Santana, “Abraxas” compie 50 anni

Il chitarrista, il cantante Gregg Rolie e il batterista Mike Shrieve raccontano un album epocale.
Santana, “Abraxas” compie 50 anni

Alex Henderson ha scritto su Allmusic.com, nel 2015:
"Un album eclettico come ‘Abraxas’ dei Santana potrebbe essere considerato come il peggior incubo per un dirigente di marketing. Ma all'alba degli anni '70, questo mix poco ortodosso di rock, jazz, salsa e blues si rivelò abbastanza riuscito.
Ci sono pochissimi chitarristi il cui suono è così distinto, così unico di per sé, che basta ascoltare solo pochi istanti della loro musica e sapere esattamente di chi si tratta. Carlos Santana è uno di quei pochi eletti. La sua passione per la musica, il suo credere nel potere e nella magia di essa trascendono sia le differenze culturali che i generi musicali. La formazione originale dei Santana è stata uno degli ultimi gruppi ad emergere dalla scena musicale di San Francisco della fine degli anni '60, ma per molti versi Santana era la band più influente di tutte. È stato Santana a introdurre i ritmi africani e latini nel rock mainstream. È stato Santana ad aprire la strada al movimento fusion jazz rock della metà degli anni '70. L'album di maggior successo della band nel ventesimo secolo è stato il loro secondo disco, ‘Abraxas’. È uscito nel settembre del 1970 e presto ha raggiunto la posizione numero uno delle classifiche degli album, dove è rimasto per sei settimane consecutive. ‘Abraxas’ è stato nominato album dell'anno del 1970 da numerose testate. Ma per Carlos Santana fare musica non ha mai riguardato la posizione in classifica o le vendite di dischi. Per Carlos, la musica è quasi una ricerca spirituale, un’ espressione di sentimenti troppo profondi e intensi per le parole. ‘Suonare musica’, dice Carlos Santana, ‘è come pregare’.”

“Abraxas” compie oggi 50 anni dall’uscita. Per celebrarla, oltre a riproporvi la nostra recensione, che trovate qui, abbiamo tratto, da un’intervista rilasciata a “In the studio with Redbeard”, alcune dichiarazioni del chitarrista e di Michael Shrieve e Gregg Rolie, intervallandole con brani di “Abraxas”.

Carlos Santana: “Mia madre radunò tutta la famiglia e ci trasferimmo a Tijuana nel 1955, e lo fece perché aveva l’abitudine di a vedere film americani e pensava che Mexicali e Tijuana fossero come gli Stati Uniti. Voleva solo andare sul confine. E poi, una volta arrivati a Tijuana, abbiamo vissuto lì dal 1955 al 1961. Poi ha scoperto cosa stava realmente accadendo e ha deciso di portarci a San Francisco.
Non credo che mia madre abbia mai trascorso del tempo a Los Angeles. Ma, anche allora, non voleva mai andarci, voleva solo andare direttamente a San Francisco. A San Francisco ho sentito per la prima volta una canzone di Tito Puente, ‘Oye como va’”.

Carlos Santana: “Sono entrato in contatto con Gregg Rolie quando ho suonato al Fillmore. Quello che è successo è stato che il mio manager Stan Marcum ha chiesto a Bill Graham se mi lasciava suonare. Stavano facendo una jam session perché Paul Butterfield era troppo fuori per suonare - presumo che avesse preso l’LSD. Bill ha risposto: ‘Non saprei, vai a chiedere a Michael Bloomfield’. Stan ha chiesto a Michael Bloomfield, Michael ha risposto: ‘Fai pure, ecco la mia chitarra, suonala’. Cosi ho suonato, e Bill mi ha ascoltato.
Anche un’altra persona mi ha sentito: il suo nome era Tom Fraser, e lui è venuto a cercarmi, mi ha trovato che stavo lavorando come lavapiatti in un ristorante. Mi ha detto: ‘Pensi di poter venire con me a Palo Alto per una jam session? Devi sentire Gregg, abbiamo una band insieme. Vieni e dai un’occhiata.”

Michael Shrieve: “Abbiamo messo su il gruppo nel 1966, con Carlos, Gregg, poi si è unito a noi José Chepito Areas. Alla fine degli anni '60 San Francisco era il luogo ideale per la sperimentazione musicale. L'intera situazione era matura per un sacco di generi diversi di musica. Ed era il momento perfetto e il posto perfetto in cui potevi essere. Lo era davvero, ed è stato incoraggiante.
Quei ragazzi suonavano musica diversa e sembravano essere su una frequenza diversa rispetto al resto della scena”.



Gregg Rolie: “Sapevamo di essere diversi, ed è quello che abbiamo scelto di essere. Suonavamo la musica che ci veniva in mente e quello che sentivamo, e sapevamo che non stavamo cercando di essere una band di San Francisco. Voglio dire, non era quello il gioco. Suonavamo quello che suonavamo.
Quello che stavamo cercando di fare era superare ogni limite culturale, e fare in modo che funzionasse. Ma non ci pensavamo, non era pianificato. Si trattava di suonare o non suonare. E ripensandoci ora, abbiamo davvero realizzato molto”.

Michael Shrieve: “Siamo stati in tour per un mese, o giù di lì, prima di Woodstock. Suonavamo in molti festival. C'erano parecchi gruppi che viaggiavano e suonavano a questi festival come un gruppo di zingari. E Bill Graham è riuscito a convincere gli organizzatori a darci una possibilità. Penso che ci pagarono 500 dollari, o qualcosa del genere.
La band era già popolare sulla costa occidentale e stavamo iniziando a suonare in giro per il Paese e ottenere qualche riconoscimento in più. Ma Woodstock, ovviamente, ci ha aiutati”.

Santana: “‘Samba pa ti’ è nata a New York City, una domenica pomeriggio. Eravamo appena tornati dall'Europa dopo il nostro primo tour europeo, abbiamo suonato ad Amsterdam, a un grande festival. Mi stavo ancora riprendendo dal jet lag e mi sentivo un po' stordito, così sono andato ad aprire la finestra per respirare un po' d'aria fresca. Quando ho aperto la finestra ho visto quest'uomo per strada. Era ubriaco, e aveva un sassofono in mano e una bottiglia di liquore nella tasca posteriore dei pantaloni. Continuavo a guardarlo perché continuava a lottare con se stesso, non riusciva a decidere cosa mettere in bocca prima: il sassofono o la bottiglia. E ho sentito subito la canzone, la melodia”.

Gregg Rolie: “‘Black magic woman’ è stata scritta da Peter Green dei Fleetwood Mac, e adoravo quella canzone. La cantavo spesso a casa. E sapevo di poterla cantare bene, e ne amavo gli accordi, e ho pensato che fosse una grande canzone per i Santana. Mi ci è voluto circa un anno prima di riuscire finalmente a suonare questo pezzo. Un giorno, durante un sound check, lo abbiamo suonato - di nuovo, perché ho continuato a suonarlo. Quello che succede di solito nei soundcheck è che chi attacca per primo a provare, suona qualcosa che poi tutti suonano. Così ci riscaldiamo. Beh, una volta ho suonato ‘Black magic woman’. Carlos ha chiesto: “Cos’è? È davvero forte".



Santana: “La copertina dell'album fa riferimento all'annunciazione dell'Angelo Gabriele a Maria. Nella copertina Maria è la donna nera al centro dell’immagine e Gabriele è l'angelo con una conga tra le gambe.
Ciò che questo album ha fatto per noi è stato darci la credibilità di poter essere accostati ai Rolling Stones, ai Beatles, a Jimi Hendrix, ai Cream, ai Led Zeppelin. Facciamo quello che facciamo perché amiamo la passione per l'eccellenza. La migliore eccellenza per me è quando continuiamo a dire che amiamo l'eleganza di Duke Ellington e Nat King Cole, e amiamo il funky di James Brown, amiamo l’autenticità di Marvin Gaye, amiamo l'universalità di Bob Dylan e Bob Marley. I Santana, che uniscono Tito Puente con B.B. King, sono come dei bambini che condividono lo stesso palco con tutti questi incredibili musicisti”.

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