Le recensioni di Reg Mastice: Jan Duke Dei Portici, "Radio Halibut" (2021)

I dischi della domenica raccontati dal più specializzato dei critici musicali
Le recensioni di Reg Mastice: Jan Duke Dei Portici, "Radio Halibut" (2021)
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Dopo avere proposto lo scorso dicembre dieci "recensioni impossibili" di Reg Mastice (le trovate raccolte qui), tratte dal libro "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock", edito da Arcana, abbiamo chiesto all'autore di scriverne altre appositamente per Rockol. Così ogni domenica pubblichiamo una nuova "recensione impossibile" di Reg Mastice. Ma attenzione: fra le recensioni di "dischi inesistenti" ce ne sarà una che invece corrisponde a un disco effettivamente esistente. Al lettore che per primo individuerà la sola recensione "vera" e ci manderà, all'indirizzo contest@rockol.it, scrivendo come oggetto Reg Mastice, la propria recensione del disco effettivamente esistente, manderemo in omaggio una copia del libro di Reg Mastice.

Jan Duke Dei Portici - RADIO HALIBUT (2021)

L’esordio fulminante dei misteriosi felsinei Jan Duke Dei Portici avveniva più o meno dieci anni fa, nel 2010, con un Ep che pareva sbucato d’incanto dall’oscurità dei portici di via del Pratello – rotolando sui sanpietrini come una pericolosa fiaschetta di pignoletto sopravvissuta alle trincee o ai bagordi di trent’anni prima (“a message in a molotov” ironizzò prontamente qualcuno) – e che mirabilmente riusciva a distillare da una bolgia di ideogrammi carbonari un “esperanto underground” dalla spiccata sintesi, seppur in formato Beta.

E allora Bologna improvvisamente ci pareva ancora un’ucronica torre di Babele illuminata dai roghi della rivoluzione e sintonizzata su un unico, appuntitissimo sperone musicale: che flirtava con la sperimentazione nordica e la melodia nostrana, riscaldava in un fornetto a microonde Martenot gli spurghi post-tutto e i filamenti new wave, le spore psych rock e i condimenti kosmische, i reflussi beatnik e le invettive hardcore. Il tutto nella bellezza di appena quattro brani, per venticinque minuti totali di nastro, licenziati dall’operosissima fucina della Skank Bloc Records.

Alla luce di ciò che fu, dunque, un odierno ritorno dei Jan Duke Dei Portici su formato Lp (dopo 10 anni di cageiano silenzio) poteva parimenti risultare una conferma o una triste appendice: e noi propendiamo fortemente per la prima soluzione. RADIO HALIBUT è difatti non solo un discorso che prosegue, ma anche una cruda autoanalisi su quanto da allora è cambiato (non solo a Bologna, ma in tutta la penisola) e quanto tristemente è rimasto identico. E nell’approcciarsi al problema il gruppo affila ancor meglio l’arma bianca del dissenso saturandone le tonalità cangianti, cromando (ma non smussando) le proprie dipole con la volontà probabilmente d’improvvisarle baionette. E il gioco funziona.

Musicalmente parlando il lo-fi al ragù di lepre dell’esordio lascia spazio ad una produzione un filo più rifinita, ma che non vanifica il marcissimo manifesto post-punk primigenio. Anzi, proprio da quel primo eclatante Ep vengono ripescati due brani e dato loro un nuovo pastrano sonoro: di fattura teutonica, che s’ispira ai cingolati motorik ibridandoli con un’italianissima (o ad esser più precisi: emilianissima) tessitura a spina di (p)Escher. Ne risulta uno strano cantautorato kraut (krautautorato?) che potremmo anche riassumere con una diapositiva di Gino Paoli che beve ayahuasca digrignando i denti al bancone del bar sport di Düsseldorf.

C’è qualcosa dei Suicide acustici (accompagnati però dall’orchestra sanremese) che cola impietoso come smalto carminio dagli stantuffi di “Odontaspididae Zeppelin”. C’è l’eco dei Joy Division albeggianti e fumanti (quelli di WARSAW, ovviamente) sul carro merci diretto verso le coltivazioni di gombo tra l’Est Europa e Faenza Sud di “Lao Tuna Can Moon” (bellissime le voci reverse in chiusura). Pure uno spuntino d’exotica stridente che promette una periferia migliore, ma non mantiene (“Ipercubo Sashimi”, praticamente “Future Days” dei Can come l’avrebbe proposta Johnny Mondo, e pure semi-unplugged, e pure rimanendo sotto il minuto e mezzo). L’ecomostro di “Failure Itch”, che fotografa l’amicizia impossibile tra il Bruno Martino anti-balneare e il Capitano Beefheart di TROUT MASK REPLICA sugli spifferi d’un oscillatore VCO. Il cabaret ragtime postindustriale di “Salema Porgy”, ovvero i Country Joe & The Fish di “I-Feel-Like-I'm-Fixin’-To-Die” immersi in un bad trip da sagra violenta. L’esperimento criptico di “Olofrasia”, dove i succinti dialoghi voce/chitarra – tramite poche, scanditissime note – ci suggeriscono in filigrana potenziali complessità compositive non sviluppate e per questo perfettamente funzionanti.

E anche se un paio di punti in scaletta parrebbero puzzare di blando riempitivo, il mosaico nella sua interezza pare tuttavia privo di punti deboli (“Palamita Palandara”, ad esempio, che è una xerox del Marc Bolan equivoco di “Dishing Fish Wop” in chiave Young Marble Giants, senza glitter ma con inconfondibile lezzo di hashish maltagliato; o “L’appuntamento”: che sono ancora i Can, si, ma giocati su un one-note-samba scordato e lungo tre interminabili minuti – per quanto il testo, incentrato sulle paranoie d’un esistenzialista scaricato dalla propria musa-sirena alla fermata del bus, già da solo valga il prezzo del biglietto).

Reg Mastice
www.regmastice.com

 

Tracklist:
01. Altamont Corticella
02. Palamita palandara
03. Revival 19777
04. Ipercubo sashimi
05. Lao tuna can moon
06. Salema porgy
07. Failure itch
08. Odontaspididae Zeppelin
09. Olofrasia
10. L’appuntamento

Scopri altre recensioni impossibili su "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice, edito da Arcana edizioni (qui la recensione di Rockol).


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