Del Amitri, il ritorno degli outisder del rock inglese

Dopo 19 anni, la band scozzese pubblica “Fatal mistakes”. Justin Currie suona due brani e racconta perché la musica non è cambiata dagli anni ’90: “È sempre tutto nelle mani di pochi, e se non fai parte di una scena, vieni snobbato”
Del Amitri, il ritorno degli outisder del rock inglese

Nel 1992 un album di rock americano arriva al 2° posto della classifica inglese: “Change everything” dei Del Amitri.
Solo che sono scozzesi: come i colleghi d'oltreceano usavano spesso strumenti folk ma con piglio rock, in controtendenza ai suoni inglesi dell’epoca e ben prima dell’avvento del Brit Pop.

 Dovevano il loro strano nome ad un “Dimitri” visto nei titoli di coda di un film e poi storpiato; non facevano parte di nessuna scena: “Arrivavamo dal punk e dal post punk, ma siamo sempre stati degli outsider. Quando arrivò successo, il fastidio che certi colleghi e certi fan di altre band provavano per noi aumentò. Non eravamo indie, dance o cose simili. Alla fine degli anni ’80, quando avevamo iniziato nel rock non stava succedendo molto se non heavy metal e hair metal”, spiega Justin Currie, il leader e principale autore della band.

Sbagliato, perché il suono classic rock della band, che si rifaceva a John Mellencamp, a Bob Dylan, a Steve Earle, li ha portati a produrre una manciata di album davvero notevoli, in quel periodo: finirono per avere più seguito oltreoceano che in patria. Tutto questo si ritrova in “Fatal mistakes”, che esce oggi: è il primo album in 19 anni, frutto della reunion della formazione originale. Tutto è iniziato qualche anno fa, inizialmente solo live: “La prima reunion è stata divertente, senza pressione, solo concerti. Poi tornare alle canzoni è stato naturale, ma volevamo fare qualcosa che suonasse bene quanto le nostre cose classiche”. Obbiettivo centrato: ascoltate la stupenda ballata “Otherwise”, qua in versione piano e voce, per Rockol


Nell’album si trova un mix di queste ballate e canzoni pop rock basate sulla chitarra, condite da una buona dose di sarcasmo e ironia tipicamente british.

Nella prima canzone i Del Amitri dichiarano che “You can’t go back”, in "All Hail Blind Love” cantano “Is this a revival/Or just the last breath?”, in un altra ancora declamano la mancanza di “Musicians and beer”. “Le canzoni hanno un doppio livello: parlano d’amore, ma giocano anche con il ritorno della band. Siamo consapevoli di non essere cool, di essere un po’ fuori dal tempo”, dice con un sorriso Currie.
Erano fuori dal tempo negli anni ’90 e lo sono oggi: “La musica non è cambiata molto in realtà”, spiega. “Una volta era nelle mano di poche case discografiche, oggi nelle mani di poche piattaforme. Si è democratizzata, è più facile incidere musica che suona bene con meno soldi. È tutto più veloce, questo sì, c’è molto più lavoro da fare, devi costruire cose attorno alle canzoni come contenuti video, cosa di cui non sono molto fan” - anche se gli vengono bene, come vedete anche qua, in “Close your eyes and think of England”, altra ballata, ispirata dalla brexit.

Negli anni ’90 il loro nome girò talmente tanto che una delle loro canzoni, “Driving with the brakes on” dal successivo “Twisted” è stata italianizzata dagli Stadio in “Muoio un po’”, nel 1998.

“Ho approvato il testo, facendolo tradurre dalla mia compagna, che ha studiato in Italia”, racconta. “Ne hanno fatto una buona versione, cambiando il senso. Sempre che, per come l’ho capita, qualcosa non sia andato ‘Lost in translation’. Il nostro successo degli anni ’90 fu grosso ma non enorme: non abbiamo mai avuto singoli in testa, non ci fermavano per strada, se non i fan, quindi fu gestibile. Facevamo buoni soldi, viaggiavamo ma era gestibile. Eravamo abbastanza melodici per essere passati dalle radio, ma quando arrivò il Brit Pop eravamo molto più adulti di tutte le band, tranne forse i Pulp. Erano più frustrati i fan, forse, che si chiedevamo come mai non esplodevamo. Ma noi eravamo contenti. Ma non mi manca tutto quel periodo: soprattutto quando andammo in America fu pazzesco, passavi dal palco a fare interviste e performance ovunque, tanto che persi un paio di volte la voce. Oggi non riuscirei più a farlo”, conclude. .

Non è stato un “Fatal Mistake”, il ritorno, insomma: “Non volevo un titolo specifico: gli errori, fatali si fa per dire, sono le canzoni, ma anche la band, la strana anomalia che siamo, ma anche le cose che succedono quando cresci”, dice. “Riprendere a suonare assieme è stato naturale, quando lavori così tanto assieme per tanti anni sviluppi una chimica che è tornata subito”, dice. Una chimica che, nel suo genere, funziona ancora: i Del Amitri rimangono una delle più belle anomalie della musica inglese negli ultimi 30 anni, e “Fatal mistakes” ne è la dimostrazione.

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