David Bowie, un "Tribute Day" nel quinto anniversario della morte

Il nostro omaggio a un artista fondamentale della musica del secolo scorso, e di questo
David Bowie, un "Tribute Day" nel quinto anniversario della morte

Per me è stato il Guardia di Porta, per dirla alla "Ghostbusters": quello che mi ha aperto la strada della conoscenza - non tutta: quella stessa che aveva fatto lui prima di me. Il primo disco che ho acquistato di David Bowie è stato, molto banalmente, "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars"; ma subito dopo ho comprato "Hunky Dory", "The man who sold the world" e "Space Oddity", tutti di edizione italiana, tutti su quell'orribile vinile alleggerito che la RCA chiamava Dynaflex.

David Bowie, il quinto anniversario della morte: leggi lo speciale.

Da lì, da quei dischi, sono passato via via a "Transformer" di Lou Reed e a "All the young dudes" dei Mott the Hoople, due album ai quali Bowie aveva messo mano, e da "Transformer" sono stato indotto a comperare i primi album dei Velvet Underground; intanto avevo incontrato i Roxy Music, e seguivo attentamente la produzione di Bowie attraverso "Aladdin Sane" e "Pin-Ups", ma anche quella di Brian Eno con Robert Fripp ("No pussyfooting"), tornando così ad incrociare i King Crimson da me tanto amati nel loro primo periodo (dal 1969 di "In the Court of the Crimson King" attraverso il 1970 di "In the Wake of Poseidon" e "Lizard" fino al 1971 di "Islands").

Ormai le connessioni erano diventate numerose: e intanto avevo cominciato una mia trasmissione in una radio privata, e ai miei ascoltatori infliggevo le mie scoperte anche più radicali ("Berlin" di Lou Reed, che vidi dal vivo - per i pochi minuti che rimase sul palco - al Palalido di Milano nel febbraio del 1975) e le divagazioni più oblique - ricordo le due settimane in cui, dopo aver comprato, con un investimento francamente fuori dalla mia portata, i dieci dischi della Obscure Records di Brian Eno, li trasmisi sistematicamente uno ogni sera, nella mia ora di programma (e se li conoscete un po', capite che era roba davvero tosta, e forse, diciamolo, anche "nobilmente tediosa", per rubare l'espressione a Mario Luzzatto Fegiz; ma meno della serata speciale dedicata alla trasmissione integrale di "Metal Machine Music", sempre di Lou Reed, con la quale mi congedai da un'emittente prima di passare ad un'altra).


Siamo nel 1975: quell'anno vado a lavorare in un negozio di dischi, e da una alimentazione a dieta ristretta (dalle possibilità del mio portafogli) passo di colpo alla Grande Abbuffata, al poter ascoltare qualsiasi album venisse pubblicato in Italia - e anche qualche disco di importazione. Da lì parto per la tangente del punk americano via il primo album dei Ramones e il primo singolo di Patti Smith ("Gloria"/"My generation"), e nel 1977 mi imbarco per l'avventura del punk inglese, avendo come primi fari "Never mind the bollocks" dei Sex Pistols e "Damned Damned Damned" (eh sì, dei Damned), ma anche "Rattus Norvegicus" e "No more heroes" degli Stranglers.


In tutto questo, David Bowie? Beh, è rimasto nel mio panorama, grazie a "Diamond Dogs", che amo molto, anche se "Young Americans" nel 1975 mi lascia un po' tiepido, ma recupero abbondantemente con "Station to station", "Low" e con "Heroes".

Quando rientro da Londra dopo il mio "viaggio d'istruzione", compiuto nella primavera del 1978 con Andrea Rosi - allora mio giovane collaboratore, oggi Presidente della Sony  - nelle tre valigie di dischi che riporto faticosamente a casa dopo aver battuto sistematicamente i negozi della capitale britannica (cominciando da Rough Trade; avevo una lista di 150 titoli da acquistare, frutto delle letture dei "Melody Maker" in vendita all'edicola della stazione di Brescia) ci sono anche i 45 giri di "Heroes" in versione francese e tedesca, che faccio ascoltare con grande soddisfazione al mio sodale di radio Silvio Poli. Ma intanto ho iniziato a lavorare in una casa discografica, i miei ascolti personali sono meno costanti, "Lodger" e "Scary monsters" mi suscitano curiosità e rispetto ma non particolare eccitazione, e da "Let's dance" in poi la mia strada e quella di Bowie si separano. L'avevo visto in concerto a Zurigo (Hallenstadion, 17 aprile 1976, viaggio andata e ritorno in pullman con la gloriosa Medianova di Torino), lo rividi poi a Milano, San Siro, il 10 giugno del 1987, ma già quello fu un appuntamento più di nostalgia che di passione.
Ad ogni sua nuova uscita discografica dedico la doverosa attenzione (per lavoro scrivo di musica, è ovvio che mi tenga aggiornato) ma, per dire, ai suoi passaggi successivi dal vivo in Italia non prendo parte. Il maggiore Tom è uscito dalla mia orbita (o meglio, io sono uscito dalla sua).

E allora, perché - magari si sta chiedendo qualcuno di voi - ho messo in piedi tutto questo casino, questo enorme speciale di Rockol, per celebrare il quinto anniversario della morte di David Bowie?


L'obbligo giornalistico c'è, non vedo perché nasconderlo. Gli anniversari, le celebrazioni, le ricorrenze sono sempre spunti relativamente comodi, per chi fa il mestiere di scrivere. E avrete già visto, nei giorni scorsi, che i quotidiani e le televisioni hanno iniziato a scrivere di Bowie con giorni di anticipo sulla data dell'anniversario della morte (ormai fanno la gara a chi comincia per primo, e ogni volta qualcuno anticipa di più - il che francamente è ridicolo).
Ma l'obbligo giornalistico non è stata la sola, e forse nemmeno la prima ragione.


Dal punto di vista mio personale, ricordando quando ho appreso la notizia della morte di Bowie, so che la sensazione che ho provato (confusa e travolta dall'urgenza di star dietro alla notizia per Rockol) non è stata quella di aver perso un amico, ma semmai quella di aver perso un insegnante del liceo; un giovane supplente, ecco, che per un po' di tempo mi ha insegnato quello che sapeva, e soprattutto quello che gli piaceva insegnarmi. Gli sono grato, gli sono debitore, da lui ho imparato molto e con lui mi sono divertito tanto. Ma le nostre vite, negli ultimi 35 anni o poco più - dopo "Scary monsters", appunto - si erano allontanate. La sua morte non mi ha straziato, non mi ha fatto piangere; mi ha addolorato, certo, ma non mi sono sentito orfano di Bowie.


Quello che invece mi ha sorpreso, e mi ha spinto a costruire, nel corso di un mese di lavoro quasi esclusivo iniziato ai primi del dicembre scorso, lo speciale che state leggendo, è stata la grande disponibilità, in alcuni casi addirittura l'entusiasmo con il quale rispondevano alla mia sollecitazione i musicisti che provavo a coinvolgere nella realizzazione delle cover del repertorio bowiano che potete ascoltare da oggi su Rockol.

David Bowie, il quinto anniversario della morte: tutte le cover realizzate per il Tribute Day di Rockol da artisti italiani

Ovvio: qualcuno - per le più svariate ragioni - non ha partecipato.

Qualcuno ha detto subito di sì, e poi è sparito, travolto dalla sua vita complicata (Morgan, per non fare nomi); qualcuno ha fatto rispondere che era vincolato da legami discografici (Achille Lauro, per non fare nomi); qualcuno ha, anche comprensibilmente, risposto che queste iniziative non lo trovano d'accordo o che preferisce non prendervi parte; e qualcuno non ha risposto per niente, delegando a portavoce, manager e uffici stampa il compito di declinare la proposta. Ma nessuno mi ha risposto, o fatto rispondere, che David Bowie non gli piace, o non gli interessa, o non ne conosce il repertorio. Però, e invece, mi ha piacevolmente stupito il fatto che alcuni di quelli che hanno accettato di esserci non solo l'hanno fatto molto volentieri, ma addirittura hanno diffuso la voce, coinvolgendo a loro volta altri loro colleghi ai quali io non avevo pensato di potermi rivolgere. E questo, secondo me, è il segno del fatto che Bowie è stato, ed è, per molti musicisti, un punto di riferimento importante, a volte addirittura determinante, nell'evoluzione della loro attività artistica.


Ed è anche, a pensarci bene, la vera ragione per la quale il "tribute day" di Rockol è diventato quello che è diventato, e che potete leggere e ascoltare e vedere da oggi.
Mi auguro che vi piaccia.

Franco Zanetti

 
 

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