Vinicio Capossela, il suo primo disco ha 30 anni: parla Jimmy Villotti

Nel trentennale dell'uscita dell'album di debutto del cantautore, "All'una e trentacinque circa", i ricordi del chitarrista che suonò nell'album
Vinicio Capossela, il suo primo disco ha 30 anni: parla Jimmy Villotti

Il Jimmy di "Jimmy, ballando" di Paolo Conte è lui: Jimmy Villotti, all'anagrafe Marco Villotti, classe 1944, è uno dei chitarristi più apprezzati da produttori e discografici italiani. Dal '63 in forza ai Meteors, gruppo che verrà chiamato da Gianni Morandi come backing band, poi nei Baci insieme al futuro bassista di Vasco Rossi Claudio Golinelli, negli anni Settanta Villotti fonda, insieme a Fio Zanotti, i Jimmy M.E.C., con in quali inciderà due album. Dopo le prime esperienze come turnista con Augusto Martelli e Andrea Mingardi, a metà anni Settanta, l'artista nel '78 compone l'opera rock "Giulio Cesare", prima di produrre il quarto album degli Skiantos, "Pesissimo!" del 1980, e "Marginal Tango" del collega chitarrista e "musico" gucciniano Flaco Biondini. Oltre che con lo stesso Maestrone, Villotti ha collaborato - nel corso della sua carriera - con Lucio Dalla,  Claudio Lolli, Sergio Endrigo, Ornella Vanoni, Luca Carboni e Stadio, per i quali incide l'intro di chitarra della hit "Grande figlio di puttana". Grande appassionato di jazz, Villotti è titolare di otto pubblicazioni soliste - da "Jimtonic" dell''88 a "Optional? musica Soul Jazz in trio" del 2004, e di una consolidata carriera da scrittore, che l'ha visto pubblicare otto volumi tra l''87 e il 2019. Insieme a Antonio Marangolo ed Ellade Bandini, oltre che alla session di "All'una e trentacinque circa", ha preso parte alle registrazioni di due album di Paolo Conte, l'eponimo disco dell''84 e "Aguaplano" dell''87, accompagnando il maestro astigiano in occasione dei suoi primi concerti parigini.

Ecco la sua testimonianza delle session di registrazione di "All'una e trentacinque circa", raccolta da Rockol in occasione del trentennale della pubblicazione dell'album di debutto di Vinicio Capossela.

"Capossela arrivò in studio con le idee piuttosto chiare: alcune delle canzoni finite nel disco le aveva già suonate dal vivo, sia sotto forma di duo - pianoforte e contrabbasso - che con piccoli gruppi, quindi una bozza di arrangiamento c'era già. Poi con noi, al basso, c'era Enrico Lazzarini, che aveva già suonato con lui. Partendo da queste basi, in studio abbiamo messo a punto un po' di cose".

"Fantini [Renzo, il produttore] volle dare al disco un taglio 'contiano', e ognuno in studio lavorò in questa direzione, soprattutto io e Antonio [Marangolo, al sax, anche lui - come lo stesso Villotti e il batterista Ellade Bandini - intervenuto sia durante le registrazioni di "All'una e trentacinque circa" che in quelle di "Aguaplano" di Paolo Conte del 1987]".

"Registrammo ai Condulmer Studio, ospitati nel complesso di una bellissima villa in provincia di Treviso. Per me fu la prima volta, lì. Le sale non erano proprio nella villa, ma in una struttura presente nell'area della proprietà: era comunque un ambiente molto professionale e attrezzato, per niente improvvisato".

"Un tempo, quando ti chiamavamo a suonare per registrare un disco, ti chiedevano della parti e dei suoni 'alla qualcuno', quindi capitava di doversi portare dietro un po' di chitarre per andare incontro alle richieste. Ma questa non è mai stata la mia filosofia. Se non ricordo male partii per quelle session con un solo strumento, Alex, una chitarra elettrica costruita da Stanzani e Tomassone [celeberrima coppia bolognese di liutai] per un grande negozio di New York: era la mia preferita. I legni venivano lavorati in Italia, poi il tutto veniva spedito negli USA per l'installazione dei pick-up e del logo e, successivamente, rispedito indietro. Allora avevo anche una Gibson, ma sono praticamente sicuro di avere usato lei: era una solid body, mi permetteva di avere un suono anche piuttosto aggressivo. Gli altri dettagli - amplificatori, effetti - sinceramente non li ricordo: dovrei riascoltare il disco, ma quando registro qualcosa, anche di mio, poi non lo riascolto mai. Non sono un grande cultore del passato: quando chiudo una pagina, la chiudo definitivamente".

"Parlando con Antonio [Marangolo] sottolineammo subito l'originalità delle composizioni e della voce: furono quelle le due cose che ci colpirono per prime. Poi il fatto che Vinicio fosse stato scelto da Fantini... La storia di come lo scoprì è divertente. Allora negli uffici dei manager arrivanano i demo in cassetta, e Renzo [Fantini] in ufficio ne aveva uno scatolone pieno. Un giorno si trovò a dover fare un viaggio piuttosto lungo, in auto, e ne prese una a caso dallo scatolone per ascoltarla mentre era alla guida. Era quella di Vinicio. Appena tornato chiede ai suoi collaboratori: 'Trovatemi questo Capossela...'".

"Le session durarono circa 10 o 15 giorni. Di solito finivamo le incisioni prima di cena, poi andavamo a mangiare ed eventualmente, prima di andare a dormire, finivamo di mettere a punto qualcosa. Ricordo che spessissimo, da mezzanotte alle cinque di mattina, rimanevo sveglio a parlare con Vinicio: lo rincuoravo, perché era molto titubante e dubbioso verso le sue canzoni. Gli dicevo: 'Guarda che dentro il geniaccio ce l'hai, ce l'hai lo 'spiritello'', facendogli capire che il suo lavoro, sicuramente, avrebbe attirato l'attenzione che meritava".

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