Franco Battiato: "In attesa che torni a danzare con noi"

"Siamo cresciuti con le sue canzoni"
Franco Battiato: "In attesa che torni a danzare con noi"

Ho addosso una tristezza che non ne avete un’idea. Per carità, sapevo (sapevamo, tutti) che il Maestro stava male, che “non c’era più”. Ciò non toglie che il nostro egoistico attaccamento a una persona, sia per il suo aspetto “simbolico” sia per quello “mnemonico”, finché è in vita ci faccia pensare che in fondo, forse, un giorno o l’altro potrebbe tornare tra noi. Sta di fatto che così non è (quasi) mai. E che arriva il giorno in cui anche quest’ultima speranza, quest’ultimo sogno (appartenente alla categoria marzulliana di quelli che aiutano a vivere) deve essere abbandonato.

Non ho ricordi personali da raccontare di Franco Battiato. L’ho incontrato “dal vivo” un paio di volte nella mia vita (esclusi i concerti), ma non ho mai avuto la fortuna di poter dialogare con lui più che per un complimento. Meno che mai di intervistarlo, purtroppo. Gli chiesi un autografo una volta, era il 1992. Una cosa scema, che odio, che non faccio mai. Per lui feci un’eccezione.

Perché scriverne, allora? Cosa posso aggiungere di nuovo al tanto che si sta leggendo in queste ore, e che probabilmente da mesi veniva preparato in attesa di essere pubblicato (non ci trovo nulla di male, i coccodrilli sono necessari. Sono solo contento di non averne mai dovuto scriverne uno)? Posso provare a raccontare il vissuto di una generazione, la mia, quella degli oggi cinquantenni, che si trovarono in piena adolescenza a dover affrontare un fenomeno immenso come Battiato.

Sì, perché noi siamo cresciuti con le sue canzoni. Perché "La Voce del Padrone" fece irruzione nelle nostre vite quando avevamo quella età in cui si comincia a scoprire la musica e il suo effetto lenitivo sulle ferite da crescita. Quella in cui ti identifichi in un (cant)autore, scopri che c’è qualcuno che ha vissuto prima di te i tuoi tormenti e che non solo ne è uscito vivo, ma addirittura è riuscito a convertire quella forza depressiva, distruttiva, annichilente in “creazione”. Lui riesce a raccontarla come tu non riesci. Però, attraverso di lui, puoi cantarla. Farla ascoltare. Sperare che “gli altri” (ti) comprendano.

Ma cosa diavolo c’entra Franco Battiato con tutto ciò? Il Maestro non ha mai scritto una canzone d’amore romantico in tutta la sua produzione (sì, vi perdoniamo e vi concediamo di pensare che "La cura" lo sia, ma vi garantiamo che non lo è affatto.

Spiegare il concetto di “cura” nella poetica di Battiato occuperebbe pagine, dunque, semplicemente, fidatevi: non si parla di amore romantico), né ha cantato tormenti generazionali o strizzato l’occhio alle facili emozioni. E, anzi, i suoi testi sono sempre stati così complessi e così raffinati da risultare del tutto inaccessibili per un adolescente, distanti anni luce dalla sua quotidianità. Lo capiamo ancora meglio adesso che abbiamo seguito un percorso a ritroso partendo dai mille riferimenti di cui le sue opere sono cosparse per cercare quantomeno di informarci. Per tentare di “capire” quello che cantavamo. Senza – di nuovo – alcuna speranza di giungere al tutto. Perché parliamo di un autore che ha dato in pasto a un pubblico enorme concetti di un’altezza vertiginosa. Leggetevelo, "Il re del mondo". No, non il testo della canzone. Il libro (libercolo in quanto a quantità di scritto. Ma le pagine dei libri non si contano, si pesano) di René Guénon a cui la canzone si ispira. Io lo lessi qualche anno fa (già over 40, dunque) ci misi un Milano-Roma. Poi lo dovetti rileggere e impiegai una quindicina di giorni per arrivare in fondo. E comunque capii pochissimo. Lui ne distillò una canzone. Pop, diremmo: “Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi… Più diventa tutto inutile e più credi che sia vero. E il giorno della fine non ti servirà l'inglese”. Pop, dicevamo. Perché pop noi lo pensavamo (crescendo ci fu spiegato che eravamo di fronte a un monumento prog, altro che pop…) quando ci travolse con "La Voce del Padrone". Perché pop lui aveva deciso di farsi percepire da un certo punto della sua vita in poi. Da "L’era del cinghiale bianco". Decisione figlia della volontà (provocatoria? scherzosa? beffarda?) di provare a far arrivare (e a far cantare) a grandi masse inconsapevoli, concetti comprensibili solo a una ristrettissima élite di eruditi.  .

"La Voce del Padrone", con il suo milione di copie vendute, è stato la porta d’accesso al cosmo di Franco Battiato per noi che nell’81 vagavamo nei campi del Tennessee dell’adolescenza. Da lì, in attesa che arrivasse l’arca di Noè a salvarci definitivamente da un mondo che non ci capiva (come mai ha capito quell’età di mezzo), partì la ricerca della produzione antecedente del Maestro, che ancora Maestro non era. In particolare nei suoi due lavori precedenti, i più accessibili: "L’era del cinghiale bianco" e "Patriots" (poi, con gli anni, si sarebbe trovato il tempo per la risalita fino al "Fetus" da cui tutto ebbe origine. Almeno tutto il “facilmente ricostruibile”). Anch’essi stracolmi di concetti che a noi parevano astrusi, di riferimenti che per noi erano tuttalpiù suggestioni di mondi a noi lontanissimi, esotici più che esoterici.

Sì, perché ogni testo di Franco Battiato è un affollato condominio che ospita (almeno) 49 livelli di lettura.

Risultanti di una vita dedicata, da un certo punto in poi, allo studio, alla ricerca della vera essenza delle meccaniche celesti che regolano questa parte di universo. Noi, adolescenti dell’epoca, non ne coglievamo nemmeno uno. Non potevamo nemmeno intuire l’ombra di quella luce, non avevamo gli strumenti. Eppure lo cantavamo. Affascinati, ammaliati da quella narrazione piena di oggetti strani, di immagini bizzarre. E forse anche un po’ complici tra di noi, come gli adepti di una setta di iniziati che si riconoscono e si distinguono dalla massa non tanto per i capelli che portavamo, ma per le canzoni che cantavamo. Citare (e cantare) Battiato era come mostrare al mondo una diversità che intendevamo superiore, ma che – ovviamente – non lo era perché ci mancava (e ancora massimamente ci manca) la piena comprensione di quei simboli. Lui, semmai, era “superiore”, non noi che lo scimmiottavamo senza comprenderlo.

Però... Però da tanta adolescente stupidità qualcosa è nato. Quei semi che il maestro gettava nel ventilatore del mainstream a fondo perduto, o forse addirittura per farsi beffe di noi, anche solo per una mera questione statistica hanno dato alcuni frutti. Chi non si è fermato alla ripetizione pedissequa e un poco stonata dei suoi testi, chi aveva in sé il tormento insaziabile della curiosità, ha affrontato letture, approfondito argomenti, iniziato un percorso di analisi e introspezione che, senza tranquillanti o terapie, lo ha portato, se non a un’altra vita, comunque a una vita migliore. Un po’ più consapevole. Sicuramente più emozionante, specie quando a qualcuno di noi adepti capitava (e ancora capita) di intuire un concetto fin lì cantato a vanvera. Io, per esempio, ricordo ancora la pelle d’oca di una notte bianca a Helsinki quando guardando l’interminabile chiarore dell’orizzonte mi scoprii inconsciamente a interrogarmi se quella fosse ancora la luce del crepuscolo o già quella dell’alba. Se il (mio) Maestro fosse stato lì con me sicuramente si sarebbe complimentato, ironico, per la tardiva comprensione del suo insegnamento…

Sono tanti i riferimenti alla morte nell’opera di Battiato, specialmente in quella più recente.

Addirittura, ci ha consegnato un Testamento che – con la consueta leggerezza – ci lascia un’eredità di concetti profondi e si chiude con una criptica: “noi non siamo mai morti e non siamo mai nati”. Eppure esistiamo. Un rebus che, sicuramente, spingerà qualche curioso a interrogarsi, a ricercare, ad approfondire. Sarà l’ennesimo contributo del Maestro alla evoluzione della nostra specie. Non possiamo che immaginarlo, ora, mentre attraversa il bardo. Con tutta la consapevolezza che ha acquisito nel suo percorso terrestre. E la libertà di scegliere in cosa reincarnarsi. In attesa che torni a danzare con noi, Maestro, ti piangiamo ascoltando le tue canzoni. Oggi è un oceano di silenzio, e poi sarà "Inverno" di De André, come l’hai cantata tu. Poi l’Addio. Che è comunque un arrivederci.

Diego Antonelli

(Responsabile Web nella Direzione Editoriale per l'Offerta Informativa Rai)

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