Vinicio Capossela, il suo primo disco ha 30 anni: un testo di Vinicio

Nel trentennale dell'uscita dell'album di debutto del cantautore, "All'una e trentacinque circa", pubblichiamo un testo (quasi) inedito del cantautore
Vinicio Capossela, il suo primo disco ha 30 anni: un testo di Vinicio

La vita è una catenella di immagini. La vita è una lunga catenella a uncinetto che tessono gli incontri. Non ne siamo visibilmente, visivamente, consapevoli.
Ci affanniamo, soffriamo, suoniamo, viviamo e non sappiamo come cambia il nostro volto. 
Poi c’è qualcuno che si prende la briga di fotografarti la targa, mentre sei tutto intento a passare, a sfrecciare nella notte, e non si sa per quale meta.
Solo andare e andare, come la catapulta.

Ti prendono la targa, le foto segnaletiche, e si fa la radiografia del cammino.
Eravamo a Ispinigoli, in una grotta, cercando di prendere il volto del Minotauro…
Eravamo a San Antonio, Texas, a vedere inclinare il profilo di pertica coi baffi
sottili di Flaco Jiménez…
Eravamo sotto un cactus o sotto un nuraghe, o davanti a una trebbiatrice arrugginita,
sempre a comporre tasselli d’immaginazione, scenografie in cui ognuno vede il suo film.

Le fotografie sono un po’ come il canto delle sirene. Invece che con la voce seducono
con l’immagine (phantasia). Le immagini sono sempre cosa insidiosa.
Diverse religioni le vietano, molte tradizioni le trattano con pregiudizio,
preferendo l’astrazione del pensiero.
Forse perché l’immagine impedisce a volte di immaginare. Il canto delle immagini
ci seduce più direttamente, senza riparo. La seduzione sempre passa dagli occhi…

(“Che cosa è questo, Amore, c’al core entra per gli occhi, per poco spazio dentro
par che cresca? E s’avvien che trabocchi?”, Michelangelo Buonarroti, Rime.)
Così il nostro passato ci seduce con le immagini, astrazioni di un mondo che intanto
è mancato intorno. Ho un’avversione per le fotografie, soprattutto quelle fatte con smartphone.

Forse perché non voglio rimanere fissato nella forma di un istante, quando tutto il fluire
della vita non è altro che molteplicità. Preferisco l’astrazione del pensiero e del ricordo.
Ma a volte immagine e pensiero vengono a fondersi, a coincidere, come in un atterraggio ben riuscito.

Correre nella pioggia con ali di corvo, lambendo le cancellate sotto gli archi della stazione centrale… passare dalla frontiera di Tucson a quella della valle dell’Ofanto…
qualsiasi frontiera tra sogno e fatica di un palcoscenico da concerto, l’intavolato da pubblica esecuzione…

Posare come una farfalla disseccata davanti a un orchestrion dai ricami di panna, in un deposito di strumenti meccanici orfani di padrone, a lato di Mirabilandia…
Trovarsi alla fine del continente americano, alla fine del giorno…

Scuotere campanacci apotropaici a Mamoiada, intruso tra plotoni di Mamuthones…
essere Uomo Vivo nel barocco infuocato di Scicli… 
spandere musica sui sassi atavici dell’isola nuragica, come un Minotauro con gli zoccoli piantati nel Mediterraneo e le corna rivolte al cielo, e intanto spandere l’Agitazione…

Questo è stato il mio cammino, qualche tappa, qualche colica d’immaginazione.
Scomodità, fastidio, euforia…
Sempre 30 centimetri da terra, all’ammasona, come dice il violinista Peppe Matalena…
all’ammasona, come le galline, che lì sopra fanno l’uovo, a 30 cm da terra, su un palcoscenico coperto di cacche. Vorrebbero volare, a volte ci provano… poi subito ricadono a razzolare per terra, che è il loro limite e la loro ambizione.
Quando uno si mette a disposizione, a repentaglio della strada, sempre si trova in faccia con la vecchia antica dea triforme, divinità di incroci e crocicchi…


molti elementi servirebbero a compiere la scelta, ma più spesso si rimane solo attardati all’incrocio, presentando la sconfitta, che sempre la scelta porta.

Quando uno ha per motto “tutto è bene quel che non finisce mai”, il fanatismo della fine porta ad attardarsi dove si è…
Ho sempre dovuto pagare il viaggio due volte, come una specie di pegno a questa divinità
dell’incrocio… pagare, spesso caro, la possibilità di attardarsi…
Pagare caro, la possibilità di essere altrove…
Pagare caro, la possibilità di essere qui adesso.

Forse per questo il crocicchio è sempre stato caro a tutti i blues men… è lì che si apposta il diavolo del crocicchio, si prende l’anima, ma spesso te la paga sottoprezzo e nemmeno diventi il migliore, ma ti arrangi a suonare con i tuoi mediocri demoni, che comunque non ti fanno dormire tranquillo.

Jeff Buckley lo aveva detto… siamo angeli con un’ala sola, per volare abbiamo bisogno di stare abbracciati. Ma spesso quell’ala sola la dobbiamo usare per tenerci alla larga dall’abbraccio, e così finiamo nelle schiere degli angeli caduti…

Il ballo di San Vito è metafora d’inquietudine, è la divinità dei grandi appetiti,
della danza circolare…
Karelias, le sigarette, il tavolo, il rebetis è qualcuno che ha imparato a stare saldamente fermo, a farsi arrivare l’intera odissea fermo a un tavolino di taverna.

Così voglio imparare a stare fermo io, come in Barry Lyndon, ricevere il colpo, da fermi.
Come Manolis Papos, essere pietra, con anima. Così vorrei si compisse la mia evoluzione, dal giro del derviscio, girare sempre più lento fino ad avere la fissità della pietra lucida, che si è pulita di tutto, girando.

Vinicio Capossela

 

Questo testo è stato pubblicato sul libro "Vinic-io", che raccoglie fotografie di Vinicio Capossela scattate da Valerio Spada (una delle quali illustra questa notizia), ed è qui riprodotto per gentile concessione dell'editore Skira.

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