David Bowie, cinque suoi chitarristi di riferimento

Mick Ronson, Earl Slick, Carlos Alomar, Robert Fripp e Reeves Gabrels
David Bowie, cinque suoi chitarristi di riferimento

Lorenzo de' Medici, in arte Il Magnifico, si circondò sapientemente di menti geniali: Pico della Mirandola, Poliziano, Botticelli, il giovane Michelangelo e altri ancora. L’arte di scegliere con accortezza la propria tavola rotonda non era ignota a Frank Zappa, Peter Gabriel o Sting, per fare un po’ di nomi – ma pochi come Bowie hanno avuto un apporto decisivo da musicisti ai quali appoggiarsi e ispirarsi: molto probabilmente un retaggio della sua giovanile curiosità per il jazz.

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La storia di Bowie è notoriamente fatta anche dai suoi pianisti e bassisti, ma più di tutti sono stati i chitarristi a contrassegnare le svolte del suo sound. Sceglierne cinque è un compito per metà ovvio (…i primi tre). E per metà, un po’ meno: nomi come Adrian Belew e Nile Rodgers, David Torn e Stevie Ray Vaughan sono difficili da lasciar fuori, ma quelli che abbiamo scelto ci sono sembrati quelli col peso specifico maggiore.


Mick Ronson


“Avevo trovato il mio Jeff Beck”. Ma forse, e speriamo non tremi la terra, quando Bowie incontrò il giardiniere di Hull trovò anche qualcosa di più. Il biondo luogotenente fu il vulcano che permise finalmente a Bowie, dopo anni di tentativi infruttuosi, di rendere roventi le sue idee - e non solo con i riff ma anche con gli arrangiamenti, spesso messi giù ansiosamente dal timido Ronson nel bagno degli studi di registrazione mentre gli orchestrali aspettavano dubbiosi. Il timore che fosse diventato irrinunciabile spinse Bowie ad accantonarlo con una certa brutalità assumendosi tutte le parti di chitarra (o perlomeno, così millantò) per "Diamond Dogs". Dal punto di vista personale non fu elegantissimo, ma è ben vero che Bowie non avrebbe potuto affrontare la propria evoluzione successiva con il buon Mick di fianco. 


Earl Slick

 

Frank Madeloni da New York, più che un sostituto di Ronson, ha rappresentato a lungo una specie di ancora rock-blues alla quale il cantante si aggrappò saldamente in una fase di ardite esplorazioni, che avrebbero potuto portarlo alla deriva in acque non del tutto conosciute. Mentre Bowie si innamorava di tutto, dal soul di Philadelphia all’elettronica dei Kraftwerk, Slick rimaneva nei dintorni, in agguato come un puma per piazzare qualche bordata, specie dal vivo: è quasi sempre lui a infiammare due dischi dal vivo distanti come "David Live" (1974) e "Glastonbury 2000". Anche per questo Bowie, pur ostentando un certo distacco nei suoi confronti rispetto ad altri chitarristi (troppo vicino all’hard-rock, forse?) lo ha richiamato a più riprese al suo fianco anche negli ultimi quindici anni di carriera. 


Carlos Alomar

 

L’eclettico portoricano al quale Bowie affidò le chiavi della macchina in un viaggio che avrebbe portato entrambi da "Young Americans" fino a "Scary Monsters". Salvo poi iniziare a girare in tondo negli anni '80, nei tour durante i quali la sua presenza iniziò a diventare quasi ingombrante, per non parlare dell’album "Never Let Me Down" in cui probabilmente tentò di imitare il Nile Rodgers di "Let’s Dance", senza averne la maestria. Come componente della base ritmica degli anni '70 e come uomo di fiducia di Bowie ha certamente un ruolo decisivo in diversi capolavori del cantante inglese, che si divertiva a mescolare le carte chiedendogli di seguirlo in un mondo nuovo di sintetizzatori o contrapponendo la sua natura funky ad altri chitarristi di matrice diversissima, come Earl Slick o Robert Fripp. 

 
Robert Fripp

 

Ovviamente non lo si può considerare un “chitarrista di Bowie”, ma la sua influenza non va sottovalutata fin dai tempi in cui il giovane cantautore semisconosciuto andava a vedere i King Crimson rimanendo affascinato da tutto quello che sentiva (del resto, poche rockstar soliste possono rivaleggiare con Bowie per la quantità di pezzi da 10 minuti: a suo modo, era un fiancheggiatore del progressive-rock molto ben camuffato). Fripp si sente in alcuni album di Bowie persino quando non c’è: negli stravolti feedback di "Station to Station" o nella fase in cui lascia che Adrian Belew colori a modo suo i pezzi di "Stage" e "Lodger". Ed è inutile dire che “Heroes” non sarebbe quella che conosciamo senza Fripp e la sua ideologia chitarristica. 


Reeves Gabrels

 

Il meno amato tra i Cancellieri del Regno bowieano, Gabrels è un musicista molto audace che è capitato a corte in un momento delicato: alla fine degli anni '80 Bowie evidentemente intuiva che una certa rigenerazione rock era in arrivo, ma le cose migliori dell’operazione Tin Machine avrebbero forse reso al meglio se a dare un terzo parere sul suono fosse stato coinvolto un produttore più robusto e autorevole di Tim Palmer. Anche se è un’ipotesi un po’ sbrigativa, la sensazione è che Bowie dopo un decennio di sintetizzatori fosse incline a un bagno di chitarre elettriche purificatrici. Gabrels ricordava che gli aveva detto: “Ho bisogno di qualcuno che possa suonare come una combinazione di Jeff Beck, Hendrix, Adrian Belew e Fripp, con un po’ di Stevie Ray Vaughan e Albert King buttati qua e là. E nel momento in cui io non canto, tu prendi la palla e ci fai qualcosa, e quando me la restituisci può darsi che non sia nemmeno la stessa palla”. Il problema è che anche le canzoni migliori dei Tin Machine finiscono per suonare come un’overdose chitarristica. Bowie tuttavia non ha mai smesso di apprezzarne il piglio iconoclasta, e anche dopo il naufragio della band lo chiamò come strumentista e co-produttore. 

 

Paolo Madeddu è l'autore di "David Bowie - Changes, la storia dietro le canzoni", Giunti Editore.

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