Rkomi: “Folgorato sulla via dei Pearl Jam e degli Idles”. L’intervista.

L’artista milanese con “Taxi Driver” esplora mondi come il rock e il jazz, senza tradire la vena hip hop, ma allargando la sua visione della musica sempre più “suonata”.
Rkomi: “Folgorato sulla via dei Pearl Jam e degli Idles”. L’intervista.
Credits: Tarfu Studio

Un viaggio umano, cinematografico e musicale. Rkomi, con “Taxi Driver”, al momento primo in classifica Fimi, ispirandosi all’immaginario della pellicola di Martin Scorsese, intraprende una nuova e audace strada musicale. Lo stile di scrittura, con una forte attitudine hip hop, è rimasto, Mirko non tradisce le sue radici, ma il campo da gioco sonoro si è allargato abbracciando il rock, il jazz e il blues (leggi qui la recensione). Trombe, chitarre, assoli: Rkomi sta guidando a marce alte verso il suo futuro.

Mirko, quando è arrivato il cambiamento?
“La parte più grezza del mio mondo mainstream è iniziata con l’album ‘Dove gli occhi non arrivano’ questo perché ho lavorato con artisti diversi, fra questi Jovanotti ed Elisa. Ho calcato il palco con loro e ho imparato tanto. Sono passato dal condividere canzoni con Marracash ad Elisa, allargando il mio bagaglio di conoscenze e interessandomi maggiormente al mondo più teorico della musica”.

Ti sei avvicinato alla musica “suonata”?
“Ho preso lezioni di pianoforte, mi sono appassionato al jazz, al blues e al rock, cercando di toccare con mano la musica suonata. Tutto questo percorso in ‘Taxi Driver’ si sente, dentro ci sono i suoni che potrebbero far parte del mio futuro artistico”.

Gli strumenti non facevano già parte del tuo mondo?
“Già nel primo album ‘Io in terra’ ci sono degli episodi con dei musicisti che però entravano in gioco in brani già esistenti, ora è tutto diverso: per questo disco ho creato musica direttamente in studio con i musicisti. Non ho ricevuto delle strumentali da cui partire come in passato. Il tour di ‘Dove gli occhi non arrivano’ e il Jova Beach party mi hanno fatto capire quanto sia fondamentale, per me, avere una band”.

Come ci si avvicina con credibilità a un genere come il rock?
“Tutto deriva dalla naturalezza con cui ci si interfaccia a un nuovo genere: io sono davvero diventato fan del rock. Sto facendo lo stesso processo portato avanti da ragazzino per l’hip hop. Sto comprando piano piano dischi su dischi per approfondirlo. La storia non la conosco ancora bene, ma ci sto arrivando…(sorride, ndr)”

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Gruppi o artisti rock che ti hanno influenzato?
“I Pearl Jam li ammiro da sempre. Il mio manager e mio migliore amico, grande fan del rock, ha sempre provato a farmi interessare a questo genere. Anche il mio maestro di pianoforte mi ha fatto scoprire tanti universi diversi. In questo periodo sto ascoltando i Black Sabbath, i Morphine, Jack White, Chris Cornell, Eddie Vedder fino a band più contemporanee come gli Idles. Non è soft rock, mi piace il rock duro. Gli Idles sono fantastici perché sono super fan dell’hip hop, ho letto un’intervista in cui dicevano di ascoltare Slowthai”.

C’è chi ti rinfaccia di essere cambiato.
“Il mio modo di scrivere è lo stesso. Io sono sempre stato poliedrico, già dai primissimi lavori, basta pensare a ‘Dasein Sollen’. A volte i fan non li comprendo del tutto, si fissano su qualche cosa e da lì non sembrano volersi allontanare. Poi ragiono meglio e in fondo li capisco. Io non ascoltavo Eminem per presa di posizione: lo conoscevano tutti. Ai tempi volevo scoprire album nuovi. Era un atteggiamento un po’ infantile. Non è un caso che chi mi scrive di tornare quello che ero sia anagraficamente più piccolo di altri fan”.

Ti sei confidato con qualche collega?
“Ne ho parlato anche con Marracash di questo aspetto. Mi ha detto che è normale che io stia cercando qualche cos’altro, che abbia voglia di sperimentare. Mi hanno fatto piacere le sue parole, lui è una leggenda dell’hip hop”.

“Taxi Driver” è un album sentimentale?
“L’unica pecca che può avere questo disco è che è molto legato all’amore, in certi momenti sdolcinato. Per me le donne sono fondamentali, vengo da due anni di tante frequentazioni che mi hanno lasciato qualche cosa. Anche il mio passato ha un peso, vengo dalle case popolari, mia madre è ancora lì. Sono cresciuto senza padre. Questo mondo ‘malandrino’ mi ha dato tanto, ma mai quanto la frequentazione fra uomo e donna”.

Che cosa ti affascina delle icone rock?
“La libertà che hanno spiritualmente sui palchi. Amo anche i documentari perché mi permettono di capire meglio questi aspetti. Recentemente ho visto Sound City (prodotto e diretto da Dave Grohl nel 2013, ndr): racconta uno studio pazzesco”.

Tu hai anche un’anima cantautorale. Artisti italiani che ti ispirano?
“Battisti. Ha cambiato tantissimo nella sua carriera, si è evoluto. Il cantautorato italiano non l’ho mai approfondito tanto perché ho sempre avuto paura di rimanerne condizionato. Mi sono concentrato di più su quello internazionale, tipo Neil Young. Però nomi come Battisti, Dalla e Paoli per me significano moltissimo. Recentemente ho iniziato anche ad ascoltare Venditti”.

Nel disco le collaborazioni sono ricercate.
“È un disco pensato per i live. Sembra assurdo perché ha tanti ospiti, ma è così. L’album è pieno di assoli. E i feat non sono feat. Sono collaborazioni vere, infatti nella scaletta ho scritto ‘con’ e non ‘feat’. Sono quasi tutto frutto di lavori in studio, pochissimo è stato fatto in remoto”. 

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