Beatles, Ringo Starr: “Il mio unico assolo, in ‘The End’”

Alla fine, gli altri Beatles e, soprattutto, il produttore George Martin, hanno convinto il batterista...

Beatles, Ringo Starr: “Il mio unico assolo, in ‘The End’”

L’ottantenne – Ringo ha fatto gli anni lo scorso 7 luglio: potete riguardare qui il Ringo's Big Birthday Show - batterista dei Beatles non ha molti assolo all’attivo all’interno del repertorio dei Fab Four. Anzi, per la verità ne ha soltanto uno, perché, come spiega lo stesso Ringo tra le pagine del volume “The Beatles Anthology” edito da Rizzoli, che raccoglie i testi completi, fuori onda compresi, della serie tv diffusa poi su videocassetta “The Beatles Anthology”, “Gli assolo non mi hanno mai interessato, e quell’assolo è ancora oggi l’unico che abbia mai fatto”. Ringo Starr fa riferimento alla batteria del brano “The End”, scritto da Paul McCartney e parte dell’undicesimo album in studio del quartetto di Liverpool, “Abbey Road” (1969).

Sono stati gli altri Beatles, con il fondamentale e decisivo contributo del produttore George Martin, a convincere Ringo a prodigarsi in un assolo. Ricorda Paul McCartney: “In ‘The End’ c’erano tre assolo di chitarra di cui John, George e io abbiamo suonato due battute a testa, una cosa che non avevamo mai fatto prima. Alla fine abbiamo convinto Ringo a suonare un assolo di batteria, cosa che si era sempre rifiutato di fare. E il punto culminante era ‘And in the end, the love you take is equal to the love you make…’”. Verso che John Lennon ha definito commentando, “molto cosmico, filosofico”. Il batterista britannico riporta invece così alla mente, in “The Beatles Anthology”, la genesi di quell’assolo:

Gli assolo non mi hanno mai interessato, e quell’assolo è ancora oggi l’unico che abbia mai fatto. C’è la parte delle chitarre dove loro tre fanno gli assolo, e poi pensarono: “Faremo anche un assolo di batteria”. Io mi opponevo: “Non voglio fare nessun dannato assolo!”, poi George Martin mi ha convinto. Mentre io suonavo, lui contava perché avevamo bisogno di tempo: una cosa davvero ridicola. Io facevo “Dum, dum – uno, due, tre, quattro…” e ho dovuto smettere in quel punto strano perché dovevo riempire tredici battute. Comunque l’ho fatto e basta. Ora mi fa piacere che ne abbiamo registrato almeno uno.

Sempre a proposito della batteria di “The End”, ma anche del disco nel suo complesso, il musicista ha sottolineato il valore aggiunto dato dalle nuove coperture di pecora e dai tamburi indiani. Racconta Ringo: 

Il suono di batteria sul disco è il risultato delle nuove pelli di vitello. Su quell'album suono molto i tom. Avevo le pelli della batteria nuove e ovviamente le ho usate parecchio: erano fantastiche.  Il bello delle registrazioni al naturale è che dimostravano quanto suonassero bene i tom. Non credo che adesso ci sia più magia perché c’è troppa manipolazione.

Più in generale, l’ex Beatle si è detto soddisfatto di “Abbey Road” e della seconda facciata del disco in particolare, specie “dopo l’incubo di ‘Let It Be’. Queste le parole del batterista:

Dopo l’incubo di “Let It Be”, “Abbey Road” è venuto bene: la seconda facciata è brillante. Fra le ceneri di tutta quella follia, quest’ultima parte, per me, è uno dei pezzi migliori che abbiamo messo insieme.
John e Paul avevano vari pezzetti, e li abbiamo registrati e messi insieme. Quell’ultima parte indica esattamente a che punto eravamo: nessuna delle canzoni era finita. Ci hanno lavorato molto, ma non scrivevano insieme. A dire il vero John e Paul non scrivevano molto neppure per conto loro.

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