Black music, dischi fondamentali: Otis Redding, "Otis Blue" (1965)
Otis Redding
Otis Blue (Volt, 1965)
Quando, all’inizio dei Quaranta, la famiglia Redding si trasferisce a Macon, in Georgia, il primogenito di mamma Fannie Mae non lo sapeva ancora che un giorno il suo nome sarebbe stato accanto a quello dei più grandi. Little Richard era di quelle parti, e anche James Brown ci sarebbe capitato spesso: erano tutti e due così piccoli, e allo stesso tempo così enormi, da farti credere che forse, con un po’ di buona volontà, potevi riuscirci anche tu a diventare uno di loro. A scrollarti di dosso le tristezze di ogni giorno, a entrare nel sogno.
Così il ragazzone iniziava a esibirsi con i gruppetti locali e a corteggiare il concittadino Johnny Jenkins, un chitarrista blues noto sia per la sua aura misteriosa che per le pirotecniche capacità alle sei corde, il quale riesce addirittura a spuntare un contratto con la Atlantic grazie all’intraprendente Phil Walden, molto più di un semplice manager (sulla sua Capricorn Records, non a caso, sono stati scritti libri interi).
Sarà proprio durante una seduta di registrazione programmata per Jenkins negli studi della Stax che l’allampanato Otis, apparentemente nulla più che il tuttofare della band – e, ma solo quando andava bene al capo, anche cantante della suddetta – riesce a incidere un paio di brani a proprio nome. Niente di folgorante, anzi: non fosse che, proprio alla fine, se ne esce con una sua canzone dal titolo "These Arms of Mine", facendo prendere alla nostra storia una piega diversa, più bella e infinitamente più triste. Aveva iniziato a brillare quella che per molti è la stella più grande del soul, la sua espressione più pura ed emozionante.
In questo senso “Otis Blue”, dato alle stampe nel 1965, offre un programma in grado di mostrare, con soli tre originali e un pugno di cover, quanto sia bello piangere tra i capelli di una donna ("I’ve Been Loving You Too Long"), o ballarle accanto
inebriandosi del suo profumo ("My Girl"); guardarsi attorno con occhi nuovi ("Wonderful World"), e prendersi il proprio spazio senza bisogno di diventare cattivi ("Respect"). Quando te lo dice Otis è come sentirlo per la prima volta e, anche se ha avuto troppo poco tempo per ripeterlo, a noi basta appoggiare la puntina sul disco per fare ricominciare la magia ogni volta che vogliamo.
Carlo Babando
Il testo di questo articolo è tratto dal libro "Blackness", di Carlo Babando, pubblicato da Odoya, ed è qui riprodotto per gentile concessione dell'autore e dell'editore.
