Rolling Stones, da "Exile on Main St." a "Goats Head Soup"

Il disco del 1973 esce oggi in un box da collezione
Rolling Stones, da "Exile on Main St." a "Goats Head Soup"

Esce oggi, come già anticipato, l'edizione speciale in cofanetto di "Goats Head Soup" dei Rolling Stones (qui ne parlano Mick Jagger e Keith Richards).
Ecco la storia del disco, raccontata per Rockol da Matteo Palombi.

I Rolling Stones erano tornati in studio dopo il devastante tour dell’estate 1972: quello successivo a una delle più gravi crisi di astinenza di Richards, quello – per il fotografo Robert Frank - del “non uscire mai dall’albergo, mai sapere neanche in che città ci si trovi”; quello poi famoso come il “Cocaine and Tequila Sunrise tour”.  La “zuppa di teste di capra” che dà titolo all’album, e che inizialmente sarebbe dovuta finire sulla copertina in luogo del volto di Jagger alla Katharine Hepburn in “La regina d’Africa”, proviene da un piatto tipico della cucina giamaicana. Dopo mesi di latitanza, gli Stones si erano ritrovati in Giamaica nel novembre 1972, spinti ancora dall’esilio fiscale, aggravato ora dalle accuse di spaccio pendentisul capo di Richards. Alle notti sbagliate nella fastosa villa di Nellcôte – che al precedente "Exile on Main St." era stata il luogo di nascita – si sostituivano studi di registrazione sorvegliati da guardie armate e pareti forate da proiettili; mentre le celebri colazioni da ricche rockstar sulla Costa Azzurra avevano lasciato spazio a zuppe di testa di capra nel torrido caldo di Kingston. 
La Svizzera in cui era nata la bellissima "Angie" calzava troppo stretta alla band, così come la ricusata idea di vivere un “cold cold winter” cantata nella penultima traccia dell’album ("Winter") scritta nei mesi precedenti alla partenza. Non sarebbe stato il calore della California, agognato in quei versi, ad accogliere gli Stones nella capitale giamaicana. A una città strabordante di criminalità come Kingston si legavano quel destino oscuro, quella nera ombra mortifera che penetrava la carne e le vite degli Stones e dei loro congiunti, e che non li aveva mollati neanche questa volta. In una di quelle aride giornate giamaicane Astrid Lundstrom, partner di Bill Wyman, si accorse dell’irruzione di uno sconosciuto nelle sue stanze d’albergo. L’uomo, armato, e costrinse Wyman a sdraiarsi a terra, sotto il letto, imponendogli di assistere alla violenza ai danni della donna.
Pur restando in Giamaica, la presenza di Wyman nell’album sarebbe stata ridotta al minimo, suonando in sole tre canzoni: "Angie", "Winter" e "Star Star". Anche le figurazioni femminili nelle tracce – per caso o no –  sembrerebbero avere a che fare con il truce episodio: donne lontane come in "100 Years Ago", "Coming Down Again" e "Angie"; la bambina morta di overdose di "Heartbreaker"; i rapporti con prostitute di cui non si conosce neanche il nome in "Silver Train"; groupies – termine spesso attribuito, per ironia della sorte, allo stesso Wyman – interessate alla sola notorietà del famoso di turno, come in "Starfucker" (oggi nota come "Star Star"). 
Il consueto repertorio di eccessi e cliché? Forse sì, o forse "Goats Head Soup" è stato l’album maggiormente esasperato da quel vissuto, così come dalla dipendenza da alcol ed eroina dei vari componenti del gruppo. Se Richards era un habitué di tali abusi, il grande produttore Jimmy Miller non sarebbe uscito illeso dalle registrazioni di questa sua ultima fatica con la band. Racconti leggendari narrano delle svastiche da lui incise sui mixer di registrazione, così come del suo apporto, ridotto a rari ma fondamentali momenti di lucidità. Il fonico Andy Johns avrebbe lasciato la band pochi mesi dopo le sessioni giamaicane: giusto in tempo per sapere della morte per overdose dell’amico Gram Parsons. Lo storico sassofonista Bobby Keys, invece, non sarebbe tornato a suonare con gli Stones prima del 1980: Jagger lo aveva espulso a seguito del suo rifiuto di suonare, per fare il bagno in una vasca di champagne. Ma "Goats Head Soup" è anche l’ultimo lavoro in cui ascoltare pienamente il contributo di Mick Taylor, che, anche lui dipendente da eroina, avrebbe ceduto il passo a Ron Wood già nel corso di alcune registrazioni per "It’s Only Rock N’ Roll". Il chitarrista soffriva eccessivamente il confronto con i Glimmer Twins: la già citata "Winter" era stata scritta dal frontman con lo stesso Taylor, che però era stato escluso dai crediti. Inoltre, Taylor si era visto scartate alcune delle sue tracce preferite, come "Criss Cross", pubblicata solo di recente.
"Goats Head Soup" nasce e si sviluppa in queste condizioni, tra un’assenza e un’altra, tra il tentativo di costruire un album maggiormente ragionato da parte di Mick Jagger e il costante scontrarsi con la realtà dei fatti. Per dirla con le parole di Richards: “Mick tirava avanti, io invece tiravo roba”.
Del resto, "Exile on Main St." non era mai stato digerito dal cantante, in parte per via del suo scarso controllo sulla band ai tempi dell’esilio francese, in parte per la natura di doppio album che tanto aveva spaventato i discografici per la sua vendibilità. È con queste parole che il frontman si esprimeva nei confronti di "Goats Head Soup": “Non è tanto vago come l’altro album, che durava troppo ed aveva alcune cose che non mi piacevano. È più ragionato. È stato registrato un po’ ovunque e per due o tre mesi. Le tracce sono molto più varie rispetto al predecessore. Non volevo che fosse soltanto un mucchio di canzoni rock”. 
Tutto vero, se si considera il numero di tracce scartate e riprese soltanto anni dopo: "Waiting on a Friend", "Through the Lonely Nights", "Short and Curlies", eccetera. Tanto vero se si pensa che una delle canzoni più riuscite, "Silver Train", era stata suonata live da Johnny Winter prima che la band la pubblicasse, reputandola soltanto uno dei tanti outtakes degli Stones.  "Silver Train", nata anni prima della pubblicazione, nel 1970, risente ancora molto del sound di "Exile". La stessa "100 Years Ago" doveva risalire addirittura al 1969, dato non da poco se si pensa che la “Mary” presente nel testo possa essere Marianne Faithfull, la cui relazione con Jagger nel 1973 era ormai acqua passata. Questo potrebbe smentire la teoria che vedrebbe tra le righe di "Angie", accanto alle altre – Angie Dickinson, Angela Barnett (ex moglie di Bowie), Dandelion Angela Richards (figlia di Richards e Pallenberg) o l’eroina fatta donna – un nuovo riferimento alla Faithfull. 
"Goats Head Soup", in generale, sa regalare grandi ascolti con le sue ballad, ma è proprio "Angie" ad avverare l’ennesimo aforisma del vangelo secondo Richards, ovvero: “per scrivere grandi pezzi rock devi saper scrivere grandi ballate”. Si tratta dell’esempio perfetto di “canzone ragionata” che Jagger stava cercando per l'album.  La Atlantic Records si aspettava una seconda "Brown Sugar", ma gli Stones proponevano un pezzo lento, sdolcinato, con tanto di violini, che sarebbe valso bocciature autorevoli come quella di Nick Kent. In realtà, era un successo pronto a scalare le classifiche e a far ascoltare la band anche a un pubblico poco avvezzo alle sue sonorità sguaiate. 
Al proposito di Jagger di ragionare maggiormente sull’album non corrispondeva, tuttavia, un metodo di lavoro ortodosso praticato dal resto della truppa. La band si forzava di stare negli studi noleggiati a Kingston pur annegando nella pigrizia e nell’eroina, con esiti talvolta imbarazzanti. "Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker)", ad esempio, era stata registrata completamente fuori accordatura e, invece di reincidere la base di clavinet e chitarre, totalmente stonata, Richards si ostinava per ore a cercare di accordare il basso nella medesima “stonatura” delle registrazioni precedenti. Il chitarrista soleva puntare il dito contro l’eccesso di contaminazioni musicali apportate allo “Stones Sound” da nuovi musicisti, come i ghanesi Rebop Kwaku Banu e Nicolas Pascal Raicevic; ma soprattutto contro la personalità musicale di Billy Preston. Il grande tastierista avrebbe imposto la sua disciplina e il suo sound su quello degli Stones, al punto da meritarsi una minaccia con mano armata (letteralmente) dallo stesso Richards: “non è: Billy Preston e i Rolling Stones, tu sei il tastierista dei Rolling Stones”, gli avrebbe detto. In effetti, la distanza tra la babele di suoni di "Exile" e il nuovo lavoro è facilmente misurabile in pezzi come "Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker)", dominato proprio dal percussivo clavinet di Preston, dalle aperture world di "Can You Hear the Music?", così come dal funkettone iniziale di "Dancing With Mr. D.". 
Proprio questa canzone, che richiama un immaginario alla "Sympathy for the Devil", è forse una delle ultime tracce di Jagger & Co. ad assorbire quell’aura mefistofelica, quell’odore di morte che pervadeva l’intera carriera degli Stones fino al 1973. "Goats Heads Soup" è l’album che lancerà la band, già dal successivo "It’s Only Rock n’ Roll", verso quella dimensione più giocosa, quasi giullaresca e beffarda, che la accompagnerà fino ai giorni nostri. 
Quella band che proprio tra il 1972 e il 1973 sembrava poter esistere solo se spinta al limite estremo dell’esistenza stessa. Per dirla con le parole dell’intima confessione di "Coming Down Again": “She was dying to survive”. Morire per sopravvivere, un ossimoro per il senso comune - ma forse è il senso comune ad essere un ossimoro accanto ai Rolling Stones. 

Matteo Palombi

Matteo Palombi è l'autore del libro "The Wall - No adulation", che Rockol ha recensito qui.

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