Questo articolo non parla dei Maneskin...

...bensì di un disco che non sarebbe dovuto esistere
Questo articolo non parla dei Maneskin...

Come si suol dire, il fine giustifica i mezzi: un titolo apparentemente gratuito (e un po’ in odor di clickbait, nevvero?) che però nasconde un doppiofondo di verità, come quelle valigie di pelle piene di droga nei film noir. In quest’articolo infatti vi parleremo di qualcosa di completamente diverso ma altrettanto italico, bolognese per la precisione, seppur con qualche appendice californiana, ma al tempo stesso "senza quartiere": un disco che rappresenta un contraltare oscuro al soleggiato palcoscenico nazionalpopolare. Scordatevi allora i luccichini dei parquet eurovisionari, le begonie sanremesi, le classifiche di "Billboard", i fumogeni colorati e i dischi di platino-oro-argento-stagno, e preparatevi a viaggiare nel sottosuolo, tra le cantine e i neon sfarfallanti: nell’underground, insomma. 

Ma siccome per divagar c’è tempo, partiamo dai fatti, ovvero dalla notizia nuda e cruda. L'etichetta felsinea Skank Bloc Records ha da poco pubblicato un album, “Chinese Taxidermy”, che rappresenta un po' una bizzarra anomalia nel panorama indipendente italiano: si tratta infatti del primo disco nato DOPO esser stato recensito. Una sorta di "sindrome di Benjamin Button" in formato Ep, diciamo. La band artefice di questo paradosso si chiama Jan Duke dei Portici, ed è un gruppo che non esiste – o meglio, che non esisteva fino ad ora. No, non siamo in un racconto di Philip K. Dick, ma in un luogo immaginario tra Rimini, Los Angeles e via del Pratello – e in un lasso temporale altalenante tra il 1977, il 2010 e il 2021.
Ok, facciamo un po’ di chiarezza.

A inizio 2021 – nel bel mezzo del lockdown post-natalizio – due temerari musicisti nostrani hanno letto una recensione immaginaria inedita di Reg Mastice e hanno deciso di trasformarla in realtà, ovvero in musica. Reg Mastice, vi rinfresco subito la memoria, è quell’agitatore culturale riminese che a gennaio 2020 pubblicò un libro interamente dedicato alla musica potenziale (“I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock”, edito da Arcana Edizioni – leggi la recensione di Rockol qui) e che sulla scia di quell’esperienza ha continuato poi a coltivare recensioni (in)verosimili sulle pagine di Rockol fino a metà giugno 2021 circa I due musicisti invece sono Lapo Boschi, nomade kraut-noise col cuore emiliano e le antenne oscillanti tra Padova e Parigi (già militante in piccole leggende soniche quali i Professionisti, gli Insetti nell'Ambra, le Cose Furiose, Lila Engel), e Griselda Masalagiken, elettrico visionario flâneur da molti anni in servizio nell’interzona losangelina (anche lui musicista nei Professionisti, e poi artista solista).

Entrambi stabilmente accasati sotto i portici lo-fi della sopracitata Skank Bloc, etichetta devota alla diffusione di spore ribelli et obscure nello sghembo cono d'ombra delle due torri.

Quindi, come dicevamo: a gennaio questa coppia di ambasciatori del noise casereccio legge la recensione (che potete trovare in coda all'articolo) e decide di trasformare “Chinese Taxidermy” in realtà, lasciandosi guidare dal flusso di coscienza dello scrittore riminese. Il duo Jan Duke dei Portici diventa dunque un’entità reale, Lapo Boschi si trasforma nel misterioso Kebab Koeffler, Griselda Masalagiken nel solforoso Maus Marsala, e le parole di Reg Mastice si transustanziano in pentagrammi. Il risultato (a mio avviso, bellissimo) di tale processo alchemico è un "messaggio in una molotov" perfetto per questo strano 2021, per questo mondo sospeso tra concerti annullati e la rimessa in discussione di tutta una serie non indifferente di quesiti etici sul ruolo (e il peso) dell'arte in uno scenario trucemente (post?)pandemico. La fantasia ci salverà? Per citare il protagonista di "Holy Motors", film del 2012 di Leos Carax: "continuo, come ho iniziato: per la bellezza del gesto". 

Si, mi piace pensare che esperimenti di questo tipo siano un "qualcosa" di cui la musica d'oggi – affossata in un loop pernicioso di product placement e fabbricazione di tormentoni al confino con l'alienazione balneare autocelebrativa – abbisogni come il pane, per dimostrare in primis a se stessa che la Magia è in grado di persistere e riprodursi anche (e soprattutto) lontano dal tintinnar di provette della "big pharma discografica": precisamente in quelle cantine citate all'inizio, in quei bassifondi foderati di volantini xerox e fanzine e sogni bagnati a budget dannatamente striminzito. 

Ma aldilà delle considerazioni personali, "Chinese Taxidermy" vanta anche un primato particolare, come s'accennava prima: è il primo disco reale nato da una recensione immaginaria, almeno in Italia. All’estero infatti un precedente illustre s'ebbe, tanto per fare un esempio, nella celebre burla del supergruppo The Masked Marauders: partorita dalla mente iperattiva di Greil Marcus sulle pagine del Rolling Stone e poi sfociata in reale sortita discografica qualche anno dopo.

Potete ascoltare e scaricare "Chinese Taxidermy" sul profilo bandcamp ufficiale della Skank Bloc Records: e io vi consiglio di farlo leggendo in contemporanea la recensione originale da cui tutto è partito, riportata integralmente qui sotto. 
Buon ascolto dunque, e buona lettura, e buon "viaggio".

Achille Bestacht


Jan Duke Dei Portici - CHINESE TAXIDERMY (2010)

Tracklist:
1. Fiery Bononia
2. Spade
3. 19777
4. Altamont Corticella
5. Lodéon
6. Cloaca Coeli

La scena sperimentale bolognese è viva e dissente con forza: ne è testimonianza violenta l'esordio del misterioso collettivo Jan Duke Dei Portici, licenziato dalla Skank Bloc Records a gennaio 2010 e – c'informano le scarne note di copertina – "assemblato con livore situazionista tra Padova, Los Angeles e via del Pratello”.

Un campionario di sperimentali irruenze lo-fi dalla vibrazione distopica, sospeso come cablatura difettosa tra accenti avanguardisti e ipnosi neomelodiche, scampoli di easy listening e martellamenti siderurgici. Un Ep che è innanzitutto un caleidoscopio di visioni, qua psichedeliche e là industriali: a comporre un ideale bignamino retrofuturista/emilianocosmopolita. A confermarcelo: i portici coperti di sudiciume elettronico di “Fiery Bononia”, che paiono moltiplicare i pensieri paranoici d’una falange d'assalto in ritirata; le cuspidi chitarristiche aghiformi di “Spade”, che trasformano il cuore della cittadella universitaria in un puntaspilli elettrico marciscente, dall'imbottitura sviscerata; il giroscopio industrial-mitteleuropeo di “19777”, insalivato dai rampicanti tumidi d'una musique concrète da piano bar periteliale; il blefarospasmo da atlante archeomedico di “Altamont Corticella”, quasi una vetusta trenodìa hippie incisa a forza sopra il cranio essiccato di Michael Yonkers; il macinatore motorik sydbarrettiano (sghembo al limite della legalità) di “Lodéon”, funestato dalle frequenze disturbanti d’una radio pirata d’oltregalassia; l’incubo zambiano di “Cloaca Coeli”, dove l'elettronica rozza si spatacca come un tuorlo d'alba sopra il crepuscolo tribale dei chiquitsi, dando vita ad uno zabaione livido.

 

Piccola curiosità aggiuntiva, che sicuramente non sarà sfuggita ai lettori più attenti: i Jan Duke dei Portici figuravano già tra le band fittizie recensite da Reg Mastice nella rubrica "Dischi Impossibili" qui su Rockol – anche se in quell'occasione ad essere analizzato fu il presunto secondo Lp del gruppo, "Radio Halibut": questo si, davvero inesistente (leggi la recensione qui).
 

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