Addio a Cesare Romana
Questo infame 2020 si è portato via anche Cesare Romana, per molti anni critico musicale di "Il Giornale". Lo conobbi quando cominciai a lavorare come ufficio stampa: era una persona molto beneducata, molto cortese, esigente quanto imponeva la sua professione ma mai supponente, mai pretenzioso, mai sgarbato (se dico questo di lui, è perché la stessa cosa non si può dire di molti dei suoi colleghi che conobbi quando stavo "dall'altra parte").
Scrive bene Gigio Rancilio, al quale rubo queste parole: "Non solo un uomo perbene, ma un professionista di razza. Uno che non sbagliava mai una parola, che sfuggiva le marchette e non scriveva per compiacere gli artisti o gli uffici stampa".
La sua era una penna elegante, da scrittore - e infatti da scrittore diede alle stampe quello che è tuttora uno dei migliori libri su Fabrizio De André, del quale era, oltre che profondo conoscitore, anche amico personale (e lui lo era davvero, non come tanti che si spacciavano per tali): "Amico fragile", si intitola infatti quel libro. (Nella foto dell'articolo, gentilmente concessa da Bruno Marzi, De André e Cesare Romana sono insieme sul palco del Premio Tenco).
Qui l'articolo di Cesare Romana in morte di De André.
Negli ultimi anni una grave malattia l'aveva allontanato dalle frequentazioni professionali; con molta esitazione l'avevo disturbato, alcuni mesi fa, al telefono, dopo essermi fatto parecchi scrupoli: mi aveva risposto con la sua inconfondibile voce arrochita dalle troppe sigarette. Gli chiesi se fosse disponibile a scambiare qualche parola con un amico che stava scrivendo un libro su "Tutti morimmo a stento", il disco di Fabrizio De André durante la lavorazione del quale Cesare era stato molto presente. Non prolungai quella telefonata perché mi era apparso stanco, affaticato. Lui accettò volentieri la mia richiesta, e credo siano quelle su quel libro le sue ultime parole stampate.
Addio Cesare, è stato un onore conoscerti.
Franco Zanetti