'Acetylene': l'America brucia e i Walkabouts tornano a casa

Nordamericani con un piede ben piantato in Europa, i Walkabouts. Appartenenti a quella rara specie di “yankees” che nel Vecchio Continente trova spesso e volentieri suggestioni e ispirazione, oltre che dimora: il loro percorso artistico e umano li ha portati a zonzo tra il Portogallo e la Grecia, tra Brel e De André, tra Mitteleuropa e l’Est del dopo muro (Chris Eckman, cantante e chitarrista, oggi vive a Lubiana). Stavolta però la band di Seattle ha sentito forte il bisogno di tornare a casa: convenuti nei Litho Studios appartenenti a Stone Gossard dei Pearl Jam, i cinque hanno sputato fuori “Acetylene”, disco ad alta infiammabilità che fotografa lo stato mentale confuso e angosciato dell’altra America, quella che non sventola bandiere patriottiche per la spedizione in Iraq e che alle elezioni del novembre scorso non ha votato per George W. Bush. “Ancora prima che si andasse alle urne si era capito come sarebbe andata a finire. Tutti noi provavamo rabbia e frustrazione, e lo studio di registrazione è diventato il luogo fisico dove sfogare quell’energia repressa” spiega Eckman, uomo di pensieri profondi e articolati. “In questo senso”, aggiunge, “questo è un album egoista, egocentrico. Ci sono dischi che desideri fare, e altri che ti trovi quasi costretto ad incidere: quest’ultimo appartiene alla seconda categoria. Non c’è stato bisogno di mettersi a discutere sulla direzione da prendere o sul suono delle canzoni, tutto è venuto fuori spontaneamente. Ricordo che, arrivando alle prime prove, Carla (Torgerson) si accorse di aver dimenticato a casa la sua chitarra acustica. Voleva tornare indietro a prenderla ma le ho detto di lasciare perdere: avremmo registrato con due chitarre elettriche, basso e batteria, e così è stato. E’ quello che richiedevano questi pezzi, arrabbiati molto più che poetici”. Dieci canzoni che, spiega il musicista, fanno tutte parte di uno stesso ciclo: “Se c’è un tema comune, è quello dell’angoscia e dello sgomento per il verso che il mondo sta prendendo. Nell’autunno del 2003, più o meno un anno prima di entrare in studio, avevamo passato un mese in tour per l’Europa, tutti insieme sul nostro bus. Per qualche ragione avevamo ripreso a suonare il vecchio materiale, quello più rock. Per la prima volta in dieci anni, alcune delle nostre prime canzoni avevano ritrovato posto in scaletta. Dopo i concerti ci si ritrovava a bere una birra e la conversazione finiva spesso in politica. Lì, credo, sono stati gettati i semi di un disco come questo”. Un album “politico”? Solo fino ad un certo punto, risponde Eckman. “Non sono certo manifesti ideologici, le nostre canzoni: raccontano i nostri sentimenti e le nostre reazioni, non vogliono convincere nessuno su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ma ‘Fuck your fear’, la prima del disco, è la cosa più vicina ad uno slogan politico che i Walkabouts abbiano mai inciso”. Non è servito a molto, però, l’impegno dei musicisti contro la rielezione di Bush jr: “Vero, ma qualcosa bisognava pur fare anche se era chiaro fin dall’inizio che ce la saremmo cantata tra di noi, tutti dentro allo stesso coro. Ho apprezzato soprattutto gli sforzi di Bruce Springsteen, quando ha sostenuto la campagna di John Kerry: per quanto porti rispetto ai R.E.M., il loro pubblico era già sintonizzato su quella lunghezza d’onda; Springsteen invece ha un seguito più vasto, con orientamenti più ambigui e indefiniti. E’ stato coraggioso a mettersi in gioco anche se come si è visto non è riuscito a convincerli tutti…”.
Al clima arroventato del disco si lega anche il titolo, “Acetylene”: “E’ il nome del gas che si sprigiona dalla fiamma ossidrica, in questo contesto ci è sembrata un’immagine adatta a suggerire l’idea di un mondo che brucia. Le canzoni sono diventate la nostra fiamma ossidrica, l’attrezzo che ci ha permesso di tagliare in due l’ansia e la confusione e di trovare una via di uscita. Terapeutico, come quando ci si mette ad urlare a bocca spalancata per non dare di matto. Alla fine ci siamo divertiti parecchio, a registrarlo”. Eckman ne descrive i contenuti musicali come un ibrido tra Neil Young e i Wire. “Quando imbraccio una chitarra elettrica Neil è sempre il mio riferimento principale. E’ dai suoi dischi anni ’70, ‘Tonight’s the night’, ‘On the beach’ e soprattutto ‘Zuma’, che ho imparato a suonare ai tempi in cui frequentavo le scuole superiori. Conoscevo pochi accordi, e siccome lo stesso vale anche per Neil lui era il miglior maestro che mi potessi scegliere. Il disco lo abbiamo registrato su nastro analogico, dal vivo in studio e senza sovraincisioni: proprio come avrebbe fatto lui nel 1974. Anche dei Wire mi ha sempre colpito l’assoluta semplicità, un elemento comune a tutte le band della prima ondata del punk rock inglese. Ma loro erano i più elementari di tutti, anzi non erano proprio capaci a suonare: avevano imparato lo stretto necessario per eseguire le loro canzoni, conoscenze che non sarebbero state sufficienti per nessun altro gruppo musicale. Non ho ascoltato nessun altro album come ‘Pink flag’, ultimamente. Con ‘Acetylene’ noi abbiamo voluto fare un disco energico, non sperimentale: tornare a suonare un accordo di pianoforte con due dita, dopo aver dimostrato di saperle usare tutte e cinque”.
Una delle canzoni nuove, “Devil in the details”, è finita singolarmente in uno spot pubblicitario tedesco: “Sì, per un’azienda che produce abbigliamento, tende, sacchi a pelo e altri accessori per la vita all’aria aperta. E’ la prima volta che accettiamo e non lo abbiamo fatto per denaro, perché la cifra non era poi così allettante: il fatto è che l’industria discografica sta vivendo un momento molto difficile ed è diventato problematico comunicare alla gente che è uscito un tuo nuovo disco. Questa campagna dura sei mesi e raggiunge tutti i giorni chi guarda la tv in Germania, in Austria e in Svizzera. Abbiamo ottenuto che sullo schermo, durante lo spot, compaiano il nome della band, il titolo della canzone e la data di pubblicazione del nuovo disco. Era difficile dire di no”. L’Europa, ancora una volta, dà una mano ai Walkabouts. Sul Vecchio Continente e i suoi rapporti con il resto del mondo Eckman ha idee precise e circostanziate. Sentite qua: “Non mi sembra che gli Stati Uniti siano una nazione così vitale, oggi, né dal punto di vista politico né sotto il profilo sociale. Il ruolo di paese leader del mondo è diventato più un peso, forse, che una forza propulsiva. D’altra parte ritengo che il concetto americano di individualismo, per quanto potenzialmente pericoloso e facile alle strumentalizzazioni, contenga ancora dentro di sé qualcosa di bello e di buono. Al contrario trovo che molte società europee tendano a screditare l’individuo, e questo rende più debole il tessuto di una nazione. Secondo me l’idea migliore che l’Europa ha prodotto negli ultimi anni è appunto…l’Europa, la creazione di una confederazione di stati: nonostante il fatto che, vivendo in Slovenia, io sia testimone tutti i giorni dei danni che l’Unione Economica europea fa agli agricoltori del luogo… Più le nazioni europee si allontanano da questa idea, come ha fatto di recente la Francia, più si indeboliscono e dimostrano miopia. Credo che se il progetto di Europa unita non riuscirà a mettere radici, da qui a 50 anni le nazioni europee si troveranno in una situazione davvero preoccupante, in posizione di assoluta inferiorità rispetto al blocco asiatico e a quello americano: a quel punto saranno solo un grande agglomerato di consumatori che usa prodotti e idee generati in altre parti del mondo. Più in generale, il problema è che oggi le politiche mondiali sono dettate dalla paura: paura dell’immigrazione, paura di perdere il posto di lavoro, paura del terrorismo. La nostra reazione alla tragedia dell’11 settembre 2001 (quel giorno, casualmente, Eckman e la Torgerson si trovavano in Italia per promozione…) ha creato una situazione ancora peggiore. E abbiamo ridotto all’impotenza l’unica istituzione mondiale che poteva cercare di risolvere i problemi, l’Onu”.
Vivendo in Europa, Eckman ha modo di coltivare i suoi molteplici interessi professionali (ha realizzato recentemente due colonne sonore per la regista slovena Maja Weiss: il cinema sta diventando la sua seconda specialità); intanto, a Seattle, Carla scrive musiche per spettacoli teatrali. Sciolto ormai da parecchi anni il loro sodalizio sentimentale, i due sono riusciti a conservare una sfera d’intesa musicale. “Anzi, dopo le difficoltà e le sofferenze del primo periodo, la nostra separazione ha finito per facilitare le cose. La comunicazione tra di noi si è focalizzata su argomenti che riguardano la musica e non più su tutto quello che la circonda. Funzioniamo bene, insieme: dove io tendo ad essere più analitico, lei è più intuitiva. Carla risponde rapidamente ed emotivamente alle situazioni mentre io a volte tendo a rimuginarci troppo. Lei si tuffa in acqua senza pensarci due volte e a me tocca tirarla fuori dalla piscina…”. Continueranno a far dischi insieme, dunque, anche dopo che la Torgerson si è cimentata l’anno scorso nel suo primo disco solista, “Saint stranger”… “Sì, purché ci sia qualcosa da dire. I Walkabouts hanno 12-14 dischi alle spalle, non avrebbe senso a questo punto farne un altro per obbligo contrattuale o per promuovere un tour. Il mondo non ne ha bisogno. Non ho ottenuto fama e ricchezza dal mio lavoro, ma la libertà di fare quel che voglio sì”.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.