8 marzo: otto donne cantate da...

...Ivan Graziani, Gianni Togni, Riccardo Cocciante e altri, raccontate da Davide Pezzi
8 marzo: otto donne cantate da...

AGNESE, cantata da Ivan Graziani

Musica e parole di Ivan Graziani

Nel 1979 la carriera di Ivan Graziani ha finalmente cominciato a dargli qualche soddisfazione. Ha già inciso tre album con la Numero Uno, e se il primo, "Ballata per 4 stagioni" (1976), nonostante le recensioni positive, è passato un po’ inosservato, già con "I lupi" (1977), che contiene la famosa "Lugano addio", centra il successo non solo di critica ma anche di pubblico, successo consolidato dal successivo "Pigro" (1978). Ma è con l’album "Agnese dolce Agnese" che finalmente Ivan conosce il vero successo presso il grosso pubblico. L’album raggiunge la decima posizione e resta in classifica per quindici settimane. La canzone portante, "Agnese", uscita anche come singolo, non è un brano rock ma una dolcissima ballata, un ritratto femminile - di cui la discografia del cantautore è ricca - come sempre originale, lontana dai consueti schemi delle canzoni d’amore. Anzi: non è neppure una canzone d’amore in senso stretto, come lascia intuire la frase “Agnese, dolce Agnese / Color di cioccolata / Adesso che ci penso / Non ti ho mai baciata”, ma il ricordo struggente di una compagna di giochi, di gite in bicicletta e di confidenze, probabilmente durante una vacanza estiva durante l’età più bella, quella dell’adolescenza. Il testo viene composto da Ivan a Milano, come ha raccontato la moglie Anna, e forse è il clima non certo solare del capoluogo lombardo a ispirare i versi: “È uscito un po’ di sole / Da questo cielo nero / L’inverno cittadino / Sembra quasi uno straniero ... Io vado in bicicletta / Per sentirmi vivo / Alle cinque di mattina / Con la nebbia nei polmoni”. Il successo di pubblico è enorme e catapulta di diritto Ivan tra i nomi di punta della musica italiana.

Facciamo un salto in avanti di 10 anni, al 1988: Phil Collins pubblica il singolo "A groovy kind of love", inserito nella colonna sonora del film "Buster" di cui il cantante/batterista è anche protagonista. Quando la canzone comincia a venire trasmessa dalle radio sono in molti, in Italia, a notare l’estrema somiglianza della melodia con "Agnese" di Ivan Graziani. Phil Collins ha copiato Ivan Graziani? 

In realtà la canzone incisa da Collins è la cover di un brano scritto da Toni Wine e da Carole Bayer Sager nel 1965 e portato al successo dagli inglesi Mindbenders (il cui cantante era Eric Stewart, in seguito cofondatore dei 10cc.). 

E quindi è Ivan ad avere copiato da questa vecchia canzone dell’era beat? Sì, ma non proprio. L’ispirazione delle due canzoni è in realtà il rondò della Sonatina op. 36 n. 5 in Sol maggiore di Muzio Clementi, un compositore vissuto a cavallo tra ‘700 e ‘800, il cui inizio è innegabilmente quasi identico alla melodia delle due canzoni, che però poi si sviluppano in modo differente. 

Non si tratta quindi che dell’ennesimo “scippo” da parte della musica pop nei confronti della musica classica, non il primo né l’ultimo e neanche il più clamoroso. E infatti la causa di plagio finì con un nulla di fatto. 


CANDLE IN THE WIND, cantata da Elton John

Musica di Elton John, parole di Bernie Taupin


«Solzhenitsyn aveva scritto un libro intitolato “Candle in the Wind” (Candela nel vento). Il magnate dell’industria discografica Clive Davis aveva usato le stesse parole per descrivere Janis Joplin e, per qualche motivo, continuavo a sentire questo termine. Ho pensato che fosse un bel modo di descrivere la vita di qualcuno». Chi ha pronunciato queste parole è Bernie Taupin, autore dei testi delle più belle canzoni di Elton John, tra cui appunto "Candle in the wind", forse l’unico caso di canzone impiegata per ricordare due donne ben diverse e morte a distanza di oltre 35 anni.
Gennaio 1972: Elton John sta preparando il nuovo album, "Goodbye yellow brick road". Grazie a singoli come "Daniel", "Crocodile Rock" e "Rocket Man" è ormai una star in tutto il mondo.

E' nell'atmosfera suggestiva e rilassata del Chateau d’Hérouville, un castello del XVIII secolo a una trentina di chilometri da Parigi riadattato a studio di registrazione, che nasce "Candle in the Wind", la cui composizione segue il solito modo di lavorare dei due: Bernie scrive un testo, lo passa a Elton che solitamente in brevissimo tempo - a volte nel giro di mezz’ora, se il testo lo ispira - compone la musica. Come si è detto l’idea del titolo viene a Taupin da una citazione su Janis Joplin, anche se la canzone, come è noto, prende spunto dalla vicenda di Marylin Monroe. La frase di apertura della canzone “Goodbye, Norma Jean” si riferisce al vero nome della Monroe, Norma Jean Baker. Ma sarebbe riduttivo pensare solo a una canzone “su Marylin Monroe”, come ha spiegato lo stesso Bernie: «Penso che il più grande malinteso su 'Candle In The Wind' sia che io fossi un fanatico di Marilyn Monroe, il che non potrebbe essere più lontano dalla verità. Non è che non avessi rispetto per lei. È solo che la canzone avrebbe potuto facilmente riguardare James Dean, Jim Morrison o Sylvia Plath o Virginia Woolf. Voglio dire, fondamentalmente, chiunque, qualsiasi scrittore, attore, attrice o musicista che è morto giovane ed è diventato una specie di immagine iconica alla Dorian Gray, quella cosa per cui hanno semplicemente smesso di invecchiare. In un certo senso, sono affascinato da quel concetto. Quindi in realtà la canzone parla di come la fama influenza l’uomo o la donna per strada, tutta quella cosa dell’adulazione e il fanatismo dei fan. È piuttosto strano come le persone credano davvero che queste persone siano in qualche modo diverse da noi. È un tema che ha un posto preminente in molte delle nostre canzoni e penso che probabilmente continuerà a farlo». Quando Elton John riceve il testo ne rimane subito colpito: comprende benissimo lo stress causato dalla costante attenzione dei media e quanto Marylin Monroe dovesse aver sofferto terribilmente per tutta la sua vita. Nella grande sala da pranzo del castello c’è un pianoforte, ed è qui che Elton, durante la colazione, compone molte delle canzoni dell’album, tra cui anche "Candle in the wind". 
La canzone entra nel doppio album "Goodbye yellow brick road" che esce il 5 ottobre 1973, ma viene pubblicata come singolo solo nel febbraio del 1974.

Ma "Candle in the wind" è destinata ad avere una seconda vita.
Il 31 agosto 1997 Diana Frances Spencer, conosciuta anche come Lady Diana, a 36 anni rimane vittima di un incidente automobilistico sotto il tunnel del Pont de l’Alma a Parigi, insieme con il suo compagno Dodi Al-Fayed. La notizia scuote profondamente Elton John, che era molto amico di Diana. La sua morte, unita a quella avvenuta poche settimane prima di Gianni Versace, anche lui un suo buon amico, provoca nel cantante una profonda depressione. Addirittura in un primo momento pensa di non recarsi al funerale di Diana, per lo shock subito. In seguito cambia idea, grazie anche al sostegno di alcuni amici, e decide di dare un proprio contributo alla memoria della Principessa, su espressa richiesta della famiglia di Diana. Contatta quindi Bernie Taupin, ma i due non si capiscono: Elton chiede a Bernie di scrivere un testo sulla falsariga di quello di "Candle in the Wind", ma Taupin capisce invece che l’amico gli sta chiedendo di riscrivere il testo proprio di quel brano per la circostanza. Elton esegue la canzone al funerale della principessa Diana il 6 settembre 1997 all’abbazia di Westminster, col testo in parte riscritto, in particolare la prima riga cambiata da “Goodbye Norma Jeane” a “Goodbye England’s Rose”. 

La nuova versione della canzone, prodotta da George Martin - il celebre produttore dei Beatles - viene pubblicata come singolo il 13 settembre col titolo "Candle In The Wind ‘97", i cui proventi andranno interamente al Princess of Wales Memorial Fund, una fondazione istituita nel settembre 1997, per continuare l’opera umanitaria di lady Diana in tutto il mondo. Nel giro di un mese il singolo arriva al numero 1 nel Regno Unito, dove rimane in testa alle classifiche per cinque settimane. Anche in America arriva al numero 1, rimanendoci per ben 14 settimane. Con circa 40 milioni di copie vendute si stima che sia il secondo singolo più venduto della storia, dopo "White Christmas" di Bing Crosby. Dopo aver eseguito la canzone al funerale di Diana, Elton non la canterà mai più con quel testo.


LUNA, cantata da Gianni Togni
Musica di Gianni Togni, parole di Guido Morra


Tornata d’attualità di recente in occasione dell’anniversario dello sbarco sulla luna, grazie anche a una cover di Jovanotti, "Luna" di Gianni Togni in effetti non è solo una delle centinaia di canzoni dedicate nel corso degli anni al nostro satellite. 

"Luna" è senza dubbio anche la canzone cui è legato indissolubilmente il nome di Togni.
"Luna" nasce in realtà in modo particolare, dall’unione di due diverse canzoni, come ha ricordato il produttore Giancarlo Lucariello, una intitolata "Anna" e l’altra "Guardo il mondo", unite poi sapientemente dall’arrangiatore Maurizio Fabrizio. «La prima aveva un inciso forte - “Anna non fare la scema”, se non ricordo male - racconta il produttore - L’altra partiva con una strofa molto efficace, che faceva subito presa. Togni fu bravo ad accettare di unire i due brani: era un ragazzo di talento». Ancora più particolare è l’ispirazione per la canzone, anche se poi il testo sarà firmato dal fido collaboratore Guido Morra. Ha raccontato lo stesso Togni: «In quel periodo ero a Milano, prendevo spesso la metropolitana e incontravo questo barbone, un uomo molto pacifico, barbuto, vestito di marrone, che chiamava ad alta voce il nome di una donna, probabilmente il suo amore: Anna. Quell’uomo tra un sorso di vino e uno sguardo sonnacchioso urlava frasi sconnesse ai passanti. Mi colpì da subito, lo ammetto. Ed è per questo che annotavo quotidianamente quelle battute che in pochi giorni sono diventati una canzone surreale». Il 45 giri di "Luna" entra nella classifica italiana il 21 giugno 1980 alla decima posizione. Il 9 agosto, dopo un lungo duello con "Non so che darei" di Alan Sorrenti, riesce ad arrivare al n.1 dove resterà per tutta l’estate; resterà comunque nelle primissime posizioni ancora per molte settimane, abbandonando la Top Ten solo l’8 novembre. Alla fine Luna risulterà il quinto singolo più venduto del 1980 segnando per sempre la carriera di Togni.

"E guardo il mondo da un oblò", la frase iniziale del testo di "Luna", diventerà anche il titolo di un film del 2007, scritto, diretto ed interpretato da Stefano Calvagna e interamente ambientato, tranne la scena finale, in una lavanderia a gettoni. Ovviamente "Luna" non può non esserne la colonna sonora.

 

MY SHARONA, cantata dagli Knack

Musica e parole di Don Fieger e Barton Averre

Nel 1975 Doug Fieger ha da poco formato gli Knack insieme all’amico chitarrista Berton Averre, e stanno cominciando a suonare in giro nei club di Los Angeles e incidendo dei demo per trovare un contratto discografico. Un giorno Fieger, che è da tempo fidanzato, accompagna la sua ragazza a fare shopping, e mentre lei prova degli abiti lui resta letteralmente fulminato dalla vista di una giovane studentessa di 17 anni, Sharona Alperin, che lavora nel negozio. Anche Sharona è impegnata con un ragazzo, ma Doug, come in una favola, se ne innamora a prima vista e sotto gli occhi della fidanzata la invita ad andare a vedere un suo concerto. Anche Sharona non resta indifferente, e anni dopo dichiarerà: «Dal momento in cui Doug e io ci siamo incontrati per la prima volta, le nostre vite sono cambiate per sempre. È raro che due persone abbiano un tale impatto l’una sull’altra. Il legame che abbiamo condiviso è qualcosa di cui farò tesoro finché vivrò, avrà sempre un posto speciale nel mio cuore». Insomma sembra davvero l’idillio perfetto, se non fosse per la differenza d’età e per il non trascurabile particolare che entrambi sono già impegnati in una relazione! Poco dopo Fieger e la fidanzata si lasciano, così il ragazzo dichiara il suo amore a Sharona, incurante del fatto che lei sia ancora fidanzata e che vada spesso a vedere i concerti della band insieme al suo ragazzo. La situazione comincia a diventare pesante quando Fieger inizia a scrivere canzoni su di lei e a suonarle in pubblico. 
Berton Averre aveva composto il riff di chitarra di quella che poi diverrà "My Sharona" già alcuni anni prima di entrare nella band. A Fieger piace molto e una sera in 15 minuti scrive il testo e insieme all’amico elabora la struttura e la melodia. Inizialmente Averre non è d’accordo sul fatto di citare esplicitamente Sharona nella canzone, ma Fieger si impunta, vuole che sia un’espressione diretta dei suoi sentimenti, e alla fine il chitarrista è costretto a cedere di fronte alla forza dell’amore. In un’intervista al "Washington Post", Doug Fieger ha detto: «Avevo 25 anni quando ho scritto la canzone, ma è stata scritta dal punto di vista di un ragazzo di 14 anni: è solo una onesta canzone su un quattordicenne innamorato». 

"My Sharona" viene inclusa nel primo album della band "Get the knack" e viene pubblicata come singolo il 18 giugno del 1979, raggiungendo subito il primo posto della classifica di "Billboard" dove rimase per sei settimane. In Italia dove diventa un vero tormentone estivo nel 1980. La bella Sharona compare anche sulla copertina del singolo. Atre due canzoni dell’album sono dedicate a lei, e alla fine la ragazza capitola e inizia una relazione con Fieger che durerà quattro anni, finché lo stile di vita sregolato e la dipendenza dall’alcool del cantante la porteranno ad allontanarsi da lui. Dopo un lungo periodo di riflessione Sharona e Doug si ritroveranno e diventeranno amici, e la ragazza sarà con il cantante l’ultima settimana della sua vita: Doug Fieger è morto di cancro il 14 febbraio 2010. 


BILLIE JEAN, cantata da Michael Jackson

Musica e parole di Michael Jackson


La canzone viene pubblicata il 2 gennaio 1983 come secondo singolo dall’album "Thriller", ma la sua storia inizia qualche anno prima. Dopo il successo dell’album "Off the wall" del 1979, che aveva venduto oltre 20 milioni di copie, Michael Jackson attende un po’ prima di tornare in studio. Quando insieme al produttore Quincy Jones inizia a lavorare a "Thriller" ha un’idea ben precisa in mente, realizzare un album in cui ogni canzone sia un “killer” (questo è il termine usato dal cantante), cioè un successo. L’idea per Billie Jean gli viene mentre è alla guida della sua Rolls Royce lungo la Ventura Freeway col suo collaboratore Nelson Hayes. Michael ha già tutta la canzone in testa ed è così assorto nei suoi pensieri che non si accorge che la sua auto sta andando a fuoco. Un ragazzino su una motocicletta gli si affianca e gli grida: “La tua auto è in fiamme!”. Ha raccontato lo stesso Michael: «Un musicista riconosce un successo. Deve farti sentire bene. Ogni cosa deve essere al suo posto. Sapevo che “Billie Jean” sarebbe stata grande mentre la stavo scrivendo: ero davvero preso da quella canzone. Un giorno durante una pausa delle registrazioni stavo guidando lungo la Ventura Freeway, “Billie Jean” mi girava per la testa ed era tutto ciò a cui stavo pensando. Quel ragazzino probabilmente salvò le nostre vite: se la macchina fosse esplosa, avremmo potuto restare uccisi, ma ero tutto assorbito da questa melodia che mi galleggiava in testa». Nell’autunno del 1981 Jackson prepara una demo della canzone nella sua casa di Hayvenhurst a Encino, nella parte meridionale della San Fernando Valley, lavorando tre settimane solo per il giro di basso iniziale.

Come è noto, per comporre il testo il cantante si ispira a delle vicende personali. In un’intervista lo stesso Jackson ha raccontato: «C’è una ragazza di nome Billie Jean nella canzone, ma non si tratta di una ragazza specifica. Billie Jean rappresenta un sacco di ragazze, le chiamavano groupies negli anni ‘60. Si appostavano davanti alla porta dei camerini di qualsiasi band che veniva in città, e con cui avrebbero avuto una relazione. Penso di essermi ispirato all’esperienza con i miei fratelli quando ero piccolo. C’erano un sacco di Billie Jean là fuori, e ognuna giurava che suo figlio era imparentato con uno dei miei fratelli». In realtà secondo J. Randy Taraborrelli, biografo di Jackson, Billie Jean è nata in seguito ad alcune lettere che Jackson ha ricevuto nel 1981 da una donna che sosteneva che lui era il padre di uno dei suoi gemelli (di uno solo, si noti...). Jackson, che riceveva regolarmente lettere di questo tipo, non aveva mai incontrato la donna e la ignorò. Tuttavia, lei ha continuato a inviargli lettere in cui diceva di amarlo, di volere stare con lui, e chiedendo come poteva ignorare la carne della sua stessa carne. Un giorno però Michael riceve un pacco contenente una fotografia della fan, una pistola e una lettera che lo invitava a uccidersi in un particolare momento. Lei avrebbe fatto lo stesso una volta che avesse ucciso il “loro” bambino, in modo che potessero stare insieme nella prossima vita. Ovviamente una vicenda così non può non preoccupare il sensibile Michael, che forse anche per esorcizzarla compone il testo di "Billie Jean". 
Quando Quincy Jones ascolta la canzone non gli piace molto, e non vorrebbe inserirla nell’album "Thriller". Inoltre trova troppo lunga l’introduzione - «durante l’intro puoi farti la barba» dirà in un’intervista - e odia il giro di basso. Ma Michael stavolta si mostra irremovibile. «Ho detto che dovevamo arrivare alla melodia prima" ha raccontato Jones "ma Michael ha risposto che era proprio quell’introduzione che gli faceva venire voglia di ballare. E quando Michael Jackson dice che qualcosa gli fa venir voglia di ballare, tu non discuti, così ha vinto lui». Una volta arresosi al fatto di dover includere la canzone nel nuovo album, il produttore suggerisce però di intitolarla "Not my lover", per paura che la gente possa pensare a una relazione del cantante con la nota tennista Billie Jean King, ma anche stavolta alla fine la spunta Michael Jackson... 

 

BETTE DAVIS EYES, cantata da Kim Carnes

Musica e parole di Jackie DeShannon e Donna Weiss


È curioso come talvolta un cantautore arrivi al successo, dopo anni di anonimato, con una canzone composta da altri. È il caso di "Bette Davis Eyes", successo planetario dell’americana Kim Carnes, che nel 1981 impazzò nelle classifiche di mezzo mondo e restò nove settimane, sia pure non consecutive, in vetta alla classifica americana di "Billboard".
Il brano era stato composto però anni prima, nel 1974, dalla cantautrice americana Jackie DeShannon e da Donna Weiss, dopo la visione del film "Perdutamente tua" interpretato nel 1942 da Bette Davis. La Davis, pur essendo una delle dive più note di Hollywood, a differenza di altre colleghe dell’epoca non era particolarmente avvenente, ma era dotata di uno sguardo magnetico, e il suo mito sarà per sempre legato a personaggi di donne dal carattere forte e deciso. La canzone fu inserita nell’album "New arrangement" della stessa DeShannon, in uno stile da jazz-band anni 30, con pianoforte e sezione di fiati, ma non fece certo parlare di sé, almeno fino al 1981 quando la stessa Donna Weiss, co-autrice, la propose a Kim Carnes e al suo produttore Val Garay. 
La Carnes, agli inizi degli anni 80, è in un periodo cruciale per la sua carriera. Ha già inciso 5 album - il primo nel 1971 - che non hanno lasciato grandi tracce nelle classifiche americane, e deve assolutamente trovare il modo di far emergere la sua voce roca e particolare o dovrà abbandonare il mondo del music-business. Quando ascolta la canzone proposta dalla Weiss non ne rimane particolarmente colpita, non sa esattamente cosa farne di quel brano dall’aria così rétro... ma qui entra in ballo il genio del tastierista Bill Cuomo, che riscrive la partitura e inventa il riff iniziale realizzato col sintetizzatore Prophet-5. In questa nuova veste completamente diversa la canzone viene pubblicata come singolo il 10 marzo 1981 e scala rapidamente le classifiche americane fino ad arrivare al n° 1 dove resterà per ben nove settimane: il singolo risulta il terzo più venduto dell’anno tanto da vincere nel 1982 il Grammy Award come miglior canzone e miglior disco dell’anno. 

Quando la canzone diventa un successo, la 73enne Bette Davis scrive a Kim Carnes e alle autrici per dire che è una fan della canzone, ringraziando per averla resa «una parte della storia moderna». Uno dei motivi per cui la leggendaria attrice amava la canzone è anche per via della nipote, che pensava che sua nonna fosse “cool” visto che avevano scritto una canzone su di lei. Nessuno dei dischi successivi della Carnes avrà mai neanche lontanamente il successo di questa canzone, e la sua voce dal timbro roco - tanto che ci fu chi pensò che fosse Rod Stewart a cantare - resterà per sempre legata a questo brano.


MARGHERITA, cantata da Riccardo Cocciante

Musica e parole di Riccardo Cocciante e Marco Luberti


Dopo due album non particolarmente fortunati nel 1974 Riccardo Cocciante con "Bella senz’anima" raggiunge il grande successo. Anche il successivo album L’alba, con testi del solo Luberti, riscuote un notevole successo, riproponendo praticamente la stessa formula musicale. A questo punto il musicista capisce che deve cambiare, ed evitare il rischio di ripetere sempre lo stesso cliché. Per il nuovo album, ancora senza titolo, il produttore Marco Luberti vuole un sound nuovo, più moderno, e qui entra in campo il compositore greco Evangelos Odysseas Papathanassiou, più noto come Vangelis. L’ex tastierista degli Aphrodites’ Child, con già alcuni ottimi album all’attivo ma non ancora noto al grosso pubblico – e non ancora vincitore di premi Oscar per le sue colonne sonore – non è in realtà nuovo a collaborazioni con cantautori italiani: nel 1974 ha arrangiato l’album "E tu" di Claudio Baglioni, per cui è già avvezzo a lavorare con artisti nostrani. Cocciante e Luberti preparano un certo numero di canzoni, ma quasi alla fine del lavoro si accorgono che una di queste è ancora senza un testo; quella notte, si racconta, a Luberti, tra il sonno e la veglia, viene in mente la frase “Io non posso stare fermo con le mani nelle mani / troppe cose devo fare prima che venga domani“, così si alza dal letto e alle 4 del mattino telefona a Cocciante per dirglielo. Si mette poi al tavolino e di getto compone il testo dell’intera canzone, una dichiarazione d’amore assoluto alla protagonista, Margherita, descritta quasi come una Musa, un ideale di donna perfetta staccata da ogni realismo. Infatti quando è stato chiesto a Cocciante chi sia questa donna dalle straordinarie virtù, la risposta è sempre stata: «Non esiste, tutte le mie canzoni sono allegoriche: io mi considero un impressionista». 

Come a volte è successo per alcuni classici della musica pop, Margherita rischia quasi di non essere inclusa nel disco. Ha raccontato Cocciante a "Famiglia Cristiana": «Feci ascoltare i brani del mio nuovo 33 giri a Vangelis. L’ ultimo era 'Margherita'. Lui mi chiese se ero davvero convinto di inciderla: non gli piaceva e neppure io ne ero molto convinto. Era il periodo di massima politicizzazione della musica e pensavo che una canzone così melodica non potesse avere successo. Così mi presentai dal direttore della Rca, Ennio Melis, e gli spiegai le nostre perplessità. Lui appena la ascoltò disse che non solo sarebbe diventata il mio nuovo singolo, ma che il 33 giri si sarebbe intitolato 'Concerto per Margherita'. Fu un grande successo che mi insegnò una lezione fondamentale: l’artista non è mai il miglior giudice delle proprie opere. Ha sempre bisogno di qualcuno che gli indichi la strada. Questo ruolo da molto tempo lo esercita mia moglie: è una giudice severissima, ma indispensabile». Il singolo esce nel giugno del 1976 e in settembre arriva al primo posto della Hit Parade, dove resta per 10 settimane consecutive, fino al novembre del 1976, diventando probabilmente la canzone più famosa del cantautore. 

 

MANDY, cantata da Barry Manilow

Musica e parole di Scott English e Richard Kerr


Scoprire per caso che una propria canzone di qualche anno prima è diventata un enorme successo non capita certo tutti i giorni. Il primo protagonista di questa storia si chiama Scott English, è un cantautore americano più noto come autore per altri – Jeff Beck, Animals, Amen Corner – che come interprete. Però nel 1971 sente che quella canzone che gli è venuta in mente è troppo personale per affidarla ad altri. Parla del rapporto con la moglie, che l’ha tolto dalla strada, gli ha dato una casa, una ragione per vivere, e che lui ha lasciato andare via. Comincia a scriverla durante il Midem, la più importante fiera discografica del mondo che si tiene a Cannes, e appena tornato a Londra la termina insieme al suo co-autore Richard Kerr. Il titolo: "Brandy", che non è il liquore ma il nome della moglie di English. Registrano una demo con Kerr alla voce solista, ma questa versione non piace a nessuna casa discografica, finché Scott non si presenta alla Phonogram e la canta lui personalmente, insieme ad altre tre canzoni, suscitando finalmente l’interesse dei discografici. Pubblicata come singolo nel febbraio del 1972, in America "Brandy" resta nelle parti basse delle classifiche, mentre arriva fino alla posizione n. 12 nelle classifiche inglesi, grazie alla partecipazione di English a "Top of the Pops". Ma il successo è di breve durata e la canzone scompare presto dalle classifiche, gettando il suo autore nello sconforto. 

Un paio di anni dopo, mentre English si trova in un piccolo villaggio chiamato Chappell, sfogliando una rivista si imbatte nella rubrica “Hits Of The Week” (“Successi della Settimana”) e nota una canzone intitolata "Mandy" composta da English e Kerr. Il cantante resta stupito: «Ho pensato, “Aspetta… Non ho mai scritto una canzone intitolata 'Mandy'!”».
Qui entra in scena il secondo protagonista della nostra storia, Barry Manilow, un musicista che nei primi anni ‘70 è molto apprezzato e richiesto. Nel 1973 Manilow tenta la carriera solista ma il suo primo album non riscuote un particolare successo, così ci riprova nel 1974. Il produttore Clive Davis insiste perché Barry includa nel disco una canzone di qualche anno prima di un certo Scott English, "Brandy", ma Manilow è contrario: la canzone non gli piace particolarmente, e poi lui è un cantautore e non gli va molto giù l’idea di incidere una canzone scritta da altri. Alla fine si lascia convincere, ma sorge un altro problema: nel 1972 c’è stato un grande successo dei Looking Glass intitolato "Brandy (You’re A Fine Girl)", così per evitare possibili confusioni la canzone viene ribattezzata "Mandy". Rispetto alla versione originale quella di Manilow è più lenta ed enfatica, e il cantante introduce alcune piccole variazioni nella struttura stessa della canzone, facendone un enorme successo, e conquistando la vetta della classifica di "Billboard". "Mandy" entra nella Top 10 in quasi tutto il mondo decretando l’inizio del successo di Barry Manilow.

E il povero Scott English? Come ha reagito scoprendo che la sua "Brandy" era diventata "Mandy" e un successo milionario? Ha raccontato: «Quando Barry mi ha chiesto cosa pensavo della sua versione gli ho detto: “Non mi piace, ma finché mi aiuterà ad acquistare case, mi piacerà”. Cosa mi ha impedito di godermela all’inizio? Non era mia. Volevo che fossi io, questo ragazzo stava ottenendo tutta la gloria. È la mia storia, e Barry Manilow la cantava. Ovviamente col tempo l’ho accettato. Barry le ha dato un vero senso sinfonico».
Qualche parola su una leggenda che ha circolato per anni intorno all’origine della canzone: che parlasse di un cane! Lo stesso English ha smentito questa voce: «So come è iniziata quella storia. Quando “Brandy” entrò in classifica in Inghilterra sono stato svegliato alle 7 del mattino da un giornalista. Voleva sapere chi fosse Brandy. Avrei detto qualsiasi cosa per liberarmi di lui, quindi ho sputato fuori la prima cosa che mi è venuta in mente: gli ho detto che era un cane, e ho riattaccato il telefono! Immagino che dovrò convivere con questa storia». 


(bonus track) VIVO PER LEI
O.R.O., Andrea Bocelli e Giorgia

Musica e parole di Mauro Mengali, Valerio Zelli e Gatto Panceri

La storia di questa canzone non inizia con Andrea Bocelli e Giorgia, e non fu per loro che fu composta.
Nel 1994 il gruppo degli O.R.O. (acronimo di Onde Radio Ovest) sembra finalmente sul punto di raggiungere il successo: nati agli inizi degli anni ‘90 dall’unione di vari turnisti molto richiesti negli studi di registrazione, dopo avere suonato per anni con diversi artisti tra cui Marco Masini, Raf, Aleandro Baldi e Umberto Tozzi, sono pronti per esordire in proprio. Dopo un singolo d’assaggio pubblicano nel gennaio 1995 l’album "Vivo per...", che contiene l’omonima canzone - il titolo è leggermente diverso - composta da Mauro Mengali e Valerio Zelli. In questa prima versione la “lei” del titolo è una donna, si tratta infatti di una canzone d’amore dal testo piuttosto tradizionale. Con "Vivo per..." il gruppo partecipa alla manifestazione "Un disco per l’estate", ma senza ottenere un particolare successo; meglio andrà qualche mese dopo quando gli O.R.O., con la stessa canzone, vincerano "Sanremo Giovani" ottenendo di diritto di partecipare al Festival l’anno seguente.

È a questo punto della storia che entra in ballo Andrea Bocelli, che nel 1995 sta realizzando il suo secondo album, "Bocelli", con Mauro Malavasi e Joe Amoruso. Come spesso capita non ci sono abbastanza canzoni per completare il disco, così Michele Torpedine, produttore esecutivo del disco, nonché produttore anche di Giorgia, si ricorda della canzone degli O.R.O. di qualche mese prima. Occorre però un nuovo testo, per rendere la canzone più originale e incisiva, e qui entra in gioco il cantautore Gatto Panceri (che all’epoca sta scrivendo le canzoni per l’album "Come Thelma e Louise" di Giorgia), cui viene chiesto di comporre un nuovo testo. Il cantautore accetta l’invito, e decide di cambiare la prospettiva della canzone: è sempre una dichiarazione d’amore ma non a una donna, come nella prima versione, bensì alla musica. «Ho completato il testo in macchina, venendo a Milano da Bologna, dove stavo lavorando con Giorgia» ha raccontato il cantautore monzese «C’era una nebbia fortissima, e mentre guidavo ho buttato giù le parole sul registratore che porto sempre con me. È una canzone nata di getto: a volte capita che ci siano dei parti così istintivi, che di solito portano a una grande naturalezza nel risultato. Bocelli ha sentito la canzone e si è entusiasmato». 
Mentre Bocelli è in studio a registrare la canzone riceve una visita casuale di Giorgia, che esprime il suo apprezzamento per il brano. Da lì nasce l’idea del duetto e il brano diventa uno dei singoli portanti dell’album "Bocelli", insieme a "Con te partirò", con cui il cantante si piazzerà al quarto posto al festival di Sanremo del 1995.

"Vivo per lei" - così verrà ribattezzata la canzone - esce come CD singolo ma anche stavolta non ottiene il successo sperato. Nei mesi successivi tuttavia la canzone entra nel repertorio di molti musicisti di piano bar e nei locali karaoke che stanno nascendo in tutta Italia, diventando così una sorta di piccolo classico della canzone italiana. 

 

Testi di Davide Pezzi, autore di "Quello che le canzoni non dicono", che abbiamo recensito qui e del quale sta preparando il seguito.

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