Oh no, it’s Friday! La storia della “canzone più brutta del mondo”

Torna Rebecca Black, dando una nuova veste al suo "classico" per festeggiare i suoi primi dieci anni, tra azzardo e ironia 
Oh no, it’s Friday! La storia della “canzone più brutta del mondo”

“Friday I’m in love” cantava un romantico Robert Smith, lanciando, forse inconsapevolmente, un inno del venerdì sera che tiene banco ormai da quasi trent’anni. Eppure, il primato di canzone simbolo del fine settimana è stato minacciato tempo addietro da un altro pezzo, tutt’altro che memorabile. Era il 2011 quando sulla piattaforma di YouTube, lanciata appena sei anni prima e con molto del suo potenziale ancora tutto da rivelare, l’allora tredicenne Rebecca Black riuscì in una delle migliori imprese dell’Internet, diventando un fenomeno virale con una canzoncina innocua e nemmeno particolarmente brillante, che però raggiunse in fretta delle incredibili vette di popolarità. 

Dalla cameretta verso il web e oltre 

In quel frenetico cosmo virtuale, una sconosciuta ragazzina californiana forniva così la prova provata di come sarebbero andate il più delle volte le cose sul web, secondo le imperscrutabili regole dell’antico adagio del “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. La sua temibile “Friday”, arrivò infatti laddove pochissimi altri erano arrivati, passando di click in click direttamente dalla cameretta di una aspirante reginetta del pop alla pubblica esposizione al “Late Night Show”  di Jimmy Fallon. 


Un concentrato tale di allegre banalità stipate di auto-tune come “venerdì, venerdì / Domani è sabato, poi viene domenica / Festa, festa, divertimento, divertimento” che non poteva di certo passare inosservato in quel mare infestato da unicorni colorati e gattini pucciosi.

Tanto vituperato quanto chiacchierato dunque, il brano arrivò presto a scalzare “Baby” di Justin Bieber dalla scomoda posizione di canzone con il maggior numero di “non mi piace”, totalizzando un picco di oltre tre milioni di dislike, pari all’88% delle visualizzazioni complessive. Un risultato affatto lusinghiero trascinato in alto dall’altrettanto improbabile video cui “Friday” si accompagnava. Rebecca e i suoi amici si ritrovavano proiettati nel green screen della notte americana a bordo di una decappottabile che non avrebbero mai potuto guidare legalmente, tanto soddisfatti quanto indecisi sui sedili più cool da occupare per arrivare finalmente alla loro festa. In più, a rendere il tutto, se possibile, ancora più strambo, la presenza di Patrice Wilson, di circa trent’anni più anziano dei protagonisti, che, solitario nella sua vettura, si produceva in barre sulle gioie del venerdì, ma anche sul rischio di perdere lo scuolabus. Tutto troppo sopra le righe per non fare un avvitamento completo da “terribile” a “mediocre” e diventare infine un tormentone da classifica, capace di raggiungere la posizione numero 1 della “US Heatseeker Songs”  di Billboard e la numero 19 dei brani più acquistati su iTunes, ai tempi leader pressoché incontrastato della nuova musica liquida.  .

Un sogno da popstar 

Dietro al fenomeno “Friday” c’erano i servizi a pagamento di produzione e registrazione musicale offerti dalla Ark Music Factory di Los Angeles, di proprietà dello stesso Wilson.

Un’attività commerciale come tante altre che forniva oltre a brani musicali preconfezionati, anche la realizzazione di video e lanci sulle piattaforme online, in un periodo in cui la disponibilità di strumentazioni casalinghe utili allo scopo risultava ancora poco diffusa. La celebre Sun Records di Memphis, in effetti, quasi sessant’anni prima, attirò per lo stesso motivo l’interesse di un aitante camionista intenzionato a regalare una canzone alla propria mamma, tale Elvis Presley da Tupelo, Mississippi. .
 
Senza però scomodare paragoni fin troppo impertinenti, con la cifra pattuita di 4.000 dollari, l’accondiscendente genitrice di Rebecca, Georgina Kelly, ha quindi regalato un esclusivo sogno da popstar alla figlia, facendole scegliere il pezzo per lei più congeniale, tra quelli già scritti, con mano evidentemente traballante, dal boss dell’azienda discografica. Tuttavia l’illimitata cassa di risonanza della rete e poi il passaggio televisivo alla popolare rubrica “America’s funniest home videos”, fecero di quella ingenua prova canora la bandiera da issare sull’altare del cattivo gusto, portando Rebecca a trasformarsi, suo malgrado, da piccola fan a meme vivente. 
 
A suon di visualizzazioni “Friday” viene accolta in un lampo da una selva di levate di scudi, da “brano più brutto di sempre” a “canzone spaventosamente comica”, passando per parodie più o meno riuscite come per inaspettate vie di notorietà. Katy Perry, Todd Rundgren e Nick Jonas si cimentano con la canzone dal vivo, la serie tv “Glee” ne realizza un proprio adattamento e la cover incisa dallo stesso Jimmy Fallon per il suo disco “Blow Your Pants Off” - dove in scaletta figurano, tra i tanti, personaggi del calibro di Paul McCartney, Bruce Springsteen ed Eddie Vedder - regalano, quasi per contrappasso, ulteriore fama al singolo, fino all’idea, sorprendente, di Roger McGuinn, già leader dei Byrds, di inserirla nell’album “Sweet Memories” del 2018. Ma più di ogni altra cosa, Rebecca ottiene il sostegno di Miley Cyrus, che in quanto a critiche e commenti infelici ha ormai un certo callo: “Quelli che dicono che è pacchiana sono delle teste di cazzo”, sentenzia l’ex stellina Disney, chiudendo ogni possibile questione. Così, se il video è stato rimosso in prima battuta dalla Ark, è stata proprio la Black, rincuorata, a volerlo nuovamente online, per non rinnegare o nascondere nulla dei propri trascorsi... artistici. 

Senza saper né cantare né ballare  

Nell’epoca fast & furious di Internet, perciò, in cui un decennio probabilmente equivale a un’era geologica, in occasione dei dieci anni della sua tormentata hit, Rebecca Black, oggi youtuber a tempo pieno, ha voluto farne una versione celebrativa, mettendo insieme la produzione di Dylan Brady dei 100 Gecs e la partecipazione di altri fenomeni del web come Big Freedia, Dorian Electra e i 3OH3!, per ritornare seduta stante, non senza una certa dose di autoironia, alla sua voglia matta di festa e ai cereali per la colazione che citava nel testo. Segno che, nonostante l’assurdità e la superficialità dilagante di tutta l’operazione, la fenomenologia di un exploit confezionato senza troppo imbarazzo per una ragazzina che non sapeva né cantare né ballare conserva intatta quella stessa spensierata virtù di una volta. Nascosta ancora piuttosto bene.

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