Bono vs. Bob Dylan: come si racconta la musica in un libro?

Due giganti che pubblicano le loro opere letterarie lo stesso giorno, con stile e scelte opposte
Bono vs. Bob Dylan: come si racconta la musica in un libro?

C’è una regola non scritta, nel mondo della cultura popolare: non si pubblicano nello stesso giorno i due possibili blockbuster o due titoli di e con grandi star. Informalmente, gli staff si confrontano, guardano i calendari, si evitano sovrapposizioni, perché nella musica, nel cinema, nei libri i risultati della prima settimana sono fondamentali: si cerca di evitare di cannibalizzarsi a vicenda. Qualche volta succede: nel 2019, per esempio, Bruce Springsteen e Madonna si trovarono a competere per la testa delle classifiche americane con i nuovi album usciti lo stesso giorno, come se fossero gli anni ’80. Ma è l’eccezione, non la regola.

È successo di nuovo: Bono e Bob Dylan hanno pubblicato i libri musicali più attesi dell’anno lo stesso giorno: Il 1° novembre sono usciti “Surrender” e “The philosophy of modern song”, per due editori concorrenti (a cui l’antitrust ha appena negato la fusione, peraltro). L’uscita del memoir di Bono è stata coordinata a livello mondiale (in Italia è per Mondadori), con il cantante impegnato in un intenso tour promozionale che lo ha portato a fare interviste in ogni dove, a prendersi la scena, come sempre. Dylan, come di consueto, non fa promozione; del suo libro si parla un po’ meno: in Italia la pubblicazione è stata rimandata alla prossima settimana (esce per Feltrinelli).

Bono vs. Dylan: due amici con una visione opposta della musica

Si tratta di due libri profondamente diversi, due modi opposti, come opposto è l’approccio alla musica dei due:  laterale, enigmatico e profondo quello di Dylan, empatico e aggressivo quello di Bono. 
I due, peraltro, sono amici e Bono riconosce al premio Nobel il ruolo di Maestro - tanto che apre il libro con una citazione di “Every grain of sand”, e lo evoca più volte nel suo racconto. Notevole l’aneddoto del primo incontro tra i due: Bono va a vedere un suo concerto allo Slane Castle nel 1984, dove gli U2 stanno registrando “The unforgettable fire”: 

Aveva due caratteristiche che lo collocavano ancora più in alto nel mio firmamento: la ricerca spirituale e l’ironia terrena.

Il giorno del concerto ero senza parole per l’emozione, quando uno sconosciuto mi toccò la spalla. 
«Mi fai l’autografo?»
Era Bob Dylan.

Sarebbero finiti a collaborare pochi anni dopo in due canzoni di “Rattle and hum”, "Hawkmoon 269" e "Love rescue me".
Per la cronaca, Dylan non ha scelto nessuna canzone degli U2 per il suo libro, né li cita mai.

Bono, autobiografia rock all’ennesima potenza

“Surrender” è la classica autobiografia rock, ma all’ennesima potenza. Un modello diventato di grande successo da “Life” di Keith Richards (2010), nell’ultimo decennio frequentato dai più grandi, da Bruce Springsteen a Elvis Costello. Bono la rivisita secondo lo stile massimalista degli U2, dove il “less is more” diventa “more is more”: quasi 700 pagine, una quantità enorme di storie in una struttura narrativa tutto sommato classica, scandita da 40 canzoni. Il libro, nelle note finali, peraltro conferma che queste canzoni sono state reincise per una raccolta di prossima pubblicazione - tanto che nell’audiolibro si sentono frammenti delle nuove versioni. 

Fin qua tutto normale, o quasi; ma è lo stile a rendere “Surrender” una delle migliori autobiografie rock che ho letto: Bono sa scrivere, eccome; ha molto da raccontare, con aneddoti inediti. Ha una sua voce anche da scrittore, che unisce il suo approccio “sbruffone” (“Come dico sempre, discendo per parte di madre da una lunga stirpe di commessi viaggiatori, e ancora oggi mi definisco un venditore. Vendo idee, vendo canzoni e ogni tanto vendo prodotti”) con una dimensione più intima, che rivela le origini del personaggio - odiatissimo. 
Insomma, davvero si mette a nudo, rivela le sue motivazioni, ammette gli errori che ha fatto (come quello famoso di "Songs of innocence"). Il libro è ovviamente pieno di "rivelazioni": infatti sono giorni che sui media di tutto il mondo (Rockol compreso) trovate notizie ed estratti. Un libro pensato bene nel contenuto, ma con idee forti per il marketing - come ogni album degli U2. 
Sono a 2/3 del libro (sono 700 pagine...) e confermo quello che si legge nelle recensioni uscite in questi giorni: è un racconto rivelatorio, dove Bono cerca di proiettare un’immagine umana di sé, non solo della rockstar amica dei potenti, il re del namedropping.
Se siete fan è una lettura obbligata, se non lo siete, forse non vi farà cambiare idea sul personaggio ma potrebbe almeno farvelo considerare in maniera diversa.

La filosofia della canzone secondo Dylan

Nel 2004, prima ancora del boom delle autobiografie rock, Dylan pubblicò “Chronicles vol.1”. Un secondo volume non è mai arrivato, ma quel libro era già unico: non avera una vera cronologia e come la musica di Dylan era diverso da qualsiasi altra cosa scritta da una rockstar. 18 anni dopo, Dylan pubblica un volume a cui - si legge nelle note - lavora dal 2010. Ed è una cosa ancora più unica: 66 mini saggi su singole canzoni con scelte personali più che mirate a qualche forma di storicizzazione enciclopedica. Le più recenti sono “London calling” dei Clash (1979),  "It doesn't hurt anymore", incisa da Regina Belle (1989) e "Dirty life and times" di Warren Zevon (2003). 

Il genere “Filosofia della musica pop e rock” è abbastanza praticato negli ultimi anni in ambito accademico e della pubblicistica, con riflessioni sulla condizione umana a partire dai testi delle canzoni e dall’approccio di questo o quell’artista. Ma Dylan porta tutto ad un altro livello: considerazioni sulla struttura delle canzoni, sull’approccio dell’artista, su come una canzone ha cambiato la storia della musica e non solo. I saggi sono spesso aperti da una parte più poetica, e seguiti da una più analitica e la parola “Filosofia” ha a che fare soprattutto con il ruolo delle canzoni nella nostra vita.

Confesso che il primo saggio che sono andato a leggere è “Volare”: volevo vedere cosa ha da dire su una canzone così diversa dalle altre, e così “nostra". Poche pagine, che hanno proprio questa struttura: una introduzione poetica su cosa rappresenta la canzone (“You get the mental picture, Utopia, and it's painted blue”), poi arriva l’analisi, fenomenale: “Volare” viene definita come “Una delle prime canzoni allucinogene”, che anticipa “White Rabbit" dei Jefferson Airplane di almeno dieci anni. Dylan parla della gioia liberatoria di cantare la melodia “più orecchiabile mai ascoltata” in una lingua che non capisci.

 Questa è una canzone che si insinua nell'aria. Una canzone che deve essere suonata ai matrimoni, ai bar mitzvah e magari ai funerali. È un perfetto esempio di quando non riesci a pensare a nessuna parola per accompagnare una melodia e canti semplicemente "Oh, oh, oh, oh".
Presumibilmente parla di un uomo che vuole dipingersi di blu e poi volare via. Volare, significa: "Voliamo via nel cielo infinito".
Ovvio, il cielo infinito. Il mondo intero può scomparire ma io sono nella mia testa.

Ognuno dei 66 saggi ha delle intuizioni geniali di questo tipo, come quando Dylan definisce i Grateful Dead (di cui analizza “Truckin’”) come una “dance band”, in cui il pubblico che balla roteando è parte della band stessa. O come quando, parlando di “Blue bayou” di Roy Orbison, dice che non è scontato che una grande canzone sia anche un grande “record”: “Alcuni dei nostri dischi preferiti sono nella migliore delle ipotesi canzoni mediocri, che in qualche modo si sono animate quando il nastro stava registrando”. Quando canzone e registrazione si allineano, nasce la magia della musica.

Un libro senza cronologia, che ti apre la mente. Peccato solo non abbia scelto canzoni più recenti… O forse il punto è proprio quello: secondo Dylan, non c’è nulla nella popular music recente che non fosse già stato detto, scritto, cantato e provato scritto in queste 66 canzoni.

Il verdetto


Mettere questi due libri a confronto è un azzardo, e ancora di più è chiedere quale sia il migliore: è come chiedere ad un bambino “vuoi più bene al papà o alla mamma?". Ok, Dylan è Dylan, il premio Nobel, il più grande di tutti. Bono è un discepolo, è uno dei più amati e odiati... facile dire che avrebbe la meglio in un celebrity deathmatch. Ma, alla fine, questi due approcci diversi sono complementari: due libri per spiegare il ruolo della musica pop e rock nella cultura contemporanea.

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