Essere Alex Britti, vent'anni dopo, tra Hendrix, la trap e l'ItPop

La Dark Polo Gang, il duetto con Salmo, il blues, il pop, le chitarre, il successo degli esordi e le liti con i discografici: una lunga chiacchierata con il cantautore romano, che torna sui palchi dopo lo stop forzato.
Essere Alex Britti, vent'anni dopo, tra Hendrix, la trap e l'ItPop
Credits: Fabrizio Cestari

Finché si ride e si scherza va bene tutto, anche prendersi in giro scimmiottando la Dark Polo Gang e duettando con Salmo, esponente di punta di un mondo - il rap - lontanissimo dal suo, tra blues, jazz, vasche e settemila caffè ("Brittish"). Poi però arriva il momento di fare sul serio. E non ce n'è per nessuno. Il cantautore romano lo ha dimostrato - come se ce ne fosse bisogno - anche con la sua esibizione all'edizione "alternativa" del Concerto del Primo Maggio: da solo, di notte, con un muro di amplificatori alle sue spalle, ha tagliato l'aria e il silenzio di una suggestiva Piazza San Giovanni completamente deserta suonando con la sua chitarra elettrica "Hey Joe" di Jimi Hendrix. "Oggi le sei corde non vanno più di moda, nelle radio sono bannate e chi le inserisce nelle canzoni non usa chitarre vere, ma software che ne riproducono il suono. Io lavoro ancora vecchio stile. Ho una mentalità analogica e mi piace il suono vero, autentico", racconta, con tono e sguardo fiero, durante durante una pausa dalle prove dei concerti che a partire da questo sabato, 18 luglio, alla Cavea dell'Auditorium Parco della Musica di Roma lo vedranno tornare sui palchi (tra i primi appuntamenti annunciati, quelli del 29/7 Grado e del 31/7 a Pistoia).

Tu e la chitarra siete inseparabili.
"Ho passato la quarantena ad esercitarmi con le tante chitarre che ho in casa, dando anche lezioni virtuali sui social (per raccogliere fondi per l'ospedale Niguarda di Milano, ndr). Suonare da soli è un bel passatempo, ma farlo insieme è tutt'altra cosa".

Com'è stato ritrovarsi in sala con la band, dopo questi mesi di stop forzato?
"Bello ed emozionante. Avevamo tutti una gran voglia di ricominciare a suonare insieme, anche per esorcizzare le tensioni di questo periodo difficile. Quando, guardandomi intorno, ho capito che con l'allentamento delle misure restrittive era possibile tornare in concerto, ho voluto fare la mia parte per aiutare le tante persone che lavorano con me sul palco e dietro. Non parlo solo della band, che considero la mia seconda famiglia, ma anche dei tecnici, dei fonici, dei roadies e di tutte le altre figure coinvolte nei miei tour. Sul palco saremo in sei: oltre a me ci saranno Matteo Pezzolet al basso, Davide Savarese alla batteria, Benjamin Ventura alle tastiere, Cassandra De Rosa e Oumy N'diaye ai cori".

Un concerto più pop o più blues?
"Ci sarà spazio per l'una e per l'altra cosa. Negli ultimi tempi ho cercato di dare una sterzata sonora alla mia musica. A me piace il blues. Ma l'ho ripetuto così tante volte che ho finito per annoiare chi mi segue. Il fatto è che chi fa blues oggi, lo fa con atteggiamento conservatore. Invece Muddy Waters all'epoca era un innovatore. Allora mi sono detto: 'Voglio continuare a blues, ma con sonorità attuali'".

Così hai iniziato a flirtare con la trap.
"'Brittish' era un divertissement. Non una parodia del genere, ma di me stesso: 'Sono partito dal blues / ho fatto amicizia col pop / settemila caffè nella vasca, guardami al top'".

Non hai paura di essere accusato di giovanilismo?
"Le novità mi stimolano e mi incuriosiscono. E penso che i dischi della Dark Polo Gang siano una ventata di freschezza, mi mettono allegria. Sono un onnivoro. Travis Scott, Childish Gambino: io la musica la cerco, non la subisco. E il pop italiano non lo ascolto più".

Di cosa parliamo quando parliamo di pop italiano?
"Intendo il pop italiano in generale. Oggi c'è chi si ispira agli Anni '80, chi si rifà agli Anni '90. Il problema è che spesso si finisce per entrare in un sistema in cui si è costretti a fare canzoni tutte simili. Ne so qualcosa, perché ci sono passato anche io".

Quando?
"All'inizio della mia carriera. 'Solo una volta', nel '98, fu croce e delizia. Dopo il successo di quella canzone i miei discografici dell'epoca volevano che continuassi a fare quel tipo di pezzi, leggeri e senza troppe pretese. Mi ribellai. A Sanremo, nel '99, mi presentai con 'Oggi sono io': non la classica canzone pop sanremese, ma un brano dalle venature r&b. Se ne innamorò anche Mina".

L'album di quell'anno si intitolava "It.Pop": profetico.
"Un titolo ironico. Mi chiedevano di definire la mia musica e io rispondevo: 'Faccio italian pop', con l'accento americano, perché ero cresciuto con quella musica lì".

Niente a che vedere, insomma, con l'ItPop di Paradiso, Calcutta e gli altri esponenti della nuova scena indie-pop.
"Ai miei tempi gli artisti cosiddetti 'indie' erano quelli che non interessavano alle multinazionali perché facevano musica strana e difficile da promuovere. Invece quelli di oggi sono indipendenti per modo di dire: in realtà incidono per le major e rappresentano il mainstream".

Ci duetteresti con uno di loro?
"Non ho pregiudizi. Con Salmo la cosa è nata così, dalla curiosità. Siamo apparentemente agli opposti, poi invece in studio ci siamo trovati bene. Mi sono sentito molto più vicino a lui che ad altri".

Con i discografici come andò a finire, poi?
"Ogni volta una discussione. Però i numeri erano dalla mia parte. Così alla fine mi lasciarono libertà assoluta".

Bisogna dire, però, che avevi le spalle larghe: il successo per te arrivò tardi, a trent'anni.
"Vero. Merito della gavetta. Nell''85 incontrai Roberto Ciotti, il più grande chitarrista blues italiano, che mi prese sotto la sua ala protettiva e mi fece entrare nel giro. Al Locale di vicolo del Fico, a Roma, dove suonavano Zampaglione, Fabi, Silvestri, Sinigallia, mi portò per la prima volta Max Gazzé. Nonostante suonassi moltissimo, guadagnavo poco. Così decisi di fare i bagagli e di andarmene all'estero, in Olanda. Tornai a Roma qualche anno dopo e strinsi la cinghia, rimboccandomi le maniche".

Dei ragazzini che oggi a 16 anni già conquistano il primo posto in classifica e riempiono i palasport cosa ne pensi?
"Ci sono sempre stati, in realtà. Mi spaventano, perché un ragazzino non è pronto a quel tipo di successo. Spesso ne esci distrutto psicologicamente. Meglio essere secondi, terzi, quarti, ma essere felici e restare integri. Il successo ha avuto un impatto importante anche su di me, che all'epoca non ero un novellino, e non ricordo quella fase della mia carriera come un periodo felice. Ero sempre di corsa e non avevo tempo da dedicare a me stesso, alle relazioni e agli amici. Dovevo per forza apparire, farmi vedere".

E oggi?
"Ho trovato la mia idea di felicità, dal punto di vista artistico, anche se il panorama discografico è radicalmente cambiato, anche nei meccanismi. Suono le mie chitarre e faccio la musica che mi piace. Con gli anni uno perde i freni inibitori e mi sto allontanando da un certo tipo di pop: forse gli ultimi singoli erano un modo per chiudere il cerchio. Ora mi è tornata voglia di suonare. Senza ammorbare la gente con gli assoli di chitarra, ché piacciono solo a chi li fa".

di Mattia Marzi

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