‘Master of Reality’, quando i Sabbath allargarono gli orizzonti dell’heavy

Con il loro terzo disco Ozzy Osbourne e soci seppero lasciarsi alle spalle il successo di ‘Paranoid’ per aprire una strada battuta ancora oggi. Ma che all’epoca non fu compresa...
‘Master of Reality’, quando i Sabbath allargarono gli orizzonti dell’heavy

Il secondo album sarà anche il più difficile nella carriera di un artista, ma anche il terzo non scherza. Specie se il secondo disco si intitola “Paranoid”, lavoro oggi considerato una pietra miliare dell’heavy metal ma che già all’epoca della pubblicazione - grazie anche al traino della leggendaria title track - fu accolto con calore da pubblico e critica, proiettando i Black Sabbath nell’empireo del rock mondiale.

I boom in classifica hanno pro e contro. Tra i pro ci sono i soldi guadagnati e la credibilità acquisita, e in entrambi i casi con “Paranoid” Ozzy Osbourne e soci seppero fare centro. I contro, invece, riguardano le aspettative di case discografiche e fan e la pressione di consegnare agli annali dei seguiti all’altezza dei predecessori. I Black Sabbath, per guardare al loro terzo album, trovarono nei pro la soluzione per arginare i contro: un mucchio di soldi per comprarsi un mucchio di droga.

Osbourne, Iommi, Butler e Ward per “Master of Reality” scelsero di prendersela comoda, prenotando gli Island Studios di Londra per la bellezza di tre mesi - da febbraio ad aprile del ‘71 - e portandosi con sé “una valigetta piena di grana” per comprarsi ogni tipo di stupefacente. “Eravamo strafatti di coca”, ricordano loro nel volume “The Story of Black Sabbath: Wheels of Confusion”: “Prendevamo di tutto: eccitanti, calmanti, qualsiasi cosa ci passasse per la testa. Arrivammo al punto di avere delle idee e dimenticarle subito dopo, da quanto eravamo fuori”.

Un’idea, però, Iommi riuscì a tenerla a mente, perché c’erano le sue dita a ricordargliela tutte le volte che imbracciava la chitarra: le ferite provocate dalla perdita delle falangi del medio e dell’anulare della mano destra in un incidente in fabbrica quando aveva diciassette anni facevano così male durante le session che al chitarrista venne l’idea di abbassare di un tono e mezzo l’accordatura del suo strumento per allentare la tensione delle corde e rendere così meno problematica l’azione sulla tastiera.

Geezer Butler, le cui dita non avevano alcun problema, fece lo stesso - per comodità - sull’accordatura del suo basso. Fu un caso di scuola di serendipity: abbassare la tonalità impresse alle composizioni un suono unico. Grosso. Pesante. Oscuro. Ai Sabbath piacque e ci presero gusto: invece di far sforzare Ozzy su registri più alti per trovare un punto di sintesi armonico, Iommi e Butler abbassarono ulteriormente le accordature.

Per la storia del rock, questo particolare “gioco al ribasso” fu una sorta di scoperta della ruota: il sound cupo scoperto per puro caso dai Sabbath in “Master of Reality” avrebbe fatto scuola anni dopo, sia in Europa, diventando uno standard sulla sfaccettata scena metal scandinava, che dall’altra parte dell’oceano, prima dalle parti di Seattle, con il grunge, e qualche anno dopo un po’ più a sud, con l’esplosione dello stoner. Dalle chitarre sparisce il riverbero, il sound si fa iper-compatto, le saturazioni granitiche. Tony Iommi, che credeva a causa di un incidente di non poter più suonare - figurarsi di avere una carriera da artisti, per giunta di successo - grazie allo stesso incidente finì per diventare una leggenda.

Se “Black Sabbath” e “Paranoid” rappresentano l’epifania, “Master of Reality” rappresenta il passo avanti: ad aprire le danze è “Sweet Leaf”, smaccata ode alla marijuana introdotta da un loop di un colpo di tosse venuto a Iommi mentre fumava (ovviamente una canna), mentre in “After Forever” il cattolico Butler fa i conti con la fede.

“Children of the Grave” ritorna sui temi pacifisti già frequentati con “War Pigs” e “Electric Funeral”, ma con una particolare attenzione al senso di autodistruzione immanente figlia dell’escalation nucleare seguita alla Guerra Fredda, che - per ragioni anagrafiche - tutti gli elementi del gruppo avevano vissuto sulla loro pelle. Il tema dell’autodistruzione, declinata però in chiave ambientale, ritorna in “Into The Void”, quello della depressione in “Solitude”, mentre in “Lord Of This World” il punto di vista di Satana è metafora di una feroce autocritica alla società: “Your world was made for you by someone above / But you chose evil ways instead of love / You made me master of the world where you exist” (“Il tuo mondo è stato creato per te da qualcuno di superiore / Ma hai scelto le vie della malvagità invece dell’amore / Sei tu ad avermi reso padrone del mondo in cui vivi”).

I Sabbath, in parole povere, di essere considerati chiassosi ragazzini dediti a una goffa celebrazione del Maligno non ne volevano più sapere: la cupezza musicale e tematica di “Master of Reality” non è un espediente o una scelta stilistica, ma conseguenza di una deliberata scelta artistica di una band che stava crescendo e mettendo a fuoco tutte le proprie potenzialità.

Il pubblico, questo, lo capì: il disco fece segnare il proprio picco al quarto posto nella classifica di vendita inglese, e all’ottavo in quella americana. La critica, tuttavia, non accolse il lavoro a braccia aperte: Robert Christgau, sul Village Voice, bollò l’album come “un’operazione di sfruttamento stupida e amorale”. Lester Bangs, su Rolling Stone, lo definì “monotono” e non all’altezza del suo predecessore. Ma il tempo, si sa, sa essere galantuomo: prima ancora che la stampa specializzata risarcisse Osbourne e i suoi - una trentina d’anni dopo la recensione di Bangs la testata fondata da Jann Wenner inserì il disco nella lista dei “100 album metal più importanti di sempre” - a riconosce i meriti di “Master of Reality” fu la comunità musicale.

Al di là delle cover - complessivamente, si conta circa un centinaio di riletture di alto profilo di canzoni come “Children of the Grave”, “Into the Void” e “Sweet Leaf”, da parte di band come White Zombie, Stone Sour, Soundgarden, Kyuss, Monster Magnet, Godsmack, Mogwai e Gov't Mule, senza contare i Beastie Boys, che ne campionarono una parte per realizzare la base della loro “Rhymin' & Stealin”, inserita nel fondamentale “Licensed to Ill” dell’’86 - sono stati tantissimi, e molto autorevoli, gli artisti che hanno riconosciuto a “Master of Reality” un ruolo determinante nella storia del rock degli ultimi cinque decenni: tra i tanti Billy Corgan degli Smashing Pumpkins, che ha riconosciuto il disco di “After Forever” come “genitore” del grunge.

Alla faccia della “monotonia” e dello “sfruttamento stupido e amorale”.

Tracklist:

"Sweet Leaf"
"After Forever"
"Embryo"
"Children of the Grave"
"Orchid" 
"Lord of This World"
"Solitude"
"Into the Void"

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