David Bowie, le testimonianze della redazione di Rockol (2)

Opinioni, ricordi, considerazioni dei componenti dello staff del giornale
David Bowie, le testimonianze della redazione di Rockol (2)

Gianni Sibilla

Ve li immaginate Bob Dylan o Neil Young che si presentano una domenica pomeriggio a Milano e passano un’ora in una megastore a firmare autografi, come un rapper o un cantante pop qualunque? Beh, con David Bowie è successo.

Era il 6 ottobre 2002 e Bowie firmò 250 autografi in poco meno di un’ora alla Feltrinelli di Piazza Piemonte. I fan, ordinatissimi, erano lì dal mattino, qualcuno aveva bivaccato la notte per ottenere i pass, gestiti dall’organizzatissimo fan club Velvet Goldmine. Altri tempi: i firmacopie si facevano, ma non erano una pratica obbligatoria per un cantante per vendere dischi - come sono stati fino all’inizio della pandemia.  I telefoni non avevano ancora le fotocamere, quindi nessun selfie, nessuna foto, solo una persona si fece fare un autografo sulla spalla. Io me ne stetti nell’angolo assieme a qualche fotografo, a vedere un semi-dio che firmava CD e dischi. Un autografo ogni pochi secondi, un sorriso per tutti.

Fu surreale. Ma mai come il passaggio televisivo a “Quelli che il calcio” che avvenne nello stesso pomeriggio, poco prima: Simona Ventura si gettò ai piedi di Bowie, poi si lanciò in una serie di domande improbabili. Lui sorrise sempre, anche in quel caso.

Fu meno accomodante qualche anno prima, in un altro passaggio televisivo italiano, quello da Celentano: li il sorriso tradiva una forte irritazione, e concluse l’intervista dicendo più o meno “Non c’è bisogno che io e te ci vediamo mai più". Purtroppo, mancai la conferenza stampa di qualche settimana dopo in cui diede dell’idiota a Celentano: la storia l’ho riscoperta solo dopo.

Cinque anni fa, nei giorni in cui usciva “Blackstar” e della sua scomparsa, si parlava parecchio di un sito "What did Bowie do at your age?”: si inserisce un anno, e mostra quello lui aveva già fatto in quel periodo. Sconfortante, per i comuni mortali; normale per uno che era sempre avanti a tutti. Ha fatto davvero tutto. Persino i firmacopie. 
Non c’è un campo artistico in cui David Bowie non sia stato pioniere: la musica, prima di tutto, ma quello si sa: ha scritto canzoni che rimarranno per sempre nell’immaginario, non solo in quello musicale.

 La tecnologia (vi ricordate Bowie.net? Fate qualche ricerca su cosa si inventò, cose oggi normali, ma allora avanti di vent’anni), l’immagine, le performance, il suo rapporto con i media, a partire dai videoclip (quelli di “Blackstar” e “Lazarus” sono capolavori quanto il disco).

Gli ultimi anni prima della morte, quelli del ritorno dopo la lunga pausa,  lo hanno reso ancora più immortale. Ci ha portato a credere che fosse uno di quelli per cui le leggi della natura non sono applicabili. Come fa a morire uno che ha fatto quella musica, che ha cambiato il costume, che poi sparisce per quasi dieci anni e se torna quasi dal nulla e in tre anni se ne esce con due album come “The next day” e “Blackstar”?  Bowie è uno dei rari artisti che nella fase finale della carriera è riuscito a produrre musica paragonabile, per intensità, a quella della fase più giovane. Me ne vengono in mente pochi altri così: forse solo Cohen e Dylan (che Dio ce lo conservi, sempre e soprattutto dopo l’ultimo “Rough and rowdy ways”).

In questi cinque anni, sono uscite molte cose postume: alcune gli hanno fatto onore, altre molto meno: music business as usual. Ma per me l’opera di David Bowie rimane una delle dimostrazioni migliori che il pop ed il rock sono cultura. Come Cohen, anche Bowie avrebbe meritato un Nobel. Ma si sa, c’è ancora chi si lamenta per quello di Dylan e che pensa che siano solo canzonette…

Gianni Sibilla

 

Elena Palmieri

 

Su un riff di chitarra, ormai iconico, si costruisce il brano “Rebel rebel”, prima anticipazione di un album, “Diamond dogs” del 1974, che David Bowie - tornato a collaborare con Tony Visconti - ha ambientato in uno scenario apocalittico.  Proprio il riff di “Rebel rebel” - l’unica canzone del disco in cui non prevale un senso di pessimismo e che parla di libertà individuale e di genere - mi risuonò in testa quando la mattina dell’11 gennaio 2016 appresi della morte dell’artista britannico, avvenuta negli Stati Uniti il giorno prima. 

Quando lessi la notizia della scomparsa di Bowie erano da poco passate le 8 e mi stavo dirigendo in università per affrontare l’esame orale ritenuto da tutti, me compresa, il più difficile - e il più lungo da preparare - dell’intero triennio. All’ansia e all’agitazione pre esame che da giorni mi opprimevano si unì un senso di spaesamento. In precedenza era capitato di rado che la morte di un personaggio famoso mi colpisse, ma quella di David Bowie - come accaduto, per esempio, quando morirono Pavarotti o Michael Jackson - ricordo che mi toccò profondamente, forse perché nella mia mente lo immaginavo come uno di quegli artisti immortali, oltre che impossibili da ignorare. 

Una volta raggiunto l’ateneo e varcato l’ingresso dell’aula dove si sarebbe tenuto l’esame, mi sorprese, e allo stesso tempo mi rincuorò, constatare che non ero la sola a essere sconcertata per la morte di Bowie: i miei compagni, già presenti in classe per sostenere, come me, la prova e in attesa dell’arrivo del professore, non parlavano d’altro. Quando il docente entrò in aula calò il silenzio. Mentre noi studenti ci preparavamo a rispondere all’appello, cercando di non pensare all’artista britannico e di tenere sotto controllo l’ansia per l’esame, il professore ci guardò e disse: “Ragazzi, David Bowie è morto”. Poi, in silenzio e tra l’incredulità generale, l’insegnante si allontanò per un momento dalla classe. Poco prima che il professore facesse ritorno, ricordo che presi il mio smartphone e, come se fosse l’unico modo che conoscessi per “congelare quel momento”, condivisi sul mio profilo Facebook il video di “Rebel rebel”, accompagnato da questa didascalia: “Entrare in aula per dare l'esame e l'unica cosa che so è che David Bowie è morto……….shit!”. 

 

Elena Palmieri

Maurilio Giordana


 

Per ricordare David Bowie io ho scelto una foto.

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Anzi, in realtà sono due: una di fronte e una di profilo. Sono le foto segnaletiche che vennero scattate il 21 marzo del 1976 nella stazione di polizia di Rochester vicino a New York, dove Bowie venne trattenuto per un paio d'ore. Il Duca (che all'epoca aveva 29 anni) era stato fermato, insieme ad altre persone, al termine di un concerto per possesso di marijuana.

Ecco: tutte le rockstar sono brave a fare bella figura in set fotografico o quando vengono ritratte sul palco. Bowie però riusciva ad essere era un figo anche in un “mugshot”.

Maurilio Giordana


Marco Di Milia


Quando, nel 1998, “Velvet Goldmine” portò nelle sale cinematografiche le gesta di una rockstar che aveva ucciso il proprio ingombrante alter-ego per crearsi una nuova identità, il collegamento logico più immediato per Brian Slade, il personaggio interpretato da Jonathan Rhys-Meyers, non poteva che essere David Bowie. E in effetti, nella pellicola prodotta tra gli altri anche da Michael Stipe, i riferimenti al compianto Duca Bianco, sebbene romanzati, sono tantissimi, a partire dallo storico concerto all’Hammersmith Odeon del 3 luglio 1973 in cui il musicista inglese si è liberato della maschera di Ziggy Stardust. Bowie da quel film avrebbe preso presto le distanze a colpi di minacce legali, disapprovando l’immagine un po’ piatta e stereotipata del protagonista, ma accettando comunque a suo modo il ruolo di padre ispiratore della grande rivoluzione culturale dei primi anni Settanta. 

Già, perché nonostante “Velvet Goldmine” non abbia ricevuto particolari benevolenze da parte di David Bowie, molta della sua straordinaria esistenza è entrata nelle immagini dirette da Todd Haynes. Un falso biopic pieno di surreale inventiva, ma ben carico della visionaria creatività di un artista in grado tanto di cavalcare il proprio tempo, quanto persino di giocarlo d’anticipo. Dal successo ambiziosamente ricercato fino all’esplosione del glam rock, passando per Major Tom, Jareth il Re dei Goblin, la saetta dipinta sul volto e la mortifera stella nera, David Bowie ha composto con la stessa imprevedibilità la propria avventura terrena in una tavolozza espressiva che ancora adesso, a cinque anni dalla scomparsa, risulta impossibile dare per scontata. 

Così, se da quel film arrivava l’eco di un fascino ammiccante e inarrivabile senza pretendere di svelarne l’essenza - anzi, aggiungendo il dubbio di una possibile origine aliena - la traccia che ne ha ispirato il titolo ha sempre rappresentato per chi scrive la stessa poetica sfuggente e camaleontica del suo autore, ogni volta proiettata verso orizzonti che occhi comuni non potrebbero mai inquadrare a dovere. Inizialmente concepita come parte integrante di “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”, ne rimase fuori per fare posto a pezzi meno espliciti, finendo in ultimo per essere pubblicata come b side solo nel 1975. Eppure, “Velvet goldmine” è diventata nel tempo una tra le più popolari gemme minori di un repertorio che, in quattro decenni, ha contribuito a ridefinire i canoni di pop, rock, folk, soul e molto altro ancora, buttando via tabù comportamentali e sessuali. 

Leggenda vuole che si trattasse di una descrizione appassionata dell’artista stesso nei panni di Ziggy, ma questa “vellutata miniera d’oro” nasconderebbe invece, senza troppi giri di parole, le fregole per una groupie: “Hai delle gambe da pazzi, una testa incredibile / Hai delle ali sulle dita e dei capelli rosso fuoco…” 

Bowie ha interpretato perciò l’eroe capace di mettere insieme una chioma da competizione canina e gli umori più vibranti di un’epoca, ricomponendo nella sua figura erotismo, decadenza, estasi e splendore. Un tassello viscoso e fondamentale di quello che avrebbe costituito, passaggio dopo passaggio, il prodigio dell’uomo che cadde sulla Terra. Ma quello è un altro film. 

Marco Di Milia

 

Michele Boroni

Come in tutte le carriere musicali rilevanti, anche in quella di David Bowie c'è la classica fase del “l’album di successo, stroncato dalla critica, ma successivamente riabilitato”. Si tratta di “Young Americans”. E’ il 1975, Bowie si trova negli States e pur vivendo uno dei momenti più pesi con le dipendenze, riscopre il suo amore giovanile per la black music e l'r&b. Così si prende i migliori sessionmen sulla piazza, da Willy Weeks a David Sanborn fino a Luther Vandross, e si rinchiude ai Sigma Sound Studios di Philadelphia dove gli fa visita anche John Lennon. Il risultato è un disco splendido che trasuda Philly Sound, Blue Eyed Soul e la miglior Disco Music che sta arrivando. 

Michele Boroni

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