Per fortuna che esistono ancora cantautori come Giorgio Poi

Giorgio Poi assomiglia alle canzoni che scrive. Non sono hit, mine, bombe, come se la musica fosse poi una guerra. Ma canzoni rassicuranti che ti rimettono in pace con il mondo. "Gommapiuma" è tra gli album italiani più belli del 2021 e ne parliamo qui.
Per fortuna che esistono ancora cantautori come Giorgio Poi
Credits: Giulia Bersani

Non gioca a fare il personaggio.

Non parla mai di sé stesso come di un artista – parola sempre abusatissima. Non ama stare al centro dell’attenzione e non a caso in questi ultimi anni ha fatto più cose nell’ombra, dietro le quinte, che mettendoci la faccia: dalle collaborazioni con Calcutta, Carl Brave e Franco126 alla colonna sonora della serie Netflix “Summertime”. Per carattere e attitudine, Giorgio Poi assomiglia perfettamente alle canzoni che scrive. Non le ascolteremo mai in alta rotazione radiofonica (anche se chiaramente glielo – e ce lo – auguriamo, che diventino successi), se non altro perché non sono pensate per diventare delle hit, altra parola abusatissima da qualche tempo a questa parte, mine, bombe, come se la musica fosse poi una guerra. Sono canzoni rassicuranti. Nel senso buono del termine, s’intende: evitano i fuochi d’artificio e ti rimettono in pace con il mondo. Quelle di “Gommapiuma”, dai singoli “I pomeriggi” e “Giorni felici” al duetto con Elisa su “Bloody Mary”, rendono il terzo disco del .35enne cantautore novarese di nascita, ma romano (prima) e bolognese (poi) d’adozione, uno degli album più belli e preziosi di questo 2021.

“Ho scritto questo disco in un momento in cui alla mia fragilità si sommava quella della mia intera specie e al mio peso quello del mondo in caduta libera – racconta Giorgio Poi, alludendo al lockdown – se non sono andato in frantumi è anche grazie a queste canzoni”.

L’idea della “Gommapiuma” deriva proprio da qui: “È un materiale utilissimo: attutisce i colpi, assorbe, protegge le cose fragili. Sono andato a cercare per le canzoni un suono che fosse quantomeno accogliente, piacevole da ascoltare giorno per giorno”. Ironia, profondità, malinconia, ricerca sulle parole, sui suoni. In più di un passaggio ricorda il Dalla degli Anni ‘90, quello delle visioni ipnotiche e dei colori pastello di “Cambio”, “Henna” e “Canzoni”, sarà che ascoltandolo sembra di passeggiare sotto i portici di Bologna, la città dove Giorgio Poi attualmente vive e che in un modo o nell’altro è entrata nelle canzoni dell’album: “Il mio disco più dalliano? No, non credo. Penso di aver fatto cose che erano decisamente più vicine al suo mondo, in passato. Mi viene in mente il singolo ‘Erica cuore ad Elica’, uscito nel 2019, che non ho incluso nel disco perché mi sembrava troppo vecchio, meno attuale rispetto alle nuove canzoni. Oppure a cose del primo disco. Durante la scrittura ho ascoltato molta musica strumentale, piuttosto. Comunque sono anche io una spugna, come tutti. La vera sfida è rielaborare quello che si ascolta e si percepisce, trasformandolo in qualcosa di più personale: è quello che ho provato a fare io”, riflette lui.

All’inizio della sua carriera da solista, quando dopo l’esperienza con i Vadoinmessico e con i Cairobi, le band che mise su negli anni trascorsi a Londra e Berlino, decise di mettersi in proprio con i primi singoli “Niente di strano” e “Tubature”, molti gli affibbiarono subito l’etichetta di Mac DeMarco italiano: “Oltre a usare il chorus sulla chitarra e a portare un cappellino, onestamente non riuscivo a capire quali fossero le cose che avevo in comune con lui”, sorride Giorgio.

Se “Gommapiuma” non è il suo disco più dalliano, è sicuramente quello più italiano: “Già ai tempi dei Vadoinmessico cercavo un modo per scrivere melodie all’italiana, ma non lo trovavo. Forse influiva la lingua, anche: cantavo in inglese. Con questa manciata di canzoni penso di aver portato a compimento un percorso iniziato quattro anni fa con ‘Fa niente’”. Dalla dolceamara “Rococò” (“Ti regalerò / una maglietta bordeaux / l'ultimo film con Totò / una granita a limone / anche se fuori piove / un sandwich col pancarré / però da me non ti aspettare niente di che”) a “Moai”, passando per “Barzellette” e “Supermercato” (c’è tutto il suo straniamento, nel testo: “Mi sono perso tra gli scaffali / dei detersivi e dei cereali / in un abisso di mille colori / e promozioni sensazionali”), il disco fa della sua delicatezza la sua forza.

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Il duetto con Elisa su “Bloody Mary”, che a dispetto del titolo non suona come una canzone ItPop ma come una ballatona classica e senza tempo (“I pensieri non corrono su fili o rotaie / ma sulle traiettorie delle zanzare / ce ne andremo in vacanza nelle zone industriali / se la città che avanza non avrà più confini”), non avrebbe sfigurato a Sanremo, dove peraltro la cantautrice friulana tornerà in gara a distanza di oltre vent’anni dalla vittoria con “Luce (Tramonti a Nord Est)”: “Non ci ho provato, ad essere sincero – risponde Giorgio Poi, parlando del Festival – mi sembra un posto interessante e a suo modo magico.

Ma in questo momento non lo vedevo parte del percorso”. E parlando della collaborazione con Elisa racconta: “Il primo contatto è stato da parte sua, nel 2019. Avremmo dovuto incontrarci di persona nella primavera del 2020, per provare a scrivere qualcosa insieme. Poi è successo quello che è successo. Io ho iniziato a scrivere questa canzone pensando a quell’appuntamento mancato, immaginando un incontro a metà strada tra il mio stile e il suo”.

Non c’è neppure una virgola fuori posto, nei sette pezzi che compongono il disco (ai quali si aggiunge un brano strumentale intitolato proprio “Gommapiuma”, che sembra uscire fuori da una delle colonne sonore di Nicola Piovani per i film di Nanni Moretti, di cui richiama le atmosfere sospese, intime, che sanno di pomeriggi di fine estate e di desolazione).

Sette, perché non serve infilare in un album quindici o venti canzoni: non è sempre la quantità a fare la differenza. Non lo è quasi mai, in realtà. Oltre a Giorgio Poi, che canta, suona la chitarra, il basso e il sintetizzatore, in “Gommapiuma” suonano Francesco Aprili (batteria), Benjamin Ventura (pianoforte), Andrea Suriani (Wurlitzer), Sara Pastine, Fausto Cigarini, Salvatore Borrelli e Lorenzo Cosi (che compongono il quartetto d’archi che impreziosisce gli arrangiamenti dei brani, curati dallo stesso Giorgio Poi, che il disco se l’è anche prodotto). Sarà con loro che il cantautore condividerà il palco per i due concerti in programma il 18 febbraio all’Auditorium Parco della Musica di Roma e il 28 febbraio al Teatro Dal Verme di Milano, i primi appuntamenti live in supporto al nuovo album.

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Qualcuno lo ha già anticipatamente candidato alle Targhe Tenco, questo “Gommapiuma”.

Fa riflettere il fatto che con i precedenti “Fa niente” del 2017 e “Smog” del 2019 Giorgio Poi non solo non abbia vinto un premio, lì, ma non abbia mai ottenuto neppure una candidatura tra le cinquine dei finalisti. Sia chiaro, non è certo una Targa Tenco a stabilire il valore e l’importanza di un cantautore. E se vogliamo dirla tutta i dischi migliori degli ultimi anni in quel contesto sono stati proprio snobati: da “Tradizione e tradimento” di Niccolò Fabi (non bello quanto “Una somma di piccole cose”, che rimane il capolavoro del cantautore romano, ma comunque nettamente superiore a buonissima parte delle proposte arrivate in finale quell’anno) a “Merce funebre” di Tutti Fenomeni, passando per “Ciao cuore” di Riccardo Sinigallia. Però un qualche tipo di riconoscimento quel circuito glielo deve, a Giorgio Poi. Non pagherà mica lo scotto di essere considerato troppo vicino alla scena ItPop? Lui la sua posizione sullo scacchiere della musica italiana di oggi non la sua individuare: “Dipende dalla percezione che uno ha, dal gusto di chi ascolta ed elabora un suo giudizio”, dice il cantautore. È chiaro che tra un Tommaso Paradiso e un Brunori Sas sia decisamente più vicino al secondo, ma Giorgio Poi non sembra essere interessato a questo tipo di ragionamenti: “Io non so rispondere se posso essere accostato con più facilità all’uno o all’altro. Da dentro non riesco a collocarmi”.

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