La preziosa sfida di Generic Animal al gigante dell’incertezza
Generic Animal, ovvero il cantautore e compositore Luca Galizia, è come un animale mitologico inafferrabile. Corre fra la trap e il pop, lavorando con Ketama126, Massimo Pericolo, Mecna, Rkomi ed Elodie, poi sgomma improvvisamente tuffandosi nuovamente in un rock distorto e senza briglie, dalle tinte pop e ancora più surreali. E tutto senza tradire un immaginario di fondo alimentato dai suoi disegni e dalle sue visioni. Ha pubblicato il nuovo ep “Mondo rosso” a un anno di distanza da “Benevolent”, il suo quarto album. Il totem di questo nuovo capitolo, audace nelle liriche e negli arrangiamenti, è un gigante rosso, metafora di tante incertezze non facili da spiegare, ma a volte terribili da vivere fra cambiamenti climatici, città inospitali e precarietà del lavoro. La lucidità e allo stesso tempo l’imprevedibilità di Generic Animal sono preziose.
“La verità è che non mi sono mai potuto permettere di fermarmi – dice – la mia sperimentazione musicale è alimentata al massimo dallo spleen. Inoltre trovo fondamentale lo studio. Dopo aver mollato tutte le università che potevo mollare, ho capito che dovevo alimentare la mia curiosità mettendo le mani dentro la musica, imparando sempre di più a realizzarla. E questo lo trovo importante anche per campare in futuro quando magari non riuscirò più a scrivere canzoni. A me il cambiamento non fa paura. Le foglie cambiano colore, ma l’albero è sempre lo stesso. Cambiare non vuol dire sradicarsi”. “Mondo”, “Venerdì”, “Rosso” e “Fine” sono da ascoltare, più che da raccontare. “Il processo con cui nascono le mie canzoni è strano, a volte i brani diventano Frankenstein a causa di un continuo ripescaggio – racconta l’artista – questo progetto invece è il primo che riesco a concretizzare in meno di sei mesi. Potrebbe essere il preambolo di qualche cosa di più grande, forse di un album, ma al momento non lo so, non ne sono certo. Per me è importante perché è il primo disco prodotto interamente da me con l’aiuto di alcuni miei amici”.
L’ep è stato in qualche modo una reazione ai tempi incerti inafferrabili che abbiamo vissuto e in cui tuttora siamo calati. “Il contesto in cui è nato non è stato certo semplice, ero rimasto senza lavoro e successivamente ho sentito gli strascichi della pandemia, il 2022 mi è sembrato davvero un anno superfluo, musicalmente bulimico e pieno di canzoni di scarsa qualità – ricorda – ho sentito l’Italia come un posto davvero piccolo e ho spurgato tutto questo continuando a lavorare. Mi sono messo a studiare, a capire di più la musica. Ma quegli strascichi di cui parlavo non sono per nulla convinto siano usciti dalla nostra vita…”. Ma guai pensare che in questi discorsi non ci sia una concretezza: il grande gigante rosso, simbolo del progetto, è allo stesso tempo immaginifico e verace. “La crisi che viviamo ormai da sempre, o almeno da quando ho coscienza di cosa succede nel mondo, non è romantica, ma mi piace pensare di poterla riassumere con un grande grosso simbolo, un personaggio e delle piccole metafore che non sempre riesco a spiegare – prosegue - sono qui, con la mia chitarra, e mi chiedo come pagherò l’affitto. Sicuramente dentro c’è la mia ossessione per i fumetti, per le distopie e per certi film in cui grandi esseri vengono pilotati da piccole creature: da Mad Max a Men in Black”.
Nelle tracce si respira una bellezza inquieta. “L’inquietudine è sempre stata la croce e la delizia del mio percorso, è quell’elemento che spinge anche ad aprirsi a nuove esperienze – sottolinea Generic Animal – ma quello che mi affascina di più in realtà è l’incerto. È questo il tema principale, in qualche modo, anche dell’ep. Lo è anche nei suoni inquinati. Credo che questo progetto sia mosso da una grande libertà, è musica realizzata e fatta uscire senza scolasticità o programmazione particolare. Per la prima volta ho usato una drum machine che mi ha regalato il mio amico Carlo, mentre il mio amico Giorgio mi ha donato un pedale particolare. Ne sono nati suoni nuovi e distrutti”. Musicalmente questo pugno di canzoni è sorprendente. “C’è del citazionismo rock, ma non troppo, un po’ rock acido, e si sente anche un forte respiro pop grazie alla quadratura maggiore delle canzoni, esclusa ‘Fine’ – conclude – se le si suona al pianoforte, spogliandole, si sente la fruibilità e la melodia”.