Rolling Stones, la storia di "Their Satanic Majesties Request"
"Their Satanic Majesties Request", l'album dei Rolling Stones, è uscito l'8 dicembre del 1967; lo raccontiamo nel giorno del cinquantacinquesimo compleanno
THEIR SATANIC MAJESTIES REQUEST
Tra l’8 e il 9 dicembre su entrambe le sponde dell’Atlantico viene pubblicato “Their Satanic Majesties Request” dei Rolling Stones.
1967
E’ il 1967: manca poco sia a Natale che alla fine di un annus mirabilis per il rock.
Sono usciti dischi come “Are you experienced?” di Jimi Hendrix, “Mr. Fantasy” dei Traffic, “John Wesley Harding” di Bob Dylan, “Disraeli gears” dei Cream e i più o meno auto-esplicativi “The Who sell out”, “Songs of Leonard Cohen”, “Velvet Undergound”.
E poi anche quell’altro album, come si chiama…? Ah, sì: “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”.
Un livello siderale, insomma.
Bivio?
In mezzo a cotanta qualità, diciamolo, gli Stones hanno fatto giusto il minimo sindacale rispetto al loro status. “Between the buttons” ha visto la luce a gennaio, praticamente in un’altra era: quando il mondo non sapeva ancora che i Beatles di lì a cinque mesi avrebbero reso la pariglia a “Pet Sounds” dei Beach Boys, andando ben oltre quel pezzo d’arte con il loro capolavoro, alzando pericolosamente l’asticella per tutti.
Il che, ora, è un problema: negli anni Sessanta nessuno, nemmeno Mick Jagger e Keith Richards, può ignorare la strada che indicano i Beatles (che, finalmente liberi da quei tour maniacali, dalle loro buffe uniformi e dai caschetti, ora in studio sono diventati creativi come non mai).
Dunque, nel pieno dell’Estate dell’Amore e del flower power, i Rolling Stones hanno iniziato a prendere nota cercando l’onda giusta con il singolo “We love you”, con tanti saluti al r’n’b, con un cenno agli hippies con i quali non hanno nulla a che spartire e con un campanello d’allarme incorporato nel pezzo circa la direzione che i futuri Glimmer Twins stanno per prendere.
Senza troppa convinzione, ma tant’è.
La copertina
Come frase “Their Satanic Majesties Request” assomiglia molto a “Her Britannic Majesty’s Secretary of State Requests and Requires…”, una formuletta burocratica stampigliata sui passaporti dei cittadini del Regno Unito a cui il titolo si ispira senza ombra di dubbio alcuna.
La tentazione originale – quella di intitolare l’album “Her Satanic Majesty Requests” – viene soffocata dai consigli di chi preferisce evitare di chiamare Demonio la regina. E’ un compromesso, sì; però finirà per sdoganare il binomio Stones-Satana che tanto gioverà alla loro immagine e ai loro conti nel decennio successivo.
Sulla copertina, i ragazzi sono un po’ buffi e tristanzuoli.
Sono agghindati di velluto e merletti come alla tavola di Re Artù. Non si può dire che i loro abiti siano uguali a quelli dei musicisti della banda del Sergente ma, chissà perché, guardandoli così basta un nanosecondo per pensare a loro. Suggestione?
Sfoggiano un’espressione perplessa, come è facile immaginare sia quella di Muddy Waters quando li vede conciati così.
Eppure la copertina, allo stesso tempo, è un piccolo tesoro: non solo è apribile, ma è realizzata in 3D. Meraviglia psichedelica per i nostri occhi.
Purtroppo di breve durata, però: così costa troppo e viene subito sostituita da una sua versione ordinaria, con quella foto di Michael Cooper utilizzata per rimpiazzare lo spunto creativo originale, anche questo non approvato alla pari del titolo: prevedeva un ritratto di Mick Jagger in croce, nudo.
Psichedelia…
Tornando alla psichedelia, di quella sonora si fa carico soprattutto Brian Jones. Gli altri lo lasciano fare e quello che passava per il più purista tra i puristi del blues si sbatte per allontanarsi dall’amato genere a colpi di flauto, mellotron e tromba. La parola d’ordine: sperimentazione. Il risultato: sconcerto.
Per l’infelice accostamento tra Stones e cultura psichedelica, per la discutibile copertina, per il malcelato inseguimento dei Beatles e per alcuni brani imbarazzanti l’album finisce, come minimo, per polarizzare l’opinione di fans e critici.
A simboleggiare tutto ciò che non funziona quando circondi gli Stones con un’orchestra e concedi loro troppe ore in studio ecco stagliarsi "Sing This All Together (See What Happens)", una jam infinita, inutile e brutta.
Un bassista per autore
Ma in “T S M R” c’è parecchia roba buona. Per esempio…
Un giorno in cui insieme ai suoi co-fondatori Jones diserta lo studio proprio quando è in programma una seduta di registrazione, ecco il colpo di genio arrivare da dove e da chi non te lo aspetti. Glyn Johns – “ingegnere del suono” come qualifica, co-produttore di fatto – incoraggia Bill Wyman ad andare fino in fondo con un suo pezzo: dopo tutto se lo merita, dato che si è preso la briga di arrivare fin là solo per sentirsi dire che la session è stata cancellata all’ultimo momento. E’ un bel brano, il bassista lo incide con l’aiuto di Charlie Watts, Nicky Hopkins e Steve Marriott degli Small Faces, e lo canta. Si intitola – per qualche ora – “Acid in the grass”. Ascoltato dai tre assenteisti il giorno dopo viene subito approvato (non è chiaro se prima o dopo che Johns riveli loro chi sta cantando con quell’effetto tremolo), viene arricchito dalla voce di Jagger al coro (e da Wyman stesso registrato inconsapevolmente mentre russa) e re-intitolato “In another land”. I crediti della canzone recitano: Bill Wyman. Un inedito per la band e per il suo bassista. Il pezzo sarà il primo singolo dell’album e schizzerà in classifica negli Stati Uniti fino al numero… 87.
Qualità
"She's a Rainbow" è il pezzo forte di “Their Satanic Majesties Request”.
Qui gli archi sono al loro posto, il piano di Nicky Hopkins pure e le armonie sono deliziose. Il suo ritornello ammicca con quel doppio senso sessuale di un verso come “she comes in colors everywhere”, che nell’album rivaleggia solo con la prescienza di “I am having an affair with a random computer” contenuto in “2000 Man” (e che ne sappiamo noi che tra qualche mese l’ossessione per il terzo millennio dei giovani dei Sixties sarà immortalata da “2001 Odissea nello spazio”?).
E, a proposito di futuro cosmico, l’altro picco dell’album è la cupa "2000 Light Years from Home" che, nonostante gli effetti del synth smanettato da Brian, risulta più ancorata al rock così come – in modo diverso – “Citadel”, che sfoggia riffs come si deve.
E’ la fine dell’anno.
Pizzi, copricapi a forma di cono, psichedelia, fashion victimisms: tutto ha congiurato contro un disco che non è poi così malvagio come si preferisce raccontare e che sta per fregiarsi del titolo di “splendida anomalia” nella discografia dei Rolling Stones.
I quali nel 1968, stavolta prima dei Beatles, spazzeranno via tutta quella sovrastruttura per tornare alle loro radici.
Con “Beggars Banquet”.