David Bowie, "Blackstar": la guida all'ascolto di Enrico Merlin

Dall'autore di "1000 dischi per un secolo"
David Bowie, "Blackstar": la guida all'ascolto di Enrico Merlin

Anche "Blackstar" è uno di quegli album di cui è stato scritto di tutto, forse anche troppo.

Certo non si può non notare la curiosa coincidenza (?) dell'uscita proprio due giorni prima della morte, in ogni caso nel giorno del suo 69° compleanno. Ovviamente questo album non è compreso nel volume “1000 Dischi per un secolo. 1900 – 2000”, essendo uscito nel 2016, ma se mai dovessi decidermi a scrivere un'appendice per questo scampolo di secolo, sicuramente vi sarebbe incluso. E non per questioni romantiche, cabalistiche, affettive o perché testimonianza, ultimo lascito, della grandezza di un uno degli artisti più influenti della storia della musica. No, niente di tutto questo. Come gli appassionati delle mie (a volte iconoclastiche) guide all'ascolto sanno, cerco di restare alla larga da questioni extramusicali. Qui siamo di fronte senza ombra di dubbio a una delle più innovative e riuscite opere sonore del XXI secolo; un disco che resterà per sempre e che sarebbe restato e considerato allo stesso modo anche se il suo autore fosse ancora tra noi. Anzi ci si può solo rammaricare di non sapere quale sarebbe stato il seguito. Invece, come spesso accade, molti appassionati lo amano perché “è stato l'ultimo disco del loro beniamino”, magari perdendo (almeno in parte) la capacità di raccontare se e perché sia (stato fin da subito) un'opera innovativa.

 

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Fin dalla scelta dei musicisti si capisce come Bowie volesse intraprendere una strada completamente nuova, coinvolgendo artisti estremamente personali, in gran parte appartenenti all'area dell'avanguardia jazz e crossover newyorkese.

La struttura tripartita della title track è quanto di più inquietante ci si potesse aspettare, con quella sezione «A» ossessivamente strutturata sul quinto modo della scala minore armonica, con richiami tra il flamenco e la musica medio-orientale. La batteria apparentemente disassata, tipica dello stile del geniale Mark Guiliana, contribuisce al senso di smarrimento e alla ricerca di punti fermi. Ad un certo punto il ritmo si dissolve e la voce armonizzata di Bowie ci fa precipitare nell'abisso. Ma ecco che entra la progressione discendente della sezione «B» e tutto temporaneamente sembra schiarirsi in una serie di accordi il cui movimento, per quanto articolato, ci accompagna attraverso percorsi conosciuti e quindi pacificanti. Ma è solo un'area temporanea di sosta. All'improvviso il tutto ripiomba nel buio della sezione «A» che conduce alla conclusione del brano. Il brano termina e noi ci sentiamo più smarriti di prima. Ma non c'è tempo di riprendersi che siamo catapultati nel vortice di "'Tis A Pity She Was A Whore". Straordinaria qui la sovrapposizione di parti di Donny McCaslin, che reincide le parti di sassofono che nella prima versione (pubblicata come singolo nel 2014) erano state suonate dallo stesso Bowie. E il viaggio continua, come in un percorso a ostacoli dove ogni brano è una sorpresa, mentre una coltre sempre più scura ricopre noi e la musica. Si arriva in fondo al disco spossati, ma consci di essere, appunto, di fronte a un capolavoro totale. Se non vi piace non fatevene un problema o una colpa. È come guardare le ultime opere di un grande pittore ormai anziano, dove il segno non è più così preciso, ma la forza espressiva ne trae inevitabilmente vantaggio.

La copertina, soprattutto nella sua versione in vinile, accentua il tutto. La stella intagliata nella busta esterna lascia vedere il disco all'interno, completamente nero anche nella sua etichetta. Nel cospicuo libretto allegato, oltre a qualche foto virata ad un seppia scurissimo, tutte le iscrizioni, simboli, grafiche, testi, credit sono scritti in nero lucido su nero opaco, leggibili solo in determinate condizioni di luci e orientamento. Nella pagina di "Girl Loves Me", il contrario: su di una stella a 20 punte lucida, il testo della canzone in opaco, sovrastato dall'immagine stampata sul celeberrimo "Golden Record" inviato nello spazio con il Voyager.

Buon viaggio! Nello spazio, nel tempo, nell'arte, nella vita e nella morte, con la colonna sonora più incredibile che potesse essere concepita.

 

Enrico Merlin

Enrico Merlin è autore di "Mille dischi per un secolo", pubblicato da "Il Saggiatore", nel quale sono contenute le recensioni di altri tre album di Bowie; le riportiamo qui di seguito, per gentile concessione dell'autore.

 

THE RISE AND THE FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS

Dopo il compatto "Hunky Dory", nel quale recuperava il suono acustico e il formato canzone utilizzando una tecnica che potremmo definire di travestitismo sublimato (con citazioni esplicite di Dylan e Neil Young, ma trasfigurate nella personalità del Duca Bianco), David Bowie si muove nella direzione del concept album.

Nasce così "The Rise and the Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars", le cui registrazioni iniziano il 9 luglio 1971 con "It Ain’t Easy", anche se effettivamente nel vivo del lavoro si entrerà nella seconda settimana di novembre. Il plot è incentrato sugli ultimi cinque anni di vita di un alieno, trascorsi nelle sembianze di una rockstar in ascesa, e del suo conseguente inevitabile declino. Come al solito Bowie suona un’infinità di strumenti e forse in qualcosa avrebbe anche potuto risparmiarsi, come per esempio l’assolo di sassofono in "Soul Love" che rivela un approccio amatoriale ai limiti dell’intollerabile. Malgrado questi piccoli deliri di onnipotenza l’opera è molto ben organizzata e dimostra come Bowie fosse in una splendida fase creativa: sicuramente questo è uno dei picchi della sua carriera. Da un punto di vista compositivo, molte le idee in gioco. A volte gli arrangiamenti sostanziosi finiscono per costituirsi quale elemento distintivo della canzone stessa. In "Soul Love", per esempio, Bowie ravviva l’abusata progressione armonica I-VI-IV-V con una soluzione conclusiva ingegnosa e l’inserimento di alcune battute in 3/4. Interessante l’orchestrazione degli archi, effettuata da Mike Ronson, che negli arrangiamenti si sposa perfettamente con il resto dei timbri dando vita a impasti davvero curiosi. L’assolo di chitarra distorta in "Starman" è in questo senso esemplare. Stesso dicasi per l’uso del clavicembalo, raddoppiato in tracce parallele, che crea un notevole contrasto timbrico e dinamico in "It Ain’t Easy". La versione uscita nel 2002 è completata da un secondo CD contenente versioni alternative e brani precedentemente inediti.

 

ALADDIN SANE

"C’è la Old Wave, c’è la New Wave e c’è David Bowie", questo sarà lo slogan della RCA per l’uscita di "Heroes" nel 1977, in piena era punk.

Ciò che è certo è che gli anni ’70 sono per Bowie un periodo di creatività furiosa. Dopo "Ziggy Stardust", anche "Aladdin Sane" è un concept album, che questa volta narra la storia di un viaggiatore europeo in America. Musicalmente forse meno curato del precedente, gode però di una freschezza superiore, con un misterioso e inspiegabile affossamento della voce nel mix. Un particolare valore aggiunto è costituito dalla presenza del pianista Mike Garson (che già aveva avuto un ruolo fondamentale nel disco "I’m the One" di Annette Peacock), il cui strumento non ha una funzione decorativa, ma anzi è elemento distintivo in diversi brani. In particolare l’esteso assolo nella title track, dove utilizza un linguaggio informale sincretico che include stilemi e paradigmi arraffati da tutta la storia della musica americana, da "Rhapsody in Blue" di Gershwin al tumbao della musica latina, il tutto filtrato attraverso una lente un po’ distorta. Lo stesso approccio Free viene utilizzato nell’introduzione di "Let’s Spend the Night Together". Niente di simile si era mai sentito in un disco di Pop, anche se a Bowie va comunque riconosciuto di aver già iniziato a forzare i confini della tonalità in precedenza. In particolare si era fatta notare la parte finale di "Andy Warhol", nell’album "Hunky Dory", in cui le due chitarre acustiche si sovrapponevano politonalmente in strumming. Gli arrangiamenti sono caratterizzati da una certa multietnicità, che a volte si rivela in una forma di proto-World Music. "Panic in Detroit", basato sulla figura di clave, è corredato da una nutrita sezione percussiva. "Lady Grinning Soul" si colloca tra Messico e nuvole. Un’atmosfera un po’ vaudeville è invece di scena in "The Prettiest Star", sullo stile di certe cose dei Queen. Eclettismo al servizio della personalità, o forse il contrario… Il secondo CD dell’edizione di riferimento contiene brani rari di studio e registrazioni dal vivo.

 

“HEROES”

Le virgolette che incorniciano il titolo in copertina raccontano più di molte parole, al di là anche dei testi delle canzoni. “Heroes” è un altro di quegli album inclassificabili, se non a posteriori nella categoria dei precursori. La straordinaria portata innovativa si manifesta principalmente nel campo dell’elaborazione sonora effettuata in studio, grazie al fondamentale apporto di Brian Eno e Robert Fripp. Arrangiamenti e postproduzione conferiscono a quest’opera un caratteristico colore destinato a diventare un riferimento assoluto nel campo del Pop. La sonorità è particolarmente densa, stratificata all’ammasso, con riprese multimicrofoniche contemporanee dello stesso soggetto/oggetto sonoro e un impiego del riverbero artificiale che anticipa di alcuni anni le mode e gli eccessi degli anni ’80. "Beauty and the Beast" è il perfetto opener, mentre la title track ha la forza dell’inno, pur conservando, al tempo stesso, una grande intimità normalmente avulsa a questo tipo di composizioni/arrangiamenti. Gran parte del merito va accreditato alla voce di Bowie, ma come detto è il sound generale che fa breccia e si imprime indelebilmente nella memoria dell’ascoltatore. Chissà se nella realizzazione ha influito anche l’atmosfera berlinese. Come "Lust for Life" di Iggy Pop, infatti, anche “Heroes” è stato registrato presso lo Studio 2, Hansa by the Wall, di Berlino. "V-2 Schneider" è il tributo strumentale di Bowie a Florian Schneider, uno dei membri fondatori dei Kraftwerk. "Sense of Doubt", di colorazione particolarmente tenebrosa e nebbiosa, è invece costruito in sovraincisione utilizzando le carte delle "strategie oblique" di Brian Eno; il brano, anche questo strumentale come il precedente, entra in dissolvenza incrociata in "Moss Garden", che si stempera in un’atmosfera quasi New Age. La conferma di come Bowie pensasse a un’opera di segno completamente diverso da qualunque cosa del passato è ulteriormente ribadita da "Neuköln", quarto brano strumentale dell’album, in cui il lancinante suono del sassofono (questa volta davvero incisivo) guida all’ultima "canzone"; un quadretto ironico, introdotto magistralmente dalla chitarra di Fripp, che sembra più un bis che non la canzone conclusiva dell’album. La versione rimasterizzata del 1999 è addizionata con contenuti multimediali.

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