletti e i confini fra merci e beni e per questi ultimi ricreare un circuito, un territorio libero dagli interessi e le forche caudine del mercato. Siccome le parole sanno molto di più di noi che le scriviamo e le pronunciamo, a me non interessa affatto far parte di uno “scenario” come tu lo chiami, ma di una scena. E la scena oggi si potrebbe ricreare soltanto se si è nuovamente capaci di fare la differenza col mercato discografico, sia quello in mano alle multinazionali e sia quello cosiddetto indipendente italiano, che di indipendenza culturale rispetto al dio - profitto, ha ben poco. E non produce niente perché non ha alcun modello di produzione alternativo, altro da quello delle merci. Almeno fino ad oggi, domani vedremo.

Crowdfunding. Uno strumento che fa parte della vostra filosofia. Perché vi piace così tanto?
Per la comunità. Da qui si comincia e qui si torna per ricominciare, ma nuovi. È una comunità che noi conosciamo bene e da anni, ed è la stessa che si è fatta e si fa carico dell’esistenza dei Gang ed ora anche della produzione dei nostri lavori ma soprattutto della nostra autonomia, indipendenza e libertà nel realizzarli. È un mondo che ci ha sempre dimostrato una smisurata gratitudine anche regalandoci il vino, l’olio, i libri, le cioccolate…e nei confronti di questa comunità io mi sono sentito sempre in debito e ad essa dico grazie! Questo mi restituisce oggi, più di ieri, la cosa che conta moltissimo per me, cioè l’appartenenza Ci risiamo per la quarta volta. La raccolta nella cassa comune per la realizzazione del prossimo album “Fra silenzi e spari” è iniziata da circa due mesi e sono con noi più di 1200 co-produttori che hanno versato in cassa circa 60 mila euro. Chi si vuole unire a noi è sempre benvenuto!

Parola di rock'n'roll

Qual è la relazione tra testo e musica? Voglio dire avete scelto (prevalentemente) il rock (magari declinato in differenti modi) questo è dovuto anche a ciò che avete voluto e volete raccontare? È il modo migliore per far viaggiare le vostre parole?
Io e Sandro siamo fratelli e figli all’anagrafe di Cesare e Nella Severini, ma siamo anche e soprattutto figli del nostro tempo. Siamo cresciuti nella seconda metà del 900. Il secolo delle grandi Rivoluzioni. Per farla breve io mi sento figlio di tre grandi Rivoluzioni del secolo passato. Quella dei soviet del 17, quella della Teologia della Liberazione e quella del Rock’n’Roll. Il Rock’n’Roll per me è stato da sempre la più grande espressione della cultura popolare del 900. In questo senso sento di appartenere, per quel che riguarda il nostro Paese, anche ad una scuola di “pensiero e azione“, che va da Ernesto De Martino, passa per Gianni Bosio e arriva fino a Sandro Portelli. All’interno di questo grande cerchio a me interessa percorrerne uno più piccolo, quello della canzone, la canzone popolare moderna, quella nata con Woody Guthrie. La canzone che contiene sia la poesia epica, la musica, il teatro, il cinema, le storie orali, il fumetto e fa di tutto ciò il mito, quello dell’unità! Una canzone popolare e umanista. Guthrie per me è la radice più profonda di tutto il Rock’n’Roll. Una radice che torna a “volare” stagione dopo stagione, da Dylan a Joe Strummer.

Nella vostra carriera siete sempre stati schierati e avete fatto della “protesta”. Questo vi ha aiutato o vi ha reso le cose più difficili? O non poteva essere altrimenti?
Noi non abbiamo mai fatto canzoni di “protesta “questo è un aggettivo che qualifica canzoni fatte negli anni ‘60, gran parte delle quali erano “canzonette”. La nostra è una canzone popolare che ha tutti altri fini e ruoli. A noi è toccato Joe Strummer! La nostra è una canzone che non protesta ma cerca di dare nutrimento spirituale a coloro che sono gli invincibili.

Cosa vi è piaciuto di più nella vostra carriera e cosa di meno? Quanti e quali rimpianti?
Tutto fa parte di un cammino. Un lungo cammino che dura da circa 40 anni. Lo rifarei e farei tutti gli sbagli che abbiamo fatto. Perché è solo sbagliando che si impara. Ma anche perché è il punto di arrivo che legittima e dà ragione agli sbagli fatti. E il punto di arrivo per me oggi è una benedizione e una beatitudine. Ed oggi posso affermare che i Gang ce l’hanno fatta. Siamo tornati all’inizio. A quando muovemmo i primi passi in completa e beata autonomia. A quando ci auto-producevamo. Ma, e qui sta la differenza, siamo tornati nuovi, con una comunità, fatta di tante testimonianze e prove di affetto, stima, gratitudine. C’è voluto tanto, tanti calci in culo, sputi in faccia, tradimenti, sudore sangue e lacrime ma anche abbracci, sorrisi, strette di mano, promesse mantenute ... tutto quello che vive nelle nostre canzoni. Per tutto ciò io dico sempre grazie. Grazie di tutto, e di più.

I rapporti

Nel libro fate riferimento a molte persone, nel bene e nel male. Lasciamo perdere il male, chi ritenete siano le figure più importanti nella vostra storia?
Tutte, perché tutte sono state importanti, ognuno ha dato, ha portato il proprio contributo per quello che siamo oggi. Da chi ci ha consegnato una storia che abbiamo trasformato in canzone, a chi ci ha dato riparo e ci ha ospitato nella sua “casa”, a chi ci ha aiutato a disegnare una rotta per il nostro cammino. Se dovessi fare un elenco di nomi non basterebbe uno Zanichelli.

Che rapporti avete avuto nel tempo con la stampa?
Ottimi rapporti e ottime relazioni con la critica musicale. Conserviamo ancora le collezioni di riviste musicali che ci hanno seguito nel tempo. Il faro in Italia, per quel che riguarda il nostro “americanismo” rispetto alla cultura rock è stato da sempre Sandro Portelli.

E con il pubblico?
Il pubblico per me non esiste, forse non è mai esistito, è solo una categoria, una gabbia, un recinto. Il pubblico in quanto tale l’ho sempre considerato come un ostacolo da abbattere, da eliminare, per raggiungere la meta, cioè la piena libertà creativa. Non credo alla differenza fra chi crea e chi assiste, ascolta o peggio consuma la “creazione”. La canzone è un processo creativo comune, non esclude nessuno. Colui che ascolta crea a sua volta col suo immaginario e se ispirato conduce l’emozione altrove, continua a far rotolare quella canzone verso luoghi che colui che l’ha scritta neanche può immaginare. Ripeto, il mio interlocutore è la mia comunità di appartenenza, è a lei che mi rivolgo e per lei canto. Niente a che fare con un anonimo “pubblico”.

La scena '90 e i live

Voi siete stati tra gli artefici della nascita dei “bellissimi” anni ’90 del rock italiano. Come vi sentite rispetto a questa cosa?
Abbiamo soltanto fatto la nostra parte per ricostruire un circuito, una terra, dove le migliori menti creative potessero edificare costruire e trovare residenza. E tutti si lavorava per la scena. La scena era il grande fiume dove affluivano centinaia di “torrenti”. A farla non eravamo solo le band ma centinaia di buone volontà. Chi apriva un club, chi faceva una fanzine, chi diffondeva lo “stil novo“ attraverso le radio, chi apriva un negozio di dischi. Lo abbiamo fatto insieme. Come un popolo che risorgeva dalla fine delle aggregazioni attorno alla politica e trovava nella rivolta dello stile una nuova strada da percorrere verso la libertà. Ribelli sognatori e fuggitivi che portavano il fuoco, quel conflitto che era finito nella fabbrica e nella scuola e che trovava nuovamente casa, nella strada. Allora c’era la scena oggi c’è rimasto soltanto lo “scenario”. Per quel che ci riguarda basti pensare che io e Sandro, siamo presenti in qualità di ospiti, in più di 160 cd di altri artisti, più decine e decine di compilation. Non solo, ma canzoni nostre sono suonate dal vivo da tante band italiane.

Voi avete sempre avuto una frenetica attività live. Quanto è importante stare sul palco e incontrare il pubblico o la comunità?
È la nostra principale ragione di esistere. Se facciamo ancora dei dischi è proprio perché quelle canzoni una volta incise possano poi essere cantate insieme nel rito del concerto. Il concerto è la celebrazione del fatto che siamo vivi e che non dimentichiamo le nostre storie. Questo ci restituisce appartenenza, senso di comunità e di popolo. E per me è soprattutto incontro fuori dal palco con il mio popolo. Significa raccontarsi, rafforzare una relazione, fare parte, condividere oltre alle canzoni anche il pane e il vino. È volersi bene e brindare alla fine, prima dei saluti, alla vita che ci ha fatto incontrare. È una liturgia, è il fare bene per il nostro bene.

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