Chiedi chi erano gli Eagles

L’ennesimo ritorno di una delle band più odiate/amate di sempre, che continua a fare grande musica (e fa di tutto per stare antipatica)
Chiedi chi erano gli Eagles

Se dovessimo fare una classifica delle band che stanno più antipatiche a chi si atteggia a censore dei gusti musicali, probabilmente sul podio ci sarebbero i Nickelback, i Coldplay e gli Eagles. I Nickelback sono colpevoli di fare una brutta copia di altre cose. I Coldplay di essere troppo pop (sì, c’è ancora chi pensa che sia una colpa). E gli Eagles, beh: sono colpevoli di essere gli Eagles.
Hanno reso famoso uno stile musicale, ma sono ritenuti fastidiosi pure negli Stati Uniti, dove il successo non è una colpa, ma un merito. “Their Greatest Hits (1971–1975)” è uno degli album più venduti di tutti i tempi, hanno scritto classici che hanno definito il suono americano degli anni ’70. Eppure torna sempre alla mente quella scena del grande Lebowski, che ha riassunto alla perfezione l’antipatia nei confronti della band: sono percepiti come la scelta di chi non ha gusto.

Grande musica, pessima storia

Invece, gli Eagles, pur con tutti i difetti del caso, di gusto per la musica ne hanno eccome. E continuano a fare di tutto per cercare di non stare simpatici: è appena uscito un nuovo album dal vivo: grande musica, pessima storia.
Nel 2016 è morto Glenn Frey, uno dei due leader e il principale autore con Don Henley. Quest’ultimo ha prima detto che no, di andare avanti senza il compagno non se ne parlava. Poi ha cambiato idea, e per evitare polemiche ha chiamato il figlio Deacon Frey nella band, anche se praticamente non aveva  mai cantato in pubblico prima. Una scelta controversa, una delle tante - che ci fa dimenticare l’importanza della band nella storia del rock americano.

La contraddizione è parte della band. Gli Eagles sono l’emblema del suono californiano, ma non sono californiani: Glenn Frey è nato in Michigan e Don Henley in Texas. Si sono inseriti nella scena di Los Angeles degli anni ’70 (quella che ha prodotto Neil Young, Joni Mitchell, CSN&Y, Jackson Browne, per intenderci), scrivendo classici come “Tequila sunrise”, “Hotel California”, “Desperado”, “I can’t tell you why”, “The long run”.  Ma più che il “Peaceful easy feeling” e il “Take it easy” di due delle loro canzoni più famose, la loro è stata una “Life in the fast line” e “Take it to the limit” era il loro motto. 

I loro modi arroganti divennero quasi subito proverbiali e si fecero odiare dalla stampa che invece esaltava i loro “concittadini”: nel ’77, quando il gruppo era candidato ai Grammy per il miglior album con “Hotel California”, il loro manager Irving Azoff si rifiutò di farli partecipare alla cerimonia senza la certezza della vincita. Pensò pure di portarli in incognito, tenerli in una stanza e farli uscire solo in caso di consegna del premio. Aveva paura di sottoporli ad ulteriori umiliazioni da parte dei media, avessero perso. Gli Eagles vinsero, ma videro la cerimonia dalla loro sala prove. 

Le contraddizioni del rock

Gli Eagles hanno messo il dito nella piaga delle contraddizioni del rock e continuano a farlo: hanno costruito un immaginario musicale e lo hanno reso accessibile al grande pubblico, anche con metodi spregiudicati. Per questo sono percepiti gruppo “commerciale” (come se poi ci fosse qualcuno che fa musica per non venderla) e considerati poco credibili.

Erano (e sono) attaccati ai soldi e alla fama, come dimostra la loro discutibile reunion dopo la morte di Frey.  Ma la loro storia è costellata di queste storie: quando qualche anno fa Frank Ocean ha riletto “Hotel California” trasformandola in “American wedding”, Henley lo minacciò e insultò perché aveva toccato il suo testo. La canzone non è mai stata messa in commercio: era contenuta nel mixtape “Nostalgia ultra”, e Ocean non ci ha guadagnato un dollaro. Ma quello che per il cantante era un omaggio, per gli Eagles era infrazione del copyright e lesa maestà. “Hotel California”,  la canzone più odiata del gruppo, per la cronaca è uno stupendo racconto della decadenza del sogno californiano.

La band gestita come un'azienda, con assunzioni e licenziamenti

Frey ed Henley hanno fatto e disfatto a loro piacimento la band, quasi sempre per questioni economiche. La reunion non stupisce, così come non stupisce che accanto a Deacon Frey abbiano piazzato Vince Gill, cantautore sessantenne di grande esperienza. A loro due sono affidate le canzoni di Glenn Frey, come se fossero consci che Deacon non possa farcela da solo, e serva soprattutto la presenza del suo cognome.
La storia della band è degna di un romanzo d’appendice: hanno buttato fuori Randy Meisner - il primo bassista, quello di “Take it to the limit” - sostituendolo con Timothy B. Schmit: non reggeva la pressione. Hanno buttato fuori Bernie Leadon perché non suonava abbastanza bene, sostituendolo con Joe Walsh. Quando si sono riformati nel ’94, hanno imposto agli altri di prendere meno soldi, poi hanno buttato fuori Don Felder - l’autore della musica di “Hotel California” - perché si era lamentato.

Nello stupendo documentario del 2012 “The history of the Eagles” Don Felder se ne va dall’intervista quasi in lacrime, quando ricorda quel momento, avvenuto 15 anni prima. Nei titoli di coda si legge: “The Eagles are Glenn Frey, Don Henley, Joe Walsh, Timothy B. Schmit”. Il documentario  per un po' è stato su Netflix, ora si trova in formato fisco. Recuperatelo, ne vale la pena : racconta molto di più della storia degli Eagles. Spiega come funzionano le rock band, nel bene e nel male.

Gli Eagles sono la storia del rock: un grande, enorme repertorio, e metodi sempre discutibili. Non tutto nel rock è rose e fiori, e dietro grandi canzoni si nascondono grandi drammi.
 

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