Rickie Lee Jones e gli standard: “Canzoni travolgenti da cantare”

Nel nuovo disco l’artista rilegge in chiave jazz dieci brani dell’American Song Book. Intervista
Rickie Lee Jones e gli standard: “Canzoni travolgenti da cantare”
Credits: Alessandro Tornatore / Concessione in uso a Rockol

La storia di Rickie Lee Jones affonda negli anni ’70. Il suo esordio arriva nel 1979, con il fortunato omonimo album che conteneva uno dei suoi brani più famosi: “Chuck E.'s in Love”, dedicato al collega e amico Charles E. Weiss. Sono anche gli anni del grande amore con Tom Waits (appare anche nella copertina del di lui album “Blue Valentine” del 1978).
Una carriera che l’ha vista muoversi tra il songwriting, il rock, il R&B e arrivare al jazz, stile con il quale ha avuto anche prestigiosi riconoscimenti: nel 1989 viene nominata ai Grammy per la migliore performance vocale jazz; premio che conquista, sempre nella stessa categoria, l’anno successivo per un duetto con Dr. John. La sua vita artistica, e non, è stata segnata da alti e bassi, da momenti di grande successo e riconoscimento a periodi bui, in lotta con alcolismo e dipendenza.

Adesso Rickie Lee Jones, dopo parecchi anni di silenzio discografico, torna con un nuovo album dal titolo “Pieces of Treasure” in cui ripropone 10 brani estratti da quell’enorme patrimonio artistico (e culturale) che è il ”Great American Songbook”. Canzoni che sono diventate degli standard, già nel repertorio di Frank Sinatra, Dean Martin, Nat King Cole, Fred Astaire, Bing Crosby e la cui scrittura risale sino ai primi decenni del secolo scorso.

La cantante (in questo caso solo interprete) rilegge questi brani vestendoli con un immancabile abito jazz, un vestito di alta sartoria, che le rende eleganti, intense, intime e soffuse. La Jones sussurra all’ascoltatore facendo diventare così “Pieces of Treasure” un album notturno, quasi bisbigliato.

Questo album racconta l'essere umano, la visione della sopravvivenza, invecchiare, amare senza sosta e amare qualsiasi cosa"

Sono versioni molto personali, a tratti anche sofferte, in cui si esalta la voce e la vena interpretativa. Per l’occasione Rickie Lee Jones torna a lavorare con il suo storico produttore Russ Titelman, che aveva già firmato il disco d’esordio dell’artista americana. Afferma Titelman:

"Questa registrazione dell'American Songbook mostra la maestria di Rickie in piena fioritura. La sua voce suona sempre un po' più giovane di quanto dovrebbe (potrebbe essere la sua abilità nell'abitare il personaggio che interpreta, in modo così magistrale da credere a ogni parola), ma in questa registrazione la voce matura suona ancora meglio rispetto al suo timbro di anni fa. Ha una risonanza e un calore nel registro delle note basse che prima non c'era. Adoro la giovane Rickie Lee ma amo ancora di più la Old Dame”.

In contemporanea all’uscita di “Pieces of Treasure” è nelle librerie americane Last Chance Texaco” un libro che raccoglie le memorie della Jones. Il disco, in uscita il 28 aprile, è stato anticipato dal singolo “Just in Time”.

Perché proprio adesso hai deciso di affrontare il repertorio dell’American Song Book?
Non c’è un motivo particolare. Dopo tanti anni, è quello che volevo fare. In più ho rincontrato il mio amico e produttore Russ Titelman che mi ha dato fiducia, mi ha seguita e spronato a farlo. Era la persona giusta.

Come hai scelto le canzoni da suonare?
Ci abbiamo lavorato su per parecchi mesi, ascoltavamo molto e cambiavamo idea spesso. Avevo una lunga lista di canzoni mai sentite prima ma non pensavo fosse una buona idea affrontare nuove canzoni, avrebbe complicato molto le cose. E così ho scelto tra quelle che conoscevo da più tempo. Poi abbiamo chiamato un pianista, via zoom abbiamo capito quali erano le cose migliori per la mia voce ed è così che abbiamo fatto la scelta.

Come avete arrangiato i brani selezionati?
Senza fretta abbiamo scelto la band, quelli che sarebbero stati i musicisti che mi avrebbero accompagnata in studio, e poi le abbiamo iniziate a suonare. L'unica costante era che volevo che tutto fosse molto lento con molto spazio in modo che l'enfasi rimanesse sulla mia voce.

Le note che accompagnano la presentazione del disco ci dicono che le dieci canzoni dell’album sono state registrate in cinque giorni. Come mai?
Avevamo prenotato uno studio abbastanza costoso (ride). Scherzo! Sono state registrazioni molto intense perché tutta l’atmosfera ci ha colpiti e così abbiamo fatto una, due, tre riprese per ogni brano. Oltretutto è insolito. So che nelle registrazioni jazz un gruppo di strumentisti può suonare tre canzoni per notte, ma è più difficile quando hai un cantante. Devono fare tutto bene altrimenti è complicato per chi deve cantare su quelle basi, ma ce l'abbiamo fatta. In un paio di sere abbiamo avuto una coppia di brani, altre volte le canzoni uscivano facilmente ed è stato fantastico. Spesso la band andava bene però dovevo rientrare in sala io per ottenere la versione perfetta. Ma io e la band eravamo davvero una cosa sola e con poche eccezioni ce l'abbiamo fatta in poco tempo. Non proprio cinque giorni, comunque.

Nella canzone finale dell’album sembra di sentire un singhiozzo di pianto, un sospiro. È così?
Sì, ci sono molte lacrime alla fine delle canzoni perché cantare è travolgente per me e spesso diventa liberatorio. Non lo faccio con tristezza, è che queste canzoni e il modo di cantarle mi scavano dentro, mi tirano fuori dei sentimenti.

Definisci questo album con tre parole.
Eloquente. Spazioso. Sensuale.

Sei tornata a lavorare con Russ Titelman, con cui avevi già fatto molto in passato. Cosa ha significato questo?
Beh, come dicevo prima mi ha aiutato anche perché ha significato rinnovare un’amicizia che alla nostra età diventa poi per sempre. Ritrovarsi ci ha fatto riscoprire questo rapporto e abbiamo capito che c’era sempre stata amicizia, anche se a volte ci frequentavamo solo per lavoro. Ma è stato bello ritrovarsi.

È meglio lavorare con dei veri amici o con dei “semplici” professionisti?
Lavorare con persone che non ti conoscono a volte può diventare un problema. Sai che gli artisti sono molto sensibili... E se lavori con qualcuno che non conosci, non sai se gli piaci davvero o se ha altri motivi per accettare il lavoro. In passato ho avuto un produttore che lavorava con me solo perché voleva venire a New Orleans. Non aveva alcun vero interesse per me e per ciò che stavo facendo. Questo è un tipo di mancanza di rispetto che può uccidere. Fare arte richiede sicurezza. Quindi penso che sia bello lavorare con un amico fin tanto che non commetti errori riguardo ai soldi. Così si discute sempre prima di affari e poi quando le cose sono in chiaro s’inizia a lavorare insieme.

Dove vivi adesso?
Sono da anni a New Orleans. Mi sono trasferita qui perché non volevo più vivere a Los Angeles. Poi ci sono rimasta perché è un posto unico che mi piace molto. C'è musica ovunque. È un luogo strano. È come una piccola città che è diventata un po’ grande. Non è proprio come una metropoli. E le persone di qui o che ci sono venute ad abitare sono molto amichevoli. Non sono come le altre persone al mondo. New Orleans non è una piccola isola della felicità, qui ci sono problemi e anche grossi. Non abbiamo i soldi per una forza di polizia, le strade sono brutte. Non tutto è perfetto, ma la qualità delle persone è il motivo giusto per cui mi trovo bene qui.

Com’è cambiato il tuo mondo musicale rispetto agli esordi?
Stai parlando di me? Del mio mondo? Beh, questa è una domanda impossibile. Sono passati 40 anni, quindi la mia voce è cambiata. È cambiato il mio modo di vivere la vita, è cambiata la mia comprensione delle persone, è cambiata l’urgenza in tutto. Ho un approccio diverso al mio lavoro. Ora, che siano o meno persone reali, qualunque cosa sia, mi rivolgo a un qualcuno che sta là fuori. Quando ero ragazza, parlavo solo al mio mondo immaginario e alle persone immaginarie in esso. Non avevo bisogno di nessun altro. Ma ora mi piace sapere che ci sono tutti i tipi di persone che ascolteranno e ognuno ha la sua situazione e mi piace condividere ciò che inizialmente penso abbia a che fare solo con me. Ho raggiunto i 68 anni ed entro la fine dell'anno ne farò 69. Quando arrivi a questi numeri, inizi a dire “wow, sai, ci si avvicina sempre di più”! E questo mi porta una prospettiva d'amore. Voglio lasciare il segno ovunque posso, con tutto l'amore che posso. Quando sei più giovane, è tutto su di te e non dovrebbe esserlo, ma quando sei più grande, secondo me, è tutto su di loro, su chi mi ascolta. E questo vuol dire che voglio portare al pubblico un po’ di pace, far star bene la gente che ascolta. Ora ho trovato un mio equilibrio e ad aiutarmi sono stati i cambiamenti negli ultimi anni nel mondo, non solo quello musicale.

Quindi come ti senti?
Mi sento ottimista e piena di speranza. È solo un po' frustrante perché ho un sacco di ottime idee per la televisione o il cinema, o anche solo per provare a recitare, ma c'è resistenza ed è difficile. Tutto quello che voglio fare è avere la capacità di presentare il mio lavoro alle persone, però non riesco a convincere i promoter. Mi guardano e non vedono i soldi. Quindi faccio fatica a portare il mio lavoro davanti alla gente. Secondo me è anche un problema di diritti delle donne. Se guardi un elenco di scrittori di rock and roll famosi trovi molti uomini prima di vedere il mio nome. Penso che gli uomini abbiano tutti i diritti e le donne siano ospiti. Mi piacerebbe vedere nella mia vita le donne non essere più in questa condizione. Penso che oggi le ragazze, ma anche i ragazzi, stiano davvero facendo uno sforzo per cambiare le cose. Io con tante difficoltà però riesco ancora a fare quello che mi piace. Quindi sto bene.

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