David Bowie, cinque canzoni uscite dopo la sua morte

Il meglio delle (tante) pubblicazioni postume
David Bowie, cinque canzoni uscite dopo la sua morte

Cofanetti, live album, ristampe e nuove raccolte di demo... A conti fatti, sebbene avaro di sorprese eclatanti, il bilancio delle pubblicazioni postume che hanno scandito i primi cinque anni “senza David Bowie” appare decisamente ricco, perlomeno in termini quantitativi. Al punto che per stilare una top 5 delle canzoni da “non perdere” tra tutte quelle che hanno visto (o rivisto) la luce dal 2016 ad oggi, bisogna destreggiarsi in mezzo a decine di pubblicazioni immesse sul mercato dalla Parlophone, muovendosi fra grezze registrazioni casalinghe di un Bowie ancora ventiduenne, incisioni dal vivo più o meno sconosciute e versioni alternative di brani già noti. 

 

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"Space Oddity" (2019 Tony Visconti Mix) 

 

Della sola “Space Oddity”, la prima delle “magnifiche cinque” che vorrei segnalare, ne sono state pubblicate ben undici versioni diverse (fra home demo e registrazioni in studio, BBC radio session e l'immancabile versione italiana con il testo di Mogol).

Sono tutte nel boxset di 5CD “Conversation Piece”, uscito nel 2019 in concomitanza col 50esimo anniversario del singolo e dell'omonimo secondo album di David Bowie. Molte hanno un valore essenzialmente documentale, ma c'è una versione che, a mio giudizio, merita più di un ascolto: ed è quella col nuovo missaggio azzardato da Tony Visconti (il mix 2019 dell'intero album di “Space Oddity”, disponibile sia singolarmente che come parte del boxset “Conversation Piece” che passa al setaccio il periodo 1968-1969). Tutti gli strumenti, dalle chitarre allo stilofono, fino al pianoforte e al mellotron di Rick Wakeman, nonché la voce stessa di Bowie, appaiono più a fuoco, rivitalizzati da una brillantezza sonora che aggiunge spazialità e dettagli inediti alla registrazione originaria. Come tutte le operazioni di makeup postumo non godrà certo dell'approvazione dei puristi, ma, provare per credere, rappresenta una gran bella esperienza per l'udito.


"Conversation Piece" (with John 'Hutch' Hutchinson) (“The Mercury Demos”)

 

Stesso discorso per un altro brano del medesimo periodo, “Conversation piece”, che però fece il suo debutto soltanto nel 1970 (come b-side del singolo “The prettiest star”) e che, “restaurato” da Visconti, trova ora posto nell'edizione 2019 dell'album “Space Oddity”.

Di questa pregevole e meno fortunata composizione di folk acustico, Bowie ne aveva realizzato un'interpretazione vocalmente più matura e distaccata in occasione di “Toy”, il fantomatico album di riletture inedite finito in rete nel 2011, salvo poi inserirla come bonus track nell'edizione deluxe di “Heathen”. Fra tutte le versioni disponibili di “Conversation piece” scelgo però quella, più spartana, registrata nella sua camera da letto nell'aprile del 1969 con l'amico chitarrista John 'Hutch' Hutchinson. È inclusa nell'album “The Mercury Demos”, a sua volta inserito nel boxset “Conversation piece”, e racconta la storia, verosimilmente autobiografica, di un giovane depresso che passa il suo tempo vagando per le vie della città e interrogandosi sul senso della propria esistenza.


"It's gonna be me" (da “Who Can I Be Now? 1974-76”)

 

La terza canzone, in ordine rigorosamente casuale, della mia cinquina postuma è “It's gonna be me”. Estromessa dalla prima edizione dell'album “Young americans” (1975) e inserita poi nella ristampa del 1991, la ritrovate in “Who can I be now?”, il cofanetto del 2016 che documenta la produzione bowiana del periodo 1974-1976. È un brano registrato nell'agosto del 1974 agli studi Sigma Sound di Philadelphia e contiene tutti gli ingredienti della più classica delle soul ballad, esaltati dal piano di Mike Garson e dall'arrangiamento vocale di un maestro del genere, Luther Vandross.


"Wild is the Wind" (da “Glastonbury 2000”)

 

Considerata l'enorme mole di pubblicazioni live (fra ristampe e nuove release ufficiali se ne contano ben 9 nel periodo 2016-2020), non si può, infine, non segnalare anche un paio di valide registrazioni di altrettante esecuzioni dal vivo. La prima riguarda “Wild is the wind”, la cover della famosa ballad di Dimitri Tiomkin e Ned Washington che Bowie incise nel 1975 per “Station to Station”. La versione che Bowie ne dà in occasione del suo trionfale ritorno al Festival di Glastonbury, nel 2000 (concerto documentato dal live album pubblicato nel 2018), è fra le più struggenti mai rese sul palcoscenico. 


"Breaking Glass" (da “Welcome to the Blackout”)

 

È invece la seconda traccia di “Low” (anno di grazia 1977, capitolo uno della trilogia berlinese), l'altra canzone che segnalo in versione dal vivo (lunga quasi il doppio rispetto ai due minuti scarsi dell'originale in studio).

Si tratta di “Breaking glass” ed è presente su “Welcome to the Blackout” (2018), live album che documenta i concerti londinesi all'Earl's Court Arena del 29 giugno e del 1° luglio 1978. La qualità audio è eccellente e per certi versi migliore e più coinvolgente di quella di “Stage”, di cui rappresenta una valida alternativa, fra l'altro più fedele alla scaletta originaria dell'Isolar II World Tour. Nella canzone, così come in tutto il concerto, la voce di Bowie è probabilmente all'apice della sua ricchezza e potenza espressiva. E la band che lo accompagna (i chitarristi Adrian Belew e Carlos Alomar, il basso di George Murray e la batteria di Dennis Davis su tutti) è semplicemente implacabile.  .


Leo Mansueto

Grande esperto del repertorio bowiano, è autore di "L'ultimo dei marziani. David Bowie raccontato dal poprock italiano"

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