Amedeo Minghi, la storia di "Serenata"

Canzoni "che restano" di cantautori italiani scelte e raccontate da Federico Pistone
Amedeo Minghi, la storia di "Serenata"

AMEDEO MINGHI
Serenata

Quando un figlio nobile della melodia (“Amedeo è convinto di essere Giuseppe Verdi”, rivela sarcastico il papà dei cantautori Vincenzo Micocci) incontra un visionario della parola come Pasquale Panella, che ha appena firmato per Lucio Battisti i testi dell’altissimo "Don Giovanni", succedono cose strane, magiche addirittura, per esempio un’onirica “Serenata”.

Sciocca luna, se le goda lei le stelle facili
Io non le guardo, non le guardo se non vedo te 
Che non ti svegli mai e fiamme in sogno crei 
Scese a dirmi che non ci sei
E sciocchi sogni, stupidi viavai di malinconici 
In fondo all’acqua nella quale son chiamato anch’io 
E vagamente mi muoverei, forse ti sfiorerei
Come un’alga ti ondeggerei da vicino anch’io 

L’atmosfera che Minghi genera in sala d’incisione e nei teatri, sempre gremiti ed educatamente osannanti, riporta la canzone italiana a un romanticismo di suoni e di prosa, aggirando la retorica in agguato almeno finché Panella, che utilizza improbabili pseudonimi come Duchesca o Vanda Di Paolo, garantisce una sponda letteraria brillante e leggera.

Attenzione, sono figli della sregolatezza di Pasquale Panella anche il vituperato taratattatattà di “Canzoni” e il “trottolino amoroso” di “Vattene amore”, variante del farfallone amoroso delle “Nozze di Figaro" di Mozart, la stessa opera che riecheggia in “Serenata”, nell'immortale aria “Non so più cosa son, cosa faccio” quando Cherubino, il farfallone amoroso, si strugge: “E se non ho chi m’oda parlo d’amor con me, parlo d’amor con me”.

Ma qui parlo d’amore con me
Parlo d’amore con me
Mi fai sentire così 
Che qui parlo d’amore con me
Solo e lontano da qui
Mi fai sentire così

La strana coppia, Minghi l’armonia e Panella la follia,  trova la sintesi perfetta nel brano “Nell’inverno”, dove la profonda semplicità melodica dello spartito esalta un testo geniale nell’intima normalità di un amore che diventa gioco di specchi e di sensazioni glaciali.

Non ti guardo più, fai così pure tu 
E fa scuro presto tra di noi
Io mi assopirei poi trasalirei
Cercando che rumore sei
Un fruscio, un mormorio? 
Mi appari se mi scopro anch’io 
Così saremo pari 


Questo testo è tratto da "La musica che resta" di Federico Pistone, pubblicato da Arcana, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.  

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