Quando tutti credettero che Gianluca Grignani fosse morto

"Le uniche pere che mi faccio sono quelle di Nutella", dirà lui, tornando sulle scene con un album spiazzante.
Quando tutti credettero che Gianluca Grignani fosse morto

La leggenda metropolitana prese piede quando il cantautore milanese fece perdere all'improvviso le sue tracce, subito dopo il clamoroso boom. L'esordio nel '94 con "La mia storia tra le dita", la partecipazione al Festival di Sanremo 1995 - tra le Nuove Proposte di Pippo Baudo, quell'anno conduttore e direttore artistico - con "Destinazione paradiso", sesto posto in classifica (vinsero i Neri per Caso con "Le ragazze", secondo Massimo Di Cataldo con "Che sarà di me", terzo Gigi Finizio con "Lo specchio dei pensieri").

Il successo dell'omonimo album, che grazie a una manciata di ballate da rocker tenebroso e maledetto, come "Falco a metà", "Una donna così", "Ci vuoi tornare con me", oltre alle stesse "La mia storia tra le dita" e "Destinazione paradiso", rese Gianluca Grignani - all'epoca 23enne (nella giornata di oggi, 7 aprile 2021, compie invece 49 anni - l'idolo indiscusso delle ragazzine alla metà degli anni '90. I bagni di folla, gli autografi, i servizi fotografici per le riviste di tendenza, i Festivalbar, i Telegatti, la benedizione di Vasco (che di lui disse: "Il ragazzo secondo me è bravo e avrà un futuro"). Le migliaia di copie vendute non solo in Italia ma anche in Sud America (dell'album di debutto fu incisa anche una versione in lingua spagnola). Poi, proprio sul più bello, Grignani sparì.

Una quindicina d'anni prima che la rivoluzione dei social cambiasse per sempre il rapporto tra artisti e fan e che l'uso forsennato di Facebook, Twitter, Instagram e dintorni da parte dei primi squarciasse il velo di mistero che aveva sempre rappresentato la linea di demarcazione tra pubblico e privato, non farsi vedere più in giro significava sparire davvero. E sparendo davvero si rischiava, talvolta, di dar vita a leggende - in alcuni casi popolari, altre volte inventate dagli artisti stessi e dai loro collaboratori per mantenere vivo l'interesse - bizzarre. Come quando tutti credettero che Gianluca Grignani fosse morto, appunto. "Vuoi vedere che non ha retto il peso psicologico del successo e dell'ansia da prestazione e l'ha fatta finita, magari iniettandosi una dose letale di stupefacenti, in puro stile rockstar?", fu la versione che circolò all'epoca.

Gianluca Grignani, d'altronde, aveva cominciato a mostrare una certa insofferenza nei confronti delle grandi platee già nel bel mezzo della promozione del suo disco d'esordio, rendendosi protagonista di alcuni controversi episodi (come l'esibizione alla tappa finale del Festivalbar 1995, ad Ascoli Piceno, sulle note di "Falco a metà").

Le voci diventarono via via più insistenti: alcune lo volevano morto per overdose e ritrovato per strada a Milano, tra i cassonetti; altre lo volevano ancora vivo, ma ormai fuori di testa (e intanto i numeri di "Destinazione paradiso" continuavano a crescere: in Italia vennero raggiunte le 700mila copie vendute, in Sud America si sfiorò il milione). Era tutto falso, chiaramente. Mentre là fuori le riviste e i giornali riportavano quei singolari rumors, Grignani - che stava benissimo - in studio di registrazione preparava il suo secondo album, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto aiutarlo a togliersi di dosso i panni dell'idolo delle ragazzine e indossare quelli del rocker spericolato: una reazione al successo di "Destinazione paradiso", alla fama e alla popolarità, alle ragazzine urlanti, agli autografi e ai sorrisi finti mostrati agli obiettivi dei fotografi durante i servizi per le riviste.

Le uniche pere che mi faccio sono quelle di Nutella.

"La fabbrica di plastica", questo il titolo del disco, uscì pochi mesi dopo, nel maggio del 1996, e centrò appieno l'obiettivo: messo da parte il rock melodico delle canzoni degli esordi, nel suo nuovo lavoro il cantautore lombardo si concentrò su sonorità più taglienti e spigolose, tra riverberi, feedback, effetti di voce filtrata e ritmiche isteriche.

Fu concedendo alcune interviste ai quotidiani che tornò a farsi vivo, mettendo a tacere le macabre voci sulla morte per overdose ("Le uniche pere che mi faccio sono quelle di Nutella", commentò a "Sette") e spiegando le ragioni della pausa. Puntando il dito contro lo star system: "Mi dispiace deludervi, sono vivo. Non m'interessa fare l'antidivo, non voglio vendere l'immagine del ribelle. Cerco solo di non espormi, siete voi che trasformate le cose, è il circo dell'informazione e dell'industria discografica, al quale davvero cerco di sfuggire. Ma non sono cambiato, sono solo cresciuto, ho soltanto avuto, questa volta, l'occasione di fare esattamente quello che volevo", disse a La Repubblica. Lo ribadì anche nella canzone che diede il titolo al disco: "Io vengo dalla fabbrica di plastica / dove mi hanno ben confezionato / ma non sono esattamente uscito / un prodotto ben plastificato". "Sfido chiunque ad affermare che non gli piace il successo, ma sono abbastanza lucido per capire che è un'idiozia. La mattina mi guardo allo specchio e mi chiedo chi sono, non mi monto la testa. Ho la mia musica, godo quando sono sul palco, sono egocentrico, ho bisogno di fare quello che faccio. E fin quando ci riesco va bene. Il resto è molto bello, ma lo so, è di plastica.".

Non m'interessa fare l'antidivo, non voglio vendere l'immagine del ribelle. Cerco solo di non espormi, siete voi che trasformate le cose, è il circo dell'informazione e dell'industria discografica, al quale davvero cerco di sfuggire.

Il disco, a livello di numeri, rispetto al precedente fu un flop. Ad oggi è considerato una sorta di punto di non ritorno della carriera di Grignani, che negli anni ha più volte provato a tornare ai fasti di "Destinazione paradiso", talvolta riuscendoci ("L'aiuola" lo rilanciò nel 2002, poi arrivarono "Liberi di sognare", "Cammina nel sole", l'album del 2010 "Romantico rock show"), talvolta no.

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