Elvis Presley: graffiti sulle mura di Graceland inneggianti al movimento Black Lives Matter

La protesta sociale varca i cancelli della storica residenza del Re del Rock a Memphis: episodio dimostrativo o tentativo di screditare il movimento contro la discriminazione?
Elvis Presley: graffiti sulle mura di Graceland inneggianti al movimento Black Lives Matter

La scoperta è stata fatta nella mattina di ieri, primo settembre, dal personale addetto all'accoglienza dei turisti di Graceland, la leggendaria tenuta di Memphis dove Elvis Presley passò l'ultima parte della sua vita e dove ancora oggi riposano le sue spoglie: sulle mura della magione in stile coloniale - la seconda residenza storica degli Stati Uniti più visitata dopo la Casa Bianca, con oltre 650mila turisti accolti ogni anno - sono apparse scritte in supporto al movimento Black Lives Matter. Secondo quanto riferito da diverse testate locale, tra i messaggi lasciati da ignoti sulle mura dell'edificio ci sono "No Justice, No Peace" ("Niente giustizia, niente pace"), "Defund MPD" ("Togliete fondi alla polizia di Memphis") e "Fuck Trump".

E non è tutto: messaggi molto simili - tra gli altri, "Give Our City Back" ("Dateci indietro la nostra città"), "Defund MPD" e altri riferimenti osceni al sindaco della città, il democratico Jim Strickland, e al presidente degli Stati Uniti - nelle stesse ore sono stati trovati anche presso la Levitt Shell, venue all'aperto sita nell'Overton Park, a Memphis, presso la quale il defunto Re del Rock tenne - nel 1954 - il suo primo concerto a pagamento.

Al momento né i gestori di Graceland né quelli del Levitt Shell hanno commentato l'accaduto: la polizia cittadina ha accolto le denunce delle parti danneggiate ma non ha annunciato pubblicamente eventuali sviluppi nelle indagini - complicate, nel caso del Levitt Shell, dalla totale assenza di telecamere di sorveglianza.

Pur popolarissimo ancora oggi, la figura di Elvis Presley rappresenta ancora un nodo irrisolto nella storia della musica popolare americana, specie per la comunità afroamericana. Più volte accusato di essersi indebitamente appropriato della musica nera per raggiungere il successo, l'artista, dopo la sua morte, è stato più volte oggetto di critiche più o meno aspre da parte degli artisti neri: se il verso di "Fight the Power" dei Public Enemy - tra l'altro tornati alla ribalta negli ultimi giorni con una nuova versione del brano pubblicato in origine nel 1989 - la dice lunga sulla considerazione della comunità afroamericana nei confronti del King ("Elvis è stato un eroe per molti / ma non ha mai significato un cazzo per me / era un razzista bastardo, chiaro e tondo / fanculo a lui e a John Wayne / perché sono nero e ne sono orgoglioso"), più di recente una lettera inedita di Michael Jackson scritta dallo scomparso Re del Pop nel 1987 ha fatto affiorare un tipo di sensibilità - nei confronti di Presley e di altre figure di spicco musicali bianche - propria di frange più moderate dell'opinione pubblica afroamericana. "Hanno detto che Elvis era il Re del Rock, che Bruce Springsteen è il Boss e che i Beatles erano i migliori", scriveva Jackson: "Certo, quei ragazzi erano bravi, ma non erano più bravi dei musicisti e dei ballerini neri. Io non ho pregiudizi. Ma credo che i tempi siano maturi per il primo, grande Re nero. Il mio obbiettivo è diventare estremamente grande, potente. Voglio diventare un eroe, per mettere fine ai pregiudizi".

La tesi dell'azione dimostrativa di aderenti del movimento Black Lives Matter è però rigettata da London Lamar, rappresentante democratica al parlamento del Tennessee: "Sono pronta a scommettere che a scrivere quelle cose siano stati individui interessati solo a mettere in cattiva luce il movimento", ha spiegato la politica sul proprio canale Twitter ufficiale, ipotizzando che l'azione sia stata una messa in scena funzionale solo a screditare le proteste, "Non credete che siano stati gli attivisti. Non sono stati loro. Sappiamo tutti chi, là fuori, è interessato a farci sembrare cattivi".

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